Il 15 marzo è la giornata nazionale del fiocchetto lilla, dedicata alla sensibilizzazione sui Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione. Quando si parla di questi disturbi, i primi nomi che ci vengono in mente sono quasi sicuramente l’ anoressia e la bulimia. Patologie di cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare. Eppure il mondo dei disturbi alimentari è molto più vasto di quanto immaginiamo. Accanto alle forme più note esistono disturbi meno conosciuti dal grande pubblico, ma sempre più diffusi, come l’ortoressia.
Questo articolo prova a fare una panoramica dei principali disturbi alimentari e delle loro cause. Ma soprattutto prova a mettere in discussione l’idea che la responsabilità dello sviluppo di queste malattie sia soltanto l’utilizzo dei social network.

Che cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e della nutrizione
I Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione sono una categoria di patologie riconosciute dal DSM-5, il manuale che raccoglie e descrive le malattie psichiatriche. Alla base di questi disturbi c’è un rapporto alterato con il cibo. L’alimentazione, che normalmente è un atto naturale e spontaneo, diventa qualcosa di complesso e problematico. Si può arrivare a mangiare molto meno – come accade nell’anoressia – o molto più del necessario – come nel binge eating disorder –, oppure a sviluppare rituali rigidi e comportamenti ripetitivi legati al cibo. Quando questo equilibrio si rompe il corpo ne paga le conseguenze. L’organismo può non ricevere i nutrienti di cui ha bisogno ed essere sottoposto a comportamenti che, nel tempo, compromettono la salute fisica.
I disturbi alimentari non sono una realtà nuova. Esistono da molto tempo, ma negli ultimi anni gli specialisti hanno osservato alcuni cambiamenti importanti. Uno dei più evidenti è il progressivo abbassamento dell’età di insorgenza, arrivando a colpire persino bambini delle scuole elementari. Per molto tempo, infatti, si pensava che i disturbi alimentari riguardassero quasi esclusivamente ragazze e donne dei paesi occidentali appartenenti alle classi sociali più abbienti. Oggi sappiamo che in realtà sempre più ragazzi e uomini ne sono affetti e che i casi vengono osservati anche in paesi in via di sviluppo.
Le cause
Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare (DCA), la prima cosa da chiarire è che non esiste una causa univoca. Non abbiamo un singolo evento che, da solo, improvvisamente “accende” il disturbo. In medicina si parla piuttosto di fattori di rischio. Sono circostanze, esperienze o caratteristiche personali che possono rendere più probabile lo sviluppo di un DCA. Ma attenzione: probabile non significa inevitabile. I fattori di rischio non sono una sentenza scritta nella pietra o una spada di Damocle sospesa sulla testa dell’individuo più fragile. Piuttosto, immaginate una specie di mosaico. Un singolo tassello, da solo, non dice molto. Ma quando diversi tasselli si combinano, nel momento sbagliato e nel contesto sbagliato, il quadro può prendere forma.
Per questo motivo, quando nella vita di una persona compaiono più fattori di rischio insieme, può essere utile prestare un po’ più di attenzione. Non dobbiamo allarmarci subito, ma dobbiamo tenere gli occhi aperti, sia se riguarda noi stessi, un amico o qualcuno della nostra famiglia.
I fattori di rischio li potremo dividere in quattro categorie: fattori individuali, fattori familiari, fattori biologici e fattori socio-culturali.
Fattori individuali
Tra i momenti della vita in cui il rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare è superiore alle altre c’è senza dubbio l’adolescenza. È quell’età che più o meno va dai 13 ai 20 anni – i cosiddetti teens per intenderci – una fase molto complicata dello sviluppo. Il corpo da bambino lascia spazio a un corpo da ragazzo, diverso. Ad esempio il seno più grande e i fianchi più larghi nelle ragazze, oppure la barba e il vocione nei ragazzi. Gli adolescenti non sanno ancora chi sono e cosa vogliono, devono ancora capirlo e, soprattutto, il giudizio del gruppo di pari comincia a pesare parecchio. Il bisogno di essere accettati è forte e il confronto con gli altri passa spesso attraverso qualcosa di molto visibile: il corpo.
Questo fenomeno riguarda tutti, ma colpisce in modo particolare chi è di sesso femminile o si identifica come tale. Storicamente, infatti, sulle donne l’attenzione sociale sull’aspetto fisico è stata molto più intensa.
Un altro fattore di rischio individuale importante è l’aver vissuto esperienze traumatiche, soprattutto durante l’infanzia. I traumi possono molteplici: dagli abusi sessuali a degli episodi di bullismo a scuola, una famiglia trascurante oppure eventi dolorosi come lutti familiari. In questi casi il cibo può diventare un modo per regolare le emozioni. I disturbi del comportamento alimentare non sempre compaiono da soli: spesso possono essere associati ad altre patologie psichiatriche, come disturbi d’ansia, depressione, disturbo bipolare o anche disturbi da dipendenza da sostanze o da alcol. Un’altra caratteristica che ricorre frequentemente nelle persone che sviluppano un DCA riguarda alcuni tratti di personalità. Molti pazienti presentano infatti bassa autostima e una forte tendenza al perfezionismo.
In generale possiamo dire che una difficoltà nella regolazione delle emozioni rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di questi disturbi. Questa difficoltà emotiva può manifestarsi in modi diversi. Nelle persone con una maggiore predisposizione all’impulsività, ad esempio, è più frequente osservare quadri di bulimia nervosa, caratterizzati da abbuffate seguite da comportamenti di compenso come il vomito. Nell’anoressia nervosa, invece, dove la persona affetta non mangia, uno degli elementi psicologici più centrali è spesso il bisogno di controllo.
Fattori familiari
Come abbiamo accennato poco sopra, crescere in un ambiente familiare difficile può aumentare il rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare. Questo può accadere, ad esempio, quando si vive in una famiglia maltrattante – sia dal punto di vista verbale che fisico – trascurante, emotivamente assente, abusante o fortemente giudicante.
Un altro elemento che può influenzare il rapporto con il cibo riguarda il clima familiare attorno al corpo e all’alimentazione. Il rischio sembra essere maggiore, ad esempio, quando all’interno della famiglia, per lunghi periodi di tempo, si susseguono diete dimagranti, oppure quando vi è la presenza di una o più persone obese. Molto importanti sono anche le dinamiche tra genitori e figli. Alcuni modelli relazionali possono contribuire ad aumentare la vulnerabilità: una madre iperprotettiva e ipercontrollante, l’assenza di confini chiari, la presenza di un padre assente, oppure aspettative familiari molto elevate.
Fattori biologici
Non approfondiremo troppo questo aspetto, perché si tratta di un ambito piuttosto specialistico. Possiamo però dire che anche la componente genetica rappresenta un fattore di rischio nello sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare.
In particolare, alcune ricerche suggeriscono che possano essere coinvolte alterazioni del sistema serotoninergico e dopaminergico, cioè dei sistemi presenti nel cervello che regolano la produzione e la ricaptazione di serotonina e dopamina, due neurotrasmettitori fondamentali per il funzionamento del nostro organismo. Sembra infatti che, in alcune persone, questi sistemi funzionino in modo diverso dal normale. Questa alterazione può influenzare anche i meccanismi biologici che regolano la fame e il senso di sazietà, contribuendo così alla comparsa di comportamenti alimentari disfunzionali.
Fattori socio-culturali
Il corpo, soprattutto quello femminile, è sempre stato osservato, commentato e misurato. Per capire quanto queste pressioni culturali possano essere forti basta fare un piccolo salto indietro nel tempo, ai primi anni 2000. Se avete sorelle o cugine un po’ più grandi forse ricorderete le copertine delle riviste dell’epoca. Il modello dominante era quello che veniva chiamato “heroin chic”.
Un esempio su tutti: Kate Moss tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000. Corpi estremamente magri, clavicole in evidenza, anche sporgenti, volti scavati e spigolosi.

E l’idea che la magrezza fosse l’unico standard accettabile era così radicata da diventare quasi una battuta di spirito nella cultura pop. Molti ricorderanno la frase de Il diavolo veste Prada, quando Nigel dice ad Andy: “Lo sai, vero, che la cellulite è uno degli ingredienti principali della minestra di mais?… Da quando la taglia 38 è diventata la nuova 40 e la 36 la nuova 38… Io porto la 42, che è la nuova 56.” Una battuta “ironica” in cui persino una taglia 42 era trattata come se fosse qualcosa di inaccettabile. E con i social network non è cambiato poi molto.
Ho iniziato questo articolo parlando della giornata nazionale del fiocchetto lilla proprio per chiarire un punto importante: i disturbi del comportamento alimentare non sono causati (solo) dall’uso dei social. Come abbiamo visto, non esiste un singolo fattore scatenante che faccia comparire questa “bestia cattiva”. Allo stesso tempo, però, non possiamo ignorare il fatto che la società in cui viviamo abbia comunque un peso. E quindi anche Instagram e TikTok.
Oggi, nonostante negli ultimi anni siano nati diversi movimenti di body positivity, sui social continuiamo a essere esposti ogni giorno a ideali di bellezza spesso irraggiungibili. Non si tratta più solo della taglia dei pantaloni, la pressione passa anche attraverso altri standard estetici, come le labbra da riempire con il filler, oppure dall’idea che bisogna necessariamente fare palestra o pilates. Sia chiaro, fare attività fisica fa bene. È una delle cose che anche l’OMS raccomanda per mantenerci in salute e permetterci di diventare, un giorno, dei “vecchi sani”.
Il problema è che attorno alla palestra si è sviluppata una vera e propria cultura della performance: standard da raggiungere, corpi che devono essere in un certo modo, alimenti che si possono o non si devono mangiare. Basta poco per trasformare una sana abitudine in ossessione per l’alimentazione “perfetta” Non è raro, infatti, che questa dinamica possa sfociare nell’ortoressia, un disturbo non ancora inserito ufficialmente nel DSM-5, ma del quale gli studiosi iniziano a parlare e di cui anche noi parleremo più avanti.
Anoressia nervosa
Quando sentiamo parlare di disturbi del comportamento alimentare, quello che viene in mente a molti di noi è l’anoressia, o più precisamente anoressia nervosa. Questa patologia è caratterizzata da una alterazione dell’assunzione di cibo. In alcuni casi possono comparire anche abbuffate, cioè rapide e improvvise ingestioni di grandi quantità di cibo, che possono essere accompagnate da comportamenti compensatori. In pratica, la persona pensa di aver mangiato troppo e cerca di “rimediare”: può provocarsi il vomito, usare lassativi (farmaci che accelerano l’eliminazione delle feci e quindi dei contenuti intestinali) oppure sottoporsi a attività fisica estrema. Naturalmente non dobbiamo preoccuparci se un’amica decide di iscriversi a crossfit o di preparare una mezza maratona, il problema non è lo sport in sé, ma il contesto in cui compare. La forma più classica di anoressia, però, è quella in cui la persona riduce drasticamente l’assunzione di cibo. È quella che viene chiamata anoressia restrittiva.
In passato, per porre diagnosi di anoressia, era necessario che nelle ragazze fosse presente l’assenza di mestruazioni per più di tre mesi. Questo criterio oggi non è più richiesto. C’è anche un altro aspetto importante da ricordare: i disturbi del comportamento alimentare raramente si presentano esattamente “come da manuale”. Nella pratica clinica spesso non rispettano perfettamente i criteri descritti nel DSM-5 e possono presentarsi in forme più sfumate. Per questo motivo eviterò di riportare qui la classica tabella dei sintomi. Nel DSM-5, ad esempio, per la diagnosi di anoressia è previsto anche un certo indice di massa corporea. Tuttavia, nella pratica clinica una persona può avere comunque un disturbo del comportamento alimentare non specificato anche se è normopeso.
Ci sono però alcune caratteristiche a cui è importante prestare attenzione. Una delle principali è il timore intenso di aumentare di peso, accompagnato spesso da una sorta di rumore di fondo mentale; il pensiero del cibo diventa costante e occupa gran parte della giornata. Per nostra fortuna l’anoressia raramente compare all’improvviso, come un’influenza che ci fa svegliare la mattina con quaranta di febbre. Molto più spesso si sviluppa in modo progressivo.
Per capire meglio come questo processo può iniziare, immaginiamo una storia:
Luisa ha vent’anni e studia all’università. Da qualche settimana dice di voler mangiare un po’ meglio. A tavola inizia semplicemente a ridurre le porzioni, soprattutto i carboidrati. Niente di strano, dice: si sente più leggera così. Qualche giorno dopo è il compleanno di una sua amica. Arriva la torta, ma Luisa sorride e scuote la testa. “Passo, grazie. Ho già mangiato troppo.”
All’inizio sembra solo attenzione alla linea. Poi però alcune cose iniziano a cambiare. Quando gli amici organizzano una pizza, Luisa spesso trova una scusa per non venire: deve studiare, è stanca, ha mal di pancia. Anche il mare e la piscina iniziano a sparire dai suoi programmi. Tutte quelle situazioni in cui il corpo è più esposto diventano improvvisamente meno attraenti.
Nel frattempo compaiono sempre più attività “produttive”, quelle in cui è possibile mantenere una sensazione di controllo: studiare di più, lavorare di più, riempire ogni spazio della giornata. Poi arriva anche l’attività fisica. All’inizio qualche allenamento, poi sempre più spesso.
A tavola succede qualcosa di strano. Il cibo viene tagliato in bocconi minuscoli. Alcuni finiscono in bocca, altri vengono spostati nel piatto. Se qualcuno prova a far notare che il rapporto con il cibo sembra cambiato, la risposta è quasi sempre una scusa: un mal di pancia o una mancanza di appetito.
Nel frattempo però il pensiero del cibo diventa sempre più presente. Un vero e proprio rumore di fondo mentale: quante calorie ha mangiato, quante ne ha consumate, cosa mangerà il giorno dopo.
Quando la malattia diventa più evidente compaiono i segni che molti, nell’immaginario comune associamo all’anoressia: assenza di mestruazioni nelle ragazze, progressivo dimagrimento, conteggio ossessivo delle calorie, episodi di vomito, uso di lassativi e attività fisica intensa. Ovviamente questi sintomi non devono essere presenti tutti contemporaneamente.
Con il passare del tempo la malattia può avere conseguenze anche dal punto di vista medico, con alterazioni che coinvolgono diversi apparati dell’organismo. A questo si associa spesso anche un abbassamento dell’umore, che può diventare simile a un quadro depressivo.
Bulimia nervosa
La bulimia nervosa presenta alcune similitudini con l’anoressia. Abbiamo visto che nell’anoressia è centrale il controllo dell’assunzione di cibo e la restrizione calorica. In alcuni casi possono comparire anche abbuffate e comportamenti compensatori. Tuttavia, nell’anoressia questi episodi non rappresentano il meccanismo principale del disturbo, che rimane invece la restrizione e il controllo del cibo.
Nella bulimia nervosa, invece, questi fenomeni diventano il cuore del disturbo. Il quadro clinico ruota infatti attorno a un ciclo che tende a ripetersi nel tempo: abbuffata, sensi di colpa, comportamento compensatorio. Come abbiamo visto nel paragrafo sui fattori di rischio, una semplificazione utile per capire la differenza tra i due disturbi è questa: controllo nell’anoressia, impulsività nella bulimia.
Per fare chiarezza tra voi lettori, con il termine abbuffata si intende l’assunzione, nell’arco di circa due ore, di una quantità di cibo molto superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo. Durante questi episodi è spesso presente una sensazione di perdita di controllo in cui la persona sente di non riuscire a fermarsi. Il cibo viene ingerito rapidamente, spesso scegliendo alimenti molto calorici. Talvolta viene mangiato con le mani, senza una vera masticazione e senza prestare attenzione al gusto o alla fame.
Per capire meglio come può avvenire, immaginiamo una scena, come prima.
Marco torna a casa dopo una giornata particolarmente stressante. In cucina apre la dispensa e prende la prima cosa che trova: l’intero pacco di Gocciole , poi il tubo di Pringles, una confezione di pan Bauletto spalmata con il contenuto dell’intero barattolo di Nutella. Mangia velocemente, quasi senza fermarsi.
All’inizio sembra solo affamato, in effetti non ha portato il pranzo a lavoro. Poi però qualcosa cambia: continua a mangiare anche quando non ha più realmente appetito. È come se in quel momento non riuscisse più a fermarsi. Quando finalmente si rende conto di quanto ha mangiato, arriva subito dopo un’altra sensazione: il senso di colpa.
A questo punto va in bagno e si chiude la porta a chiave dietro di sé. Apre l’armadietto affianco allo specchio del bagno e ingurgita tre compresse del nuovo lassativo acquistato in farmacia. Non ha voglia di aspettare facciano effetto, si ficca in gola l’indice e il medio della mano sinistra, già piena di calli, e vomita. Dopo di che, va in camera, si mette i pantaloncini e la maglietta tecnica, e va a correre, piangendo, con grandi sensi di colpa.
Ovviamente questo racconto è estremizzato, i comportamenti NON devono essere presenti tutti contemporaneamente.
Binge eating desorder
Il Binge Eating Disorder (BED), cioè il disturbo da alimentazione incontrollata, per molto tempo è stato interpretato da alcuni studiosi come una sorta di fase “evolutiva” della bulimia, quasi come se rappresentasse una situazione in cui la persona stesse gradualmente smettendo di mettere in atto i comportamenti compensatori. Oggi però questa interpretazione non è più condivisa dalla maggior parte della comunità scientifica: il BED è considerato un disturbo distinto, con caratteristiche proprie.
Il disturbo è caratterizzato da frequenti episodi di abbuffata, cioè l’assunzione in un tempo relativamente breve di una quantità di cibo molto superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo. Durante questi episodi è spesso presente anche una sensazione di perdita di controllo sul comportamento alimentare. A differenza di quanto accade nella bulimia nervosa, però, non sono presenti comportamenti compensatori come vomito autoindotto, uso di lassativi o esercizio fisico eccessivo. Per questo motivo, nel tempo può verificarsi un progressivo aumento di peso, anche se non tutte le persone con BED sono necessariamente obese.
Per capire meglio come può manifestarsi questo disturbo, immaginiamo una scena.
Sara torna a casa dopo una giornata pesante. Non ha avuto un momento per fermarsi e mangiare con calma. Passa dalla cucina quasi distrattamente e apre la dispensa. Prende un pacco di Nutella biscuit poi una confezione di Croccanti all’amarena dal freezer, poi un enorme pezzo di formaggio dal frigorifero.
All’inizio sembra solo fame accumulata durante la giornata, non sa bene perché le sue colleghe mangino solo un’insalata a pranzo, mentre lei deve sempre ordinare al Mc Donald’s o andare al sushi all you can eat. Ha sempre bisogno di mangiare. Durante le abbuffate continua a mangiare anche quando non ha più realmente fame. È come se in quel momento non riuscisse a fermarsi. Quando si rende conto di quanto ha mangiato arriva subito dopo un’altra sensazione: vergogna. A volte promette a se stessa che non succederà più. Ma nei giorni successivi può capitare di nuovo.
Un’altra differenza rispetto alla bulimia riguarda il modo in cui si distribuisce l’assunzione di cibo durante la giornata. Molte persone con BED tendono infatti a mangiare frequentemente nel corso della giornata (come vi ho simulato nella scenetta), non solo durante gli episodi di abbuffata. Anche il rapporto con la propria immagine corporea può essere diverso. Nella bulimia è spesso molto marcata la preoccupazione per il peso e per la forma del corpo, mentre nel BED il problema centrale è più frequentemente una difficoltà nella regolazione degli impulsi e delle emozioni.
Nonostante queste differenze, i due disturbi condividono alcuni elementi importanti. Le abbuffate avvengono spesso in solitudine e, dopo l’episodio, è molto comune provare vergogna, senso di colpa o imbarazzo.
Ortoressia
Come ho accennato poco fa, l’ortoressia è un disturbo di cui si parla sempre più spesso, ma che non è ancora ufficialmente riconosciuto nei manuali diagnostici. In altre parole, è uno di quei disturbi relativamente nuovi che sono ancora in fase di studio, per questo non compare nel DSM-5, anche se molti ricercatori stanno cercando di individuare pattern comuni di comportamento che possano delinearne meglio le caratteristiche.
Le persone che soffrono di questo disturbo sviluppano una vera e propria ossessione per l’alimentazione sana. Pensandoci, mi vengono in mente anche – in modo un po’ scherzoso – alcuni video molto diffusi su TikTok, in cui i ragazzi mostrano la propria dispensa cresciuti con una cosiddetta “almond mum”. In questi casi nella dispensa non si trovano cioccolatini, merendine o patatine, ma soprattutto mandorle, semi di chia, kefir e altri alimenti considerati particolarmente salutari. Ovviamente non stiamo dicendo che questi alimenti non vadano bene o che sia meglio avere una dispensa piena di cibo poco salutare. Si tratta piuttosto di un esempio per capire il contesto culturale in cui certi discorsi sull’alimentazione nascono e circolano.
Il problema nasce quando la ricerca di un’alimentazione sana diventa rigida e ossessiva. Le persone con ortoressia tendono infatti a mangiare solo determinati cibi ritenuti “puri” o salutari, escludendo completamente intere categorie di alimenti perché considerati non adeguati. Col tempo questa rigidità può diventare sempre più forte. L’individuo ortoressico tende a mangiare solo cibi di cui conosce perfettamente la composizione, evitando quindi molte situazioni sociali in cui non è possibile controllare con precisione cosa c’è nel piatto, come ad esempio mangiare al ristorante o a casa di amici. Tutto questo è spesso accompagnato da ansia e forte preoccupazione legate al timore di assumere cibi percepiti come “non sani”.
Per quanto riguarda i fattori di rischio, sono in parte simili a quelli che abbiamo già descritto nel paragrafo dedicato ai disturbi del comportamento alimentare. In alcuni casi però si osserva una maggiore vulnerabilità in persone molto orientate alla performance sportiva oppure particolarmente esposte ai social network, dove circolano continuamente contenuti legati al corpo, alla dieta e alla ricerca di uno stile di vita perfettamente “healthy”.
Per completezza, vi lascio, come al solito, una storia, per rappresentarvi al meglio questo disturbo del comportamento alimentare.
Giuseppe ha ventidue anni e studia all’università. Qualche mese fa ha deciso di mangiare meglio. All’inizio sono piccoli cambiamenti: inizia a leggere le etichette al supermercato, riduce gli zuccheri, prova nuove ricette “più sane”. I suoi amici all’inizio lo prendono anche un po’ in giro, ma in fondo sembra una cosa positiva. Mangiare meglio, fare più attenzione a ciò che si mette nel piatto.
Col tempo però qualcosa cambia. Giuseppe inizia a eliminare sempre più alimenti dalla sua dieta. Prima i dolci, poi i prodotti confezionati, poi alcuni tipi di carboidrati. In dispensa rimangono soprattutto cibi che considera “puliti”: cereali integrali, semi, yogurt fermentati, frutta secca. La parte più difficile arrivano quando deve mangiare fuori casa. Quando i suoi compagni di corso propongono di andare a cena insieme, Giuseppe spesso inventa una scusa. Dice che deve studiare, o che ha già mangiato. In realtà la verità è che non sapere esattamente cosa c’è nel piatto gli provoca ansia. A volte accetta di uscire comunque, ma passa gran parte della serata a chiedere come sono cucinati i piatti o a cercare di capire gli ingredienti.
Se per qualche motivo finisce per mangiare qualcosa che non rientra nelle sue regole alimentari, il disagio rimane per ore. Ripensa a quello che ha mangiato, si sente in colpa, promette a se stesso che la prossima volta farà più attenzione. Quella che era iniziata come una semplice attenzione alla salute, poco alla volta si è trasformata in un rapporto sempre più rigido e ansioso con il cibo.
Il cibo non c’entra (quasi) niente
Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, ed è importante ribadirlo ancora una volta per avere un quadro più chiaro, nei disturbi del comportamento alimentare il punto della questione raramente è il cibo in sé. Il cibo è piuttosto uno strumento o un linguaggio attraverso cui la persona affetta esprime qualcosa di molto più profondo.
In alcuni casi il cibo diventa uno strumento di controllo: ridurre sempre di più le calorie, digiunare, imporre regole rigide al proprio corpo può dare l’illusione di avere finalmente qualcosa sotto controllo, soprattutto se il paziente, nella propria vita, non ha il controllo di nulla. In altri casi può assumere il significato di punizione o autolesionismo, nulla di diverso rispetto al procurarsi dei tagli o strapparsi i capelli (tricotillomania).
Nelle abbuffate, invece, il cibo può diventare un modo per anestetizzare le emozioni, per riempire un vuoto emotivo o per interrompere temporaneamente uno stato di sofferenza. Subito dopo può comparire il vomito, vissuto come un gesto liberatorio ed espulsivo.
In altre situazioni la restrizione calorica e il progressivo abbassamento dell’indice di massa corporea diventano una strategia estrema per occupare sempre meno spazio, per sparire lentamente, non più solo metaforicamente.
Molte persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare fanno anche fatica a riconoscere o nominare le proprie emozioni. A volte non riescono a descriverle, altre volte non riescono nemmeno a identificarle. Quando questa difficoltà è particolarmente marcata si parla di alessitimia.
Per questo motivo è importante capire che fattori come i social network, i modelli estetici o le pressioni culturali possono certamente agire da trigger, cioè da elementi che facilitano o innescano il problema. Ma quasi mai sono l’unica causa.
La cura
Per fortuna, anche se i disturbi del comportamento alimentare sono patologie complesse e spesso difficili da trattare, non si è condannati a conviverci per sempre. Con le cure adeguate se ne può uscire.
Il trattamento dei DCA richiede quasi sempre una presa in carico multidisciplinare, cioè il coinvolgimento di diverse figure professionali che lavorano insieme. Tra gli specialisti coinvolti possiamo trovare psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicoterapeuti, medici internisti (quando è necessario intervenire anche sulle conseguenze fisiche del disturbo), ma anche educatori e nutrizionisti. In molti casi ha un ruolo importante anche la famiglia. Infatti, soprattutto nei pazienti più giovani, coinvolgere l’intero nucleo familiare nel percorso terapeutico può aiutare a migliorare e velocizzare il decorso.
Un altro aspetto importante da capire è che spesso la persona affetta da un disturbo del comportamento alimentare non chiede aiuto spontaneamente. Il disturbo, infatti, può diventare una sorta di strategia di coping, cioè un modo per gestire emozioni e sofferenze interne. Per questo motivo capita frequentemente che siano genitori, partner o altri familiari a fare il primo passo e a cercare aiuto.
Intraprendere un percorso di cura non è semplice. Significa, in molti casi, mettersi in discussione, affrontare emozioni difficili e fare i conti con un dolore che fino a quel momento era stato gestito attraverso il rapporto con il cibo. È un percorso che può essere lungo e faticoso, e non tutti si sentono subito pronti ad affrontarlo.
Quando le condizioni cliniche lo permettono, il trattamento può svolgersi in regime ambulatoriale. In questo caso la persona continua la propria vita quotidiana ma si reca regolarmente agli appuntamenti con gli specialisti, ad esempio psichiatra, psicoterapeuta o programmi di pasti assistiti con educatori. Se invece il disturbo è più grave e la persona non riesce a gestire il percorso terapeutico in autonomia, può essere necessario un percorso residenziale. In queste situazioni il paziente si trasferisce temporaneamente in strutture specializzate, dove un’équipe di professionisti lo aiuta ad affrontare il disturbo giorno dopo giorno. Un esempio che molti potrebbero ricordare è quello raccontato nel film “Fino all’osso” (To the Bone), disponibile su Netflix, in cui il personaggio interpretato da Lily Collins entra in una comunità terapeutica per affrontare la propria anoressia nervosa insieme ad altri pazienti che stanno vivendo difficoltà simili.
Nei casi più gravi, quando il disturbo mette seriamente a rischio la vita della persona, può essere necessario il ricovero ospedaliero per trattare le complicanze mediche. In situazioni estreme, se il paziente rifiuta le cure e la sua vita è in pericolo, può essere disposto anche un trattamento sanitario obbligatorio (TSO).
Conclusioni
Se sei arrivato fino a qui perché pensi, o temi, che tu o una persona a cui vuoi bene possiate avere un rapporto difficile con il cibo, forse il primo passo potrebbe essere parlarne con qualcuno. Può essere un amico, uno zio, un familiare, oppure il tuo medico di base. A volte basta iniziare da lì, dire ad alta voce che qualcosa non va.
Se però senti che nessuna di queste figure può aiutarti, o che anche solo parlarne è troppo difficile, esistono comunque altri modi per chiedere aiuto. Puoi contattare un’associazione o un centro specializzato vicino a te, oppure chiamare il numero verde 800 180 969. È il numero dell’SOS Disturbi Alimentari, un servizio gratuito che mette in contatto con operatori in grado di ascoltare e aiutare a capire quale percorso possa essere più adatto.
Esiste anche un sito web collegato al servizio, dove è possibile trovare un elenco aggiornato, regione per regione, dei servizi pubblici e delle associazioni che si occupano di disturbi del comportamento alimentare.
Chiedere aiuto può sembrare difficile. Ma è spesso il primo passo per iniziare a stare meglio.
E soprattutto, ricordalo: non sei solo.
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