Il “fenomeno Barbero”: da professore a guru infallibile?

Michele Bagnato

Siamo sicuri che l’idolatria per il professore più amato d’Italia sia un segnale positivo? O è la spia di una politica che ha smesso di dare risposte?

Scorri il feed di TikTok ed eccolo lì: un video di 30 secondi con sottotitoli giganti. Scorri le storie di Instagram e trovi l’ennesimo meme sui “vassalli, valvassori e valvassini”. Apri Spotify e il suo podcast è, da anni, inamovibile dalla top ten. Alessandro Barbero non è più (solo) un professore di storia medievale: è diventato un’icona pop, una rockstar della divulgazione che riempie i teatri.

Ma dietro le risate, le imitazioni virali che ne esasperano i manierismi e l’amore incondizionato della Gen Z, c’è qualcosa che merita di essere analizzato: il nostro bisogno disperato di un’auctoritas.

L’intellettuale pop e la trappola dell’infallibilità

Parliamoci chiaro: Barbero è bravissimo. Ha il dono raro di rendere la complessità non solo comprensibile, ma addirittura sexy. In un mondo di tweet sgrammaticati di presidenti e ministri, slogan vuoti e sempre più contenuti creati con l’intelligenza artificiale, ascoltare qualcuno che argomenta per 40 minuti senza mai annoiare è ossigeno puro.

Il problema, però, non è lui. Siamo noi. Abbiamo trasformato Barbero in un oracolo. C’è questo meccanismo perverso per cui, se dice una cosa questa diventa automaticamente legge: “ Barbero ha ragione”. Anche quando non parla del suo campo di studi, di cui è prezioso baluardo e divulgatore. Parla di guerra in Ucraina o di referendum costituzionali? “L’ha detto il professore, silenzio tutti”.

Il video dove Barbero dice che voterà no al referendum e spiega le sue ragioni

Questo atteggiamento da fanbase (che trova quindi come contraltare una schiera di detrattori) è l’esatto opposto del metodo storico che lui stesso insegna. La storia è dubbio, è confronto tra fonti, è critica. Eleggere un accademico a “guru infallibile” è pericoloso perché ci deresponsabilizza. Barbero ci piace perché ci fa sentire intelligenti senza lo sforzo di dover studiare davvero, ci dà la pillola di cultura pronta all’uso e noi ci sentiamo dalla parte giusta della storia.

Con questo non si sta colpevolizzando il professore. Le imitazioni, i gruppi Facebook “Barbero che spiega cose”, il merchandising, tutto questo senza che il professore abbia alcun account ufficiale! Sono pagine gestite da altri, ma che macinano milioni di visualizzazioni. 

Barbero, come qualunque cittadino è libero di esprimere il proprio pensiero (e ci mancherebbe), ma un monito per tutti noi: la sindrome dell’influencer è dietro l’angolo

Un ruolo politico (senza la tessera di partito)

C’è poi l’elefante nella stanza: il ruolo politico del professore. Barbero non si è mai candidato, eppure fa più politica lui che l’intera opposizione, non avendo mai negato o nascosto il proprio campo di appartenenza. 

Perché? Perché Barbero riempie un vuoto siderale. In un’epoca in cui la sinistra istituzionale sembra impantanata, il professore parla di conflitto sociale, salario o diritti dei lavoratori. 

Quando Barbero dice che “Siamo entrati in una lunga epoca in cui la guerra di classe l’hanno vinta i ricchi, e ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” sta dicendo le stesse cose che un segretario di partito comunica con meno efficacia. Non sta facendo solo storiografia, sta dando voce a un malessere contemporaneo. È diventato, suo malgrado, il leader emotivo di un’area che non si sente rappresentata da nessuno in Parlamento. È (involontariamente) l’ennesimo “papa straniero” cui la sinistra si aggrappa perché, mantenendo la metafora, i cardinali non sanno più parlare al loro elettorato. 

Il prof. Barbero a Super Quark

La fabbrica dei guru e la morte del dubbio

Ma Barbero è solo la punta dell’iceberg. Se allarghiamo lo sguardo, notiamo che i social media hanno messo in moto una vera e propria catena di montaggio di infallibili

Pensate a chi seguite sui social, con quanta facilità credete a ciò che dicono? 

Che sia il fisico che parla di spazio, lo psicologo che diagnostica narcisismi tossici via Instagram o il filosofo che profetizza l’apocalisse in tv, il meccanismo è lo stesso: cerchiamo disperatamente certezze.

Nell’epoca della modernità liquida la politica ha smesso di offrire una visione di futuro, lasciandoci orfani. E noi, terrorizzati dalla complessità, ci affidiamo a chi sembra avere la chiave di lettura universale. Il problema è che la democrazia non funziona per oracoli ed affidarsi ciecamente al profeta di turno trasforma il cittadino in un fedele. Si crea una tifoseria dove il pensiero critico muore, visto che, se provi a contestare il guru, vieni azzannato dalla sua community. 

L’altro lato della medaglia è la feroce condanna in caso di errore: la damnatio memoriae 2.0 decretata dal popolo social. Con quale facilità siamo in grado di eleggere a vati i fenomeni social e alla prima occasione condannarli all’oblio, colpevoli di essersi avvicinati troppo al sole come Icaro?

Questo fenomeno è la spia rossa di una società che non vuole più ragionare, ma vuole essere rassicurata. Ma attenzione, delegare il pensiero a un’autorità, per quanto colta e affascinante, è l’anticamera del sonno della ragione

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