L’omicidio di Nino Agostino: l’agente che sapeva troppo

Antonino Schilirò

La sentenza della Corte d’Assise di Palermo che chiude 35 anni di misteri e depistaggi. Il boss Gaetano Scotto condannato all’ergastolo, assolto Rizzuto. Tra i fili che univano mafia e apparati deviati dello Stato, la storia di un poliziotto che cercava la verità.

Nino Agostino, agente di polizia, Ida Castelluccio, moglie di Nino e incinta. Entrambi sono stati uccisi il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Dopo tutto questo tempo si sa poco su questo duplice omicidio. 

Documentario dell’associazione Attivamente “Nino Agostino-Ida Castelluccio, 35 anni di lotta”

Temi trattati nell’articolo:

  • Introduzione sentenza
  • Motivazioni sentenza
  • Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
  • Altre dichiarazioni a conferma
  • Riferimento a Ida Castelluccio e il ricorso alla CEDU

Nino Agostino: come la Mafia sa uccidere senza pietà 

Nino Agostino era un giovane poliziotto palermitano in servizio al Commissariato di San Lorenzo, ufficialmente assegnato al reparto volanti. Dietro quella vita apparentemente normale, però, si nascondeva qualcosa di più: un impegno riservato nella lotta alla mafia, svolto in collaborazione con i servizi di sicurezza dello Stato.

Il 5 agosto 1989 sembrava un giorno qualunque, anzi un giorno di festa. Nino aveva cambiato turno per poter partecipare alla festa dei diciott’anni della sorella Flora. Da poco sposato con Ida Castelluccio, una ragazza solare di appena diciannove anni, aveva anche un segreto meraviglioso da custodire: Ida era incinta, ma lo sapevano solo lui e il padre, Vincenzo, al quale Nino lo aveva confidato appena il giorno prima.

Eppure, dietro la serenità di quei momenti, Nino viveva con un’inquietudine che non lo abbandonava mai. Durante il viaggio di nozze, partendo da Catania, aveva confidato di sentirsi seguito. Era un uomo che aveva visto troppo, e forse sapeva di essere in pericolo.

Quel pomeriggio d’estate, verso le sette, Nino e Ida stavano rientrando nella loro villetta di Villagrazia di Carini. Mentre aprivano il cancello, due uomini su una moto di grossa cilindrata si avvicinarono e cominciarono a sparare all’impazzata. Nino, disarmato perché fuori servizio, fece scudo con il corpo per proteggere Ida, ma venne colpito mortalmente.

Ida avrebbe potuto salvarsi scappando. Ma l’amore e la disperazione la spinsero indietro, verso suo marito. Vide i volti dei killer e urlò con coraggio: «Io so chi siete!». Quelle parole le furono fatali: i due uomini le spararono senza esitazione, uccidendo anche il bambino che portava in grembo.

Vincenzo, il padre di Nino, udì gli spari e corse in strada. Davanti ai suoi occhi si consumò una scena che nessun genitore dovrebbe mai vedere: il figlio riverso a terra, crivellato dai colpi, e la nuora ferita che cercava di raggiungerlo.

Nino morì a 28 anni. Ida ne aveva soltanto 19

Il 10 agosto 1989, Palermo si fermò per i funerali dei due giovani sposi. C’erano anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che sentirono il dovere morale di essere presenti. Davanti alla bara di Nino, il giudice Falcone sussurrò al vice-questore Saverio Montalbano: «Devo la mia vita a quella bara».

Era un riferimento a quanto accaduto solo poche settimane prima: il 21 giugno 1989, davanti alla villa sul mare che Falcone aveva preso in affitto all’Addaura, era stato trovato un borsone con 158 candelotti di tritolo. Quel giorno il giudice avrebbe dovuto incontrare due magistrati svizzeri impegnati in un’indagine sul riciclaggio di denaro, ma all’ultimo momento aveva cambiato programma. L’attentato fallì.

Solo anni dopo si sarebbe scoperto che anche Nino Agostino, con discrezione e coraggio, aveva contribuito a salvare il giudice Falcone collaborando con i servizi nella caccia ai latitanti di Cosa Nostra.
Morì senza riconoscimenti, ma oggi la giustizia — dopo oltre trent’anni — comincia a restituirgli almeno un po’ della verità che gli era stata negata.

Introduzione sentenza

Il 7 ottobre 2024 la Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal dottor Sergio Gullotta, ha messo la parola “fine” a uno dei casi più oscuri della storia recente italiana. Dopo trentacinque anni di depistaggi, silenzi e misteri, Gaetano Scotto è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso il 5 agosto 1989 insieme alla moglie incinta, Ida Castelluccio.
La Corte ha escluso la premeditazione solo per l’omicidio della giovane donna, considerata vittima collaterale, ma ha comunque condannato Scotto all’ergastolo con diciotto mesi di isolamento diurno. Francesco Paolo Rizzuto, invece, è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.

Nelle oltre 280 pagine di motivazioni, i giudici hanno ricostruito un intreccio fitto di verità nascoste: dalle modalità dell’agguato alle prime indagini, fino alla cosiddetta pista Aversa, un depistaggio orchestrato per far credere che l’omicidio fosse una vendetta privata legata a una ex fidanzata dell’agente. Dietro quella versione comoda, si celava invece una verità scomoda: Nino Agostino lavorava per i servizi segreti civili e stava toccando fili troppo scoperti, in un periodo in cui Cosa Nostra e pezzi deviati dello Stato parlavano la stessa lingua.

Motivazioni sentenza

La Corte ha dedicato ampio spazio all’attività di ricerca dei latitanti svolta da Agostino per conto dei servizi segreti del SISDE, un tema che per anni era rimasto nell’ombra. Le testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia — tra cui Vito Galatolo, Francesco Onorato, Giovanni Brusca e altri — hanno progressivamente chiarito il quadro, trovando riscontro anche in deposizioni di agenti e dirigenti di polizia.

È emerso l’esistenza di un vero e proprio “prezziario”, un documento interno che indicava le taglie per la cattura dei grandi latitanti. La sua diffusione fu confermata da più fonti: il commissario Antinoro, il capitano del SISDE Grigani e diversi testimoni legati ai processi per l’omicidio di Emanuele Piazza, altro agente ucciso mentre svolgeva compiti simili a quelli di Agostino.

Le motivazioni chiariscono anche un punto cruciale: l’attività di Agostino si svolgeva nel cuore del mandamento mafioso di Resuttana, in un vicolo — Pipitone — che, paradossalmente, era frequentato tanto da mafiosi quanto da uomini dello Stato. È in quel cortocircuito, nel contatto diretto tra “servizi” e Cosa Nostra, che la sentenza individua la chiave del delitto.

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Pagina dei giornali dell’epoca sull’uccisione dell’agente Antonino Agostino

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

Una parte corposa del processo è stata dedicata all’analisi delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il quadro che emerge è quello di una Palermo dove le linee tra legalità e criminalità si intrecciano pericolosamente. I collaboratori ascoltati includono, in ordine, Vito Galatolo, Oreste Pagano, Giovanni Brusca, Vito Lo Forte, Francesco Onorato, Giovanna Galatolo, Angelo Fontana, Francesco Di Carlo, Antonino Giuffrè, Giuseppe Marchese e Francesco Marino Mannoia.

Dalle loro deposizioni la Corte ha ricostruito diversi elementi chiave: il ruolo del boss Gaetano Scotto, la posizione di Nino Madonia all’interno del mandamento di Resuttana, i collegamenti tra Madonia e Scotto, le ragioni dietro all’uccisione di Agostino (ricondotta alla matrice mafiosa e alla sua attività di ricerca dei latitanti), e una sequenza di omicidi tra maggio 1989 e marzo 1990 — tra cui quelli di Giacomo Palazzolo, Gaetano Genova ed Emanuele Piazza — accomunati dalla stessa dinamica: persone eliminate per l’attività svolta a favore della cattura dei latitanti o per avervi dato aiuto.

In particolare, è emerso che l’agente Agostino potrebbe essere venuto a conoscenza di “innaturali rapporti tra la cosca Madonia e rappresentanti delle Forze dell’ordine, in specie dei servizi segreti”, circostanza che la Corte ritiene confermata da “una serie di univoche e convergenti emergenze probatorie.” Tra le dichiarazioni prese in esame figurano diversi passaggi significativi.

Giuseppe Marchese ha affermato:

che ce l’hanno sempre avuto loro sti contatti…in particolare i Madonia”, dichiarando di conoscere questa circostanza per averne parlato con i Madonia stessi e con altri capimafia come Mariano Agate e Leoluca Bagarella

Marchese ha poi aggiunto“sia pure utilizzando una perifrasi per vero assai vaga”, che “rientrava….nel contesto dell’omicidio Agostino…” un appartenente ai “servizi segreti che aveva un volto ‘Trippuso’ (sfregiato, butterato, ndr.), il quale forniva informazioni a Cosa Nostra” — figura chiaramente identificabile nel collaboratore Giovanni Aiello — pur sottolineando di non ricordare altri dettagli:  “guardi non mi ricordo dottore…”.

Francesco Marino Mannoia, attingendo a quanto appreso da Franco Adelfio — che egli definisce “fonte ben più che qualificata, in quanto era stato il sottocapo della famiglia di Villagrazia, di cui apparteneva al nostro mandamento, il mandamento di Stefano Bontade, Santa Maria di Gesù, quindi con lui io, oltre ad avere qualche delitto pure in comune, avevamo un rapporto molto intimo e quindi si parla di alcune cose, nell’intimità non si parla con chiunque” — ha riferito che “MADONIA sapeva perfettamente che Agostino era poliziotto ed aveva rapporti con i servizi”, concludendo che l’omicidio “non aveva interessato soltanto ‘Cosa Nostra’”.

Ulteriori conferme giungono dalle deposizioni anche se talvolta più generiche di Francesco Di Carlo, il quale ha riferito di aver saputo da Antonino Gioè — esponente di rilievo dell’associazione mafiosa — che “responsabili dell’omicidio Agostino erano stati i MADONIA”, aggiungendo che questi ultimi “avevano rapporti ad ‘alti livelli’”.

Anche Giovanni Brusca ha fornito elementi importanti, riferendo collegamenti dei Madonia con componenti della Questura di Palermo, grazie ai quali i Madonia erano in grado di ricevere informazioni riservate, comprese notizie sugli agenti impegnati nella ricerca dei latitanti. Lo stesso Brusca descrive il flusso di notizie in questi termini:

…loro avevano troppe notizie da parte della Questura, ma non solo nell’89…non glielo chiedevo mai, però loro conoscevano fatti, misfatti…Molte volte non c’è bisogno di dire, sai c’è tizio, caio e Sempronio che mi stanno passando notizie, a destra e a manca, c’è ‘и sbirru’, c’è ‘u sbirriceddu’ che mi sta passando tutte le notizie immaginabili e possibili…Notizie di queste persone che cercavano, latitanti, che cercavano indizi…

A riprova dell’esistenza di tali collegamenti, la Corte ha considerato anche una intercettazione del 2013: Totò Riina, durante una conversazione in carcere con Alberto Lorusso in data 8/11/2013, escludeva che i Madonia fossero “cunfirenti” dei servizi segreti (ossia spie), ma confermava che piuttosto “inc… erano in contatto coi servizi segreti”.

Tutte queste dichiarazioni — quelle dirette, i riferimenti incrociati e le conferme raccolte nel tempo — compongono uno scenario coerente. Come dice la motivazione della sentenza:

In tale contesto, si inseriscono poi, e trovano quindi pieno riscontro, le ulteriori dichiarazioni che, in maniera più specifica, confermano tali collegamenti istituzionali dei Madonia ed anche dell’odierno imputato Scotto Gaetano, in particolare individuando gli esponenti delle Forze dell’Ordine e dei Servizi di sicurezza che siffatti rapporti, a vario titolo, intrattenevano, nonché collocandoli sovente proprio all’interno di vicolo Pipitone, ancora una volta a conferma della loro riconducibilità agli interessi mafiosi del mandamento di Resuttana.

In sintesi: le diverse fonti, pur differenti per posizione e attendibilità, convergono nel descrivere una realtà in cui Agostino era divenuto un pericolo per interessi condivisi tra mafiosi e alcuni soggetti delle istituzioni — ed è soprattutto in quel crocevia, nel territorio simbolico di vicolo Pipitone, che la Corte individua elementi decisivi per spiegare il movente e la responsabilità dell’omicidio.

Riferimento a Ida Castelluccio e il ricorso alla CEDU

Per l’omicidio di Ida Castelluccio, la moglie incinta di Agostino, la Corte ha escluso la premeditazione, considerandola una vittima collaterale del piano omicida. Dopo 35 anni, il reato è caduto in prescrizione: una conclusione che lascia l’amaro in bocca.

La famiglia Agostino non ha però accettato che la vicenda si chiudesse così. Ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sostenendo che lo Stato italiano non abbia adempiuto ai propri obblighi di verità e giustizia.


La CEDU, riconoscendo la rilevanza delle questioni sollevate, ha dichiarato il ricorso ammissibile. È un segnale importante: dopo decenni di omissioni, la verità su Nino Agostino e Ida Castelluccio non è solo una questione giudiziaria, ma un dovere civile e morale.

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