Cosa ci raccontano le elezioni in Sassonia-Anhalt?

Francesco Gualtieri

Questo risultato, a mio parere, mette in luce una serie di temi interconnessi tra loro: la percezione dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti di destra radicale, l’idea (spesso poco chiara, anche a chi la sostiene) di cosa debba essere l’Europa, e l’impatto elettorale di alcuni temi divisivi, primo fra tutti l’immigrazione.

«Questa è la sconfitta elettorale peggiore che la CDU abbia subito in anni, se non in decenni», ha dichiarato Friedrich Merz all’indomani della vittoria schiacciante di AfD (Alternative für Deutschland) in Sassonia-Anhalt. E ancora: «Con gli eventi di ieri non è cambiato qualcosa solo in Sassonia-Anhalt, ma in tutta la Germania, e questo risultato avrà ripercussioni anche a livello internazionale».

Parole che da sole bastano a rendere l’idea di quanto il voto in questo Land dell’ex Germania Est abbia scosso Berlino, e non solo. Questo risultato, a mio parere, mette in luce una serie di temi interconnessi tra loro: la percezione dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti di destra radicale, l’idea (spesso poco chiara, anche a chi la sostiene) di cosa debba essere l’Europa, e l’impatto elettorale di alcuni temi divisivi, primo fra tutti l’immigrazione.

Foto: Lipsia 1990 all’ultima Montagsdemo nella DDR, apparvero pubblicamente anche skinhead e neonazisti. Fonte: ©imago / dpa, Via: Vom verordneten Antifaschismus zur AfD?

Il radicamento della destra in Germania Est dopo il 1990

È particolare notare l’evoluzione ideologica di un’area geografica, la Germania Est, che, in circa 30 anni, è passata da slogan come: “Per la solidarietà, contro l’odio tra i popoli.” (Für Solidarität gegen Völkerhass), oppure, “Per l’umanesimo, contro il razzismo.” (Für Humanismus gegen Rassismus), per arrivare a frasi come “L’Islam non appartiene alla Germania.” (Der Islam gehört nicht zu Deutschland.) e “Riprenditi il tuo Paese!” (Hol dir dein Land zurück!). 

Ovviamente il tema è molto più complesso della semplice contrapposizione di slogan, ma resta comunque il fatto che l’elettorato della Germania Est che fino al 1990 era amministrato da un governo autoritario di stampo comunista, com’era quello della DDR, sia diventato le fondamenta dell’ultradestra in Germania e un punto di rifermento per quella europea. È in questo scenario di lungo periodo che si inserisce la vittoria di AfD alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt: non un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una traiettoria che affonda le radici proprio negli anni della transizione post-DDR. Ma quali sono le ragioni storiche e sociali di questo capovolgimento?

Lorenzo Monfregola in un ottimo articolo intitolato “La rabbia dell’ultra-destra sotto le ceneri della DDR” risponde proprio a questo interrogativo. Monfregola spiega come nella Germania orientale esistono due gruppi sociali distinti. Il primo è rappresentato da quelle persone che si sono sentite sconfitte dalla riunificazione del 1990: parliamo di persone economicamente deboli ma anche di coloro che si sono sentiti traditi dalle promesse della Germania unita. 

Il secondo gruppo è composto da quelle persone che si sono percepite come una mancata élite proprio nel loro territorio. Stiamo parlando di persone originarie dalla Germania Est e appartenenti ad un ceto medio alto che pensavano di guidare economicamente il post DDR ma che invece hanno assistito ad una graduale “colonizzazione dirigenziale da parte dell’Ovest, tramite il flusso verso oriente di un surplus professionale, burocratico e manageriale occidentale”. 

Inoltre, l’esperienza stessa della DDR, che viene vissuta con estrema ambivalenza, ovvero, sia come un trascorso negativo che, come una sorta di nostalgia positiva, funge da terreno fertile su cui l’ideologia e i partiti di destra hanno dato i loro frutti. Le persone che ricordano positivamente la DDR spesso la associano al ricordo di un Paese senza competizione individuale caratterizzata da un forte senso di comunità. Dall’altra parte invece vi sono persone a cui torna alla memoria un periodo caratterizzato da diffidenza nei confronti dello stato, repressioni e propaganda.

Foto: Un ragazzo lancia una pietra durante le rivolte xenofobe del 1992 a Rostock-Lichtenhagen. Fonte: © dpa / picture alliance / Bauer Via: Aus Orientierungslosigkeit wird ziellose Wut

La violenza di estrema destra nell’Ost

Già nei mesi immediatamente successivi al 9 novembre 1989, la scena neonazista della Germania occidentale si spostò a Est per costruire nuove alleanze, trovando terreno fertile in una società ancora etnicamente omogenea e istintivamente diffidente verso l’estraneo. Il risultato fu esplosivo: nel settembre 1991 Hoyerswerda, città mineraria che con la Riunificazione aveva visto crollare il proprio status industriale, fu teatro di violenti pogrom contro i lavoratori mozambicani che vi risiedevano da anni. Un anno dopo, nell’agosto 1992, toccò a Rostock-Lichtenhagen, dove per giorni vennero assediati prima un centro per richiedenti asilo e poi le case di lavoratori vietnamiti, sotto gli occhi di una popolazione in parte plaudente.

Questi episodi non nacquero dal nulla. Vanno letti alla luce di almeno due fattori strutturali: da un lato lo sgretolamento delle strutture di controllo statale, con polizia e autorità locali a lungo disorganizzate nella fase di transizione; dall’altro il modo in cui la DDR aveva gestito la presenza straniera nel paese, confinando ai margini della società (senza alcuna reale integrazione) le comunità di lavoratori arrivate dai paesi “amici” come Mozambico, Vietnam e Cuba. Quel decennio è ricordato ancora oggi con un’espressione emblematica, i Baseballschlägerjahre, gli “anni delle mazze da baseball”: anni in cui bande neonaziste nate dalle macerie del socialismo picchiavano, e talvolta uccidevano, stranieri e avversari politici.

Quella stagione di violenza segnò il territorio in modo duraturo: fu su quelle stesse fratture sociali (non sanate, solo silenziate) che un decennio più tardi AfD avrebbe costruito il proprio radicamento nell’Est.

Foto: La leader di AfD Alice Weidel e Ulrich Siegmund dopo la vittoria in Sassonia-Anhalt. Fonte: Vatican News

L’ascesa di AfD

La storia politica di Alternative für Deutschland nasce nel 2013 in piena crisi economica-finanziaria dell’Euro da un gruppo di professori, imprenditori e politici tra cui: l’economista Bernd Lucke, l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel e Alexander Gauland, che aveva lasciato la CDU giudicandola troppo spostata a sinistra sotto Merkel. AfD si afferma più come un partito euroscettico, criticando fortemente la moneta unica, piuttosto che come uno basato sull’identità etnico-nazionale e nel 2014 inizia farsi strada nei parlamenti di Sassonia, Turingia e Brandeburgo. La svolta sul piano politico arriva nel 2015, al congresso di Essen: i fondatori vengono messi da parte e la leadership passa a Frauke Petry, che porta il partito su posizioni apertamente anti-immigrazione e anti-islamiche.

Pochi mesi dopo, la decisione di Angela Merkel di non chiudere le frontiere a circa un milione di profughi siriani in fuga dalla rotta balcanica cambia tutto. È lo stesso periodo in cui a Dresda nasce PEGIDA, il movimento di piazza contro l’islamizzazione dell’Occidente che si diffonde rapidamente nell’Est del paese, e in cui gli episodi di violenza e molestie di massa a Colonia, nella notte di Capodanno 2016, offrono ad AfD una cesura mediatica decisiva. Da quel momento il partito individua nell’Est tedesco il proprio bacino elettorale naturale: territori rimasti indietro su disoccupazione, salari e base industriale nonostante i massicci investimenti pubblici post-Riunificazione, e percepiti da molti abitanti come “colonizzati” da una classe dirigente importata dall’Ovest. A questo disagio economico si somma un vuoto identitario che AfD sa intercettare: come racconta l’ex pattinatrice olimpica della DDR Katharina Witt, per anni molti cittadini dell’Est si sono sentiti indotti a vergognarsi persino dei propri riferimenti culturali di gioventù.

Sul piano interno, ai vertici di AfD si susseguono diversi scontri di potere, vinti quasi sempre dalla componente più radicale a scapito dell’ala liberal-conservatrice delle origini. Oggi la corrente egemone, soprattutto a Est, è quella guidata da Björn Höcke, leader del partito in Turingia, la cui retorica etno-nazionalista e völkisch attinge apertamente al lessico del nazionalsocialismo. A guidare il partito su scala nazionale è invece dal 2022 Alice Weidel, la cui immagine pragmatica ha permesso ad AfD di uscire dal recinto dell’Est e crescere anche in Land occidentali come il Baden-Württemberg. Nonostante ciò, tutti i partiti tedeschi continuano a rispettare il Brandmauer, il “muro tagliafuoco” che esclude qualsiasi alleanza con AfD una barriera che ne ha impedito l’assorbimento politico, ma non ne ha rallentato la crescita elettorale nei Länder orientali.

La vittoria in Sassonia-Anhalt, e forse anche in Germania?

Prima di parlare di cosa è successo in Sassonia-Anhalt va detto, come ben analizzato da Lorenzo Monfregola, che tra l’estrema destra extraparlamentare e neonazista e un partito populista come AfD la differenza resta sostanziale, ed è sempre scorretto ignorarla. Esistono però legami diretti tra i due mondi, che la dirigenza di AfD recide pubblicamente non appena emergono, per pura convenienza politica. Al di là dei singoli episodi, il successo dell’ultra-destra in Germania (sia nella sua componente extraparlamentare sia in quella parlamentare di AfD) poggia su tre processi strutturali tra loro intrecciati: le campagne anti-immigrazione come nuovo collante di consenso su scala nazionale; un successo crescente tra i più giovani, al punto che alle elezioni regionali del settembre 2024 in Turingia il 38% degli elettori tra i 18 e i 24 anni ha votato AfD; e infine una forte territorializzazione nei Länder dell’ex DDR, dove si è consolidato un nuovo etno-identitarismo orientale.

Ma quindi cosa è successo in Sassonia-Anhalt? Probabilmente quello che tutti si aspettavano. 

In un Land di 2,1 milioni di abitanti, la Afd, guidata da Ulrich Siegmund, ha vinto le elezioni raddoppiando il proprio consenso e ottenendo il 43,8% dei voti mancando di poco la maggioranza assoluta dei seggi. Un altro dato che ha destato molto stupore è stato il fatto che la CDU (Unione Cristiano Democratica), attualmente al governo in Germania, abbia perso più della metà del consenso fermandosi solo al 17,2 %. Nel 2021 i rapporti di forza in Sassonia-Anhalt erano rovesciati: la CDU aveva vinto con il 37,1%, AfD si era fermata al 20,8%. L’affluenza ha toccato un record, circa l’80% degli aventi diritto, contro il 60,3% del 2021.

Questo risultato segna un punto di svolta per molti motivi: il primo è il fatto che per la prima volta un partito di estrema destra tedesco può realisticamente guidare un Land dal 1945. Fin qui AfD aveva vinto singole elezioni (Turingia 2024) ma senza arrivare così vicino a governare da sola. 

In secondo luogo, iniziano ad emergere crepe nella strategia del Brandmauer: Per dieci anni tutti i partiti hanno rispettato il cosiddetto “cordone sanitario” contro AfD (una strategia di alleanze volte a non far vincere AfD). Ora, con 39 seggi su 83, o AfD trova un alleato esterno (il BSW di Wagenknecht, che sembra aver superato la soglia del 5% ed è stato subito corteggiato da Siegmund, potrebbe fare da ago della bilancia), oppure si va verso una situazione di stallo istituzionale, con gli altri partiti (SPD, Verdi, Linke a 8 seggi ciascuno) che devono trovare una maggioranza anti-AfD senza numeri solidi. 

Infine, nonostante la Sassonia-Anhalt conta “solo” 2,1 milioni di abitanti, nel sistema federale tedesco i governi regionali hanno ampi poteri su scuola e polizia, gestiscono parte delle politiche migratorie e partecipano alla legislazione nazionale tramite il Bundesrat. Un governo AfD a Magdeburgo significherebbe ministeri, bilanci, centinaia di nomine e, soprattutto, la prima base istituzionale da cui preparare la corsa alla cancelleria nel 2029, a fine legislatura Merz.

“È un risultato storico e sensazionale. Abbiamo avuto un chiaro mandato a governare”, ha commentato la leader dell’Afd, Alice Weidel che che con questa vittoria lancia di fatto il guanto di sfida a Friedrich Merz in vista delle elezioni federali del 2029: non più un partito di protesta relegato ai margini orientali del paese, ma un attore che entra a piedi uniti nella competizione per la cancelleria.

Foto: Manifestanti georgiani che tengono la bandiera dell’Unione Europea mentre vengono investiti da un cannone ad acqua durante scontri con la polizia. Fonte: STRINGER / AFP, Via: Le Monde

Alcune considerazioni sull’idea di Europa

Il risultato di Sassonia-Anhalt non è un episodio isolato, ma si inserisce in una fase storica in cui l’idea stessa di integrazione europea appare sempre più contesa. Solo due settimane prima del voto tedesco, il 29 agosto, gli islandesi sono stati chiamati a decidere se riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea, sospesi dal 2013: ha vinto il No con il 52,8% contro il 47,2%, con un’affluenza altissima e una frattura netta tra la capitale Reykjavík, dove ha prevalso il Sì, e il resto del paese, nettamente contrario. Anche in un contesto molto diverso da quello tedesco la domanda su “quanta Europa” restava divisiva quanto lo è a Berlino, e ha prevalso la cautela.

Non è un fatto isolato nemmeno nel tempo lungo. Un decennio fa il Regno Unito ha scelto con un referendum di lasciare l’Unione Europea; oggi, in paesi con storie e sistemi politici molto diversi tra loro (la Germania di AfD, l’Italia con Futuro Nazionale, l’Austria della FPÖ, solo per citarne alcuni) cresce il consenso verso forze politiche che, pur con posizioni interne non sempre sovrapponibili sull’UE in quanto tale, condividono un’enfasi sulla sovranità nazionale, sui confini e sulla difesa di un’identità culturale percepita come minacciata.

È in questo scenario che vale la pena porsi una domanda, più che offrire una risposta: che idea di Europa abbiamo davvero in mente? Si parla spesso, nei palazzi di Bruxelles come nel dibattito pubblico, e nei social di un’Europa più unita, persino federale, categoria peraltro tutta da definire, e che pochi osano davvero declinare in un modello alla “Stati Uniti d’Europa”. Ma quanto è compatibile questa aspirazione con un continente in cui, elezione dopo elezione, crescono forze che rivendicano l’esatto contrario, ovvero il ritorno della sovranità agli stati nazionali? Si può leggere questa tensione in due modi non necessariamente incompatibili: da un lato, come prova che il progetto di un’Europa più integrata sia oggi meno realizzabile che mai, per mancanza di un reale consenso popolare condiviso; dall’altro, come sintomo che è proprio l’assenza di una sovranità europea autentica (su migrazione, sicurezza, politica estera) a lasciare scoperti gli stati nazionali di fronte a crisi che li superano, alimentando così le stesse forze che a quella sovranità condivisa si oppongono. In entrambi i casi, il voto di Sassonia-Anhalt e quello islandese raccontano la stessa cosa: l’idea di un’Europa unita resta, oggi più che mai, un progetto aperto e tutt’altro che scontato.

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