Il femminismo è la presa di coscienza dell’ingiusta asimmetria che intercorre tra uomini e donne. Una volta che la donna si rende conto di questa situazione, non può più tornare indietro. Ecco che allora inizia a far parte di un movimento, ad esserne parte integrante, ad agire e praticare azione socio-politica. Inizia così qualcosa che dal teorico passa al pratico, l’azione segue il pensiero e mira a concretizzare il fenomeno del femminismo.
Le tre ondate del femminismo
Il femminismo attraversa tre fasi importanti che vengono identificate come “le tre ondate”. In particolar modo questo processo si sviluppa così:
- Nell’arco compreso tra l’800 e il 900 le donne sono inserite in quell’ondata femminista che le vede partecipi di una volontà molto forte di raggiungimento della parità giuridica. Tra uomo e donna non devono esserci differenze ed è dunque giusto che la donna raggiunga alcuni diritti che fino a quel momento non le erano stati concessi. Parliamo di diritto al voto, alla partecipazione alla vita pubblica come parte integrante della società, del diritto al lavoro e del diritto all’istruzione, per una sana e piena consapevolezza dei propri talenti e delle proprie capacità ma anche e soprattutto per poter essere indipendente e capace di costruire il proprio avvenire.
- La seconda ondata femminista è molto più incisiva poichè avviene in un periodo che è quello del 1968 dove più che di femminismo si parla di uguaglianza di genere e vengono posti gli accenti giusti su temi scottanti che ancora oggi vedono molte differenze di pensiero tra uomo e donna, accendono dibattiti e rendono difficili alcune scelte. Con questo tipo di femminismo, si parla di maternità, desiderio e sessualità ma anche di cose come i propri sentimenti, le relazioni intessute nella società e gli aspetti più semplici della vita quotidiana di una donna.
- Nel anni 90 del secolo scorso viene invece a manifestarsi quello che è il movimento femminista più focoso. La donna prende coscienza di ciò che ancor di più la differenzia dall’uomo, di ciò che davvero rende inconciliabile il maschile ed il femminile ed ecco che allora emergono temi come la sostanziale differenza di etnia, età, cultura, posizione sociale rispetto all’uomo nella società. E ancora: si parla di violenza sessuale, malattie sessualmente trasmissibili, il divario salariale e tutto ciò che ne consegue. Tematiche ancora oggi fortemente discusse e al centro del dibattito femminista e sul ruolo della donna nella società odierna.
Femminismo o Maschilismo?
Quando si parla di femminismo si tende spesso a contrapporre il termine stesso a quello di maschilismo. Ebbene, è un errore che non si dovrebbe fare. Così facendo si rischia spesso di far passare un messaggio sbagliato: le femministe vogliono escludere gli uomini. In verità, il femminismo nasce con un obiettivo ben diverso e sicuramente non con la voglia di escludere il maschio e tenerlo distante. A volte, in base a come viene discusso e percepito, il femminismo può risultare aggressivo, scomodo e per questo pungente ma non è affatto un modo per generare esclusione o malessere. Anzi, tutto ciò deriva da stereotipi e da luoghi comuni.
Più semplicemente, il femminismo è partito in sordina, per poi palesarsi tutto d’un colpo e per questo è stato mal raccontato, creando così narrative basate su bugie o false verità. Il femminismo è certamente scomodo e potrebbe generare perplessità, ma ciò che occorrerebbe fare è solamente raccontare meglio una storia che finora non ha avuto una concreta possibilità. Sarebbe opportuno, infatti, parlare di femminismi più che di femminismo poiché l’intento di questa ampi corrente è quello di andare contro sistemi o generi che giustificano qualcosa più che un’altra. Per questo non si può dire che il femminismo è contro il genere maschile. Ed ecco perché i femminismi sostengono le persone di colore, le persone con disabilità, la comunità LGBTQIA+.

USA: Come Kamala Harris si è rivelata più femminista della Clinton
Se in Italia con Giorgia Meloni abbiamo avuto modo di esplorare la parte meno femminista della storia, dall’altra, negli USA, abbiamo visto una donna che, pur non avendo raggiunto l’obiettivo di diventare Presidente degli Stati Uniti, ha comunque dato prova di essere una femminista molto determinata. Anche più della Clinton!
Vediamo come:
«A nome del popolo, a nome di tutti gli americani, a prescindere dal partito, dalla razza, dal sesso o dalla lingua che parla vostra nonna. A nome di mia madre e di tutti coloro che hanno intrapreso il loro improbabile viaggio. A nome degli americani come le persone con cui sono cresciuta: persone che lavorano duramente, inseguono i loro sogni e si prendono cura gli uni degli altri. A nome di tutti coloro la cui storia potrebbe essere scritta solo nella più grande nazione del mondo, accetto la vostra candidatura a Presidente degli Stati Uniti d’America».
Questo è quanto esprime Kamala Harris alla convention americana.
Il dibattito Harris-Clinton nasce perché nel 2016 si era pensato di portare avanti una grande candidata democratica, ma nessuno ha considerato che ben 8 anni dopo, qualcuno di più influente ha realmente centrato il punto.
Con Kamala si è tornato a parlare di salute sessuale e diritti riproduttivi. Alcune donne hanno raccontato di come non è stato possibile abortire e di come hanno rischiato di morire quando una legge federale ha tolto il diritto all’aborto in alcuni Stati. Kamala ha fatto comprendere con le azioni e non con troppe parole quanto l’essere femminista sia più un fatto di fare e non solo di dire.
Non si è concentrata sul far capire che avrebbe potuto fare grandi cose da prima donna presidente, da prima donna presidente di colore o da prima donna presidente di origine asiatica. Ha adottato una narrazione al femminile che ha dosato poche parole ma giuste e concrete, con un obiettivo e un valore. Dare alle donne quella voce che era stata messa a tacere, fare in modo che potessero parlare, anche più di lei, davanti a lei e con un coraggio che è quello che serve per affrontare determinati argomenti.
La citazione di Kamala vuole quindi inserirsi in un discorso che mira a valorizzare le differenze, che abbraccia la complessità. Sicuramente Clinton ed Harris hanno linguaggi e modi diversi di porsi e hanno portato avanti due campagne basate su toni differenti ma mentre nel 2016 la Clinton ha utilizzato un linguaggio più istituzionale e basato su un concetto di donna più d’elite, la Harris ha chiaramente fatto intendere, con la sua citazione, che la sua esperienza di donna di colore, figlia di immigrati, è riuscita a parlare ad una platea più ampia di etnie, lingue, culture, a differenza della Clinton. Pertanto il femminismo citato dalla Harris è molto più intersezionale e diversificato.
Il femminismo e il senso di responsabilità
Ridurre il femminismo al solo poter parlare di donne è sbagliato, lo è anche il volerlo solo contrapporre al contesto maschile. Bisogna adottare un nuovo modo di dibattere sul femminismo e lo si deve fare concentrando le parole sul tema del femminismo intersezionale, basarsi dunque sul fatto che ognuno ha una dignità, piena libertà di esprimersi e di essere se stesso. L’internazionalità è un concetto molto importante poichè ci mette dinnanzi al fatto che non siamo unicamente una sola cosa. Se siamo donne non è detto che non siamo anche appartenenti ad una determinata classe sociale o etnia o che abbiamo un determinato orientamento sessuale. L’essere intersezionale ci rende più complessi e per questo unici. L’internazionalità descrive proprio la modalità con cui diverse entità sociali si sovrappongono.
Bisogna guardare alle donne, alle persone come a delle identità ben definite, con pari diritti e voci in capitolo. Parlando di femminismo intersezionale si riesce a dare una connotazione più precisa a quello che è il femminismo: si sta soprattutto dando alle persone la possibilità di rappresentarsi, nei limiti della legalità, per ciò che desiderano essere e che sono, di poter autodefinirsi e di non dover rinunciare alla propria e vera identità. Si sta dando la possibilità di cambiare e soprattutto di non doversi vergognare della propria complessità, della pluralità dell’identità propria.
Rosa Mayreder tra femminismo e sociologia

Perché è fondamentale conoscere questa donna?
Semplicemente perché con metodo scientifico, col supporto di teorie sociologiche ed antropologiche è riuscita a dare un contributo essenziale a ciò che è la donna e il suolo all’interno della società nel corso del tempo. Per intenderci: Rosa non descrisse la donna come un’appendice o un prolungamento dell’uomo bensì come un individuo a sé stante, capace di poter prendere delle decisioni e di poter rivoluzionare la sua stessa vita. Nella sfera sociale, Mayreder condivideva il potere della donna come uno dei più importanti: quello di tessere relazioni e per lei questo è quello che la donna doveva più svolgere. Avere un impatto sulla società a livello culturale, religioso, non essere relegata a faccende puramente domestiche e di accudimento. L’uomo, per Mayreder, doveva essere qualcuno in grado di stare accanto alla donna, l’uomo e la donna così si scambiano delle azioni, interagiscono ma nessuno sovrasta l’altro. La mascolinità e il femminismo vengono così messi a fuoco nei suoi scritti, nelle sue parole ed è così che viene riconosciuta come una delle donne più influenti per quanto concerne femminismo e ruolo della donna nella società.
“Una femminista è una persona che crede nel potere delle donne tanto quanto crede nel potere di qualunque altra persona. E’ uguaglianza, è equità, e penso che sia una cosa splendida di cui far parte.”
Zendaya, attrice e attivista
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