La crisi del cinema: tra prequel, sequel e spin-off

Giacomo Scotton

Negli ultimi anni, il cinema sembra aver perso una delle sue caratteristiche più affascinanti: la capacità di raccontare storie originali e innovative. Ormai, le sale sono invase da una quantità crescente di prequel, sequel e spin-off, prodotti che attingono a pellicole precedenti di successo invece di cercare di dare vita a nuovi universi narrativi.

Questo fenomeno ha suscitato non poche critiche, soprattutto tra gli appassionati di cinema che ricordano con nostalgia un tempo in cui le grandi storie venivano create da zero, senza dover fare affidamento su film precedenti. Fare cinema implica uno studio, uno sviluppo creativo, un’espressione artistica, una ricerca di contenuti. Mentre il tirare lunga una storia che parte da un film compiuto, che aveva un suo senso, un suo inizio e una sua fine fin dal principio, è puro opportunismo commerciale. 


L’effetto “franchising”

Alcuni dei maggiori successi cinematografici degli ultimi anni sono infatti nati da franchise già esistenti.
Dal ritorno di saghe cult come Star Wars e Jurassic Park, ai prequel di Mad Max o spin-off come Furiosa (ispirato da Mad Max: Fury Road), il cinema contemporaneo sembra sempre più dominato dalla formula del “rischio minimo”, dove la creatività si piega a logiche commerciali. Le case di produzione sanno che un film legato a un franchise già consolidato ha molte più probabilità di incassare, grazie alla base di fan preesistente. Questo approccio non è una novità, ma negli ultimi anni sembra aver preso il sopravvento, mettendo in secondo piano l’originalità.

In effetti, molte delle pellicole che oggi vediamo sul grande schermo sono il risultato di decisioni strategiche, pensate più per capitalizzare su vecchi successi che per introdurre nuovi mondi o storie fresche. Ovviamente ogni tanto ci sta e risulta vincente creare sequel o prequel su certe storie che per come sono state concepite potrebbero lasciare spazio a fantasiosi collegamenti col film principale.
Però come ogni cosa, il troppo stroppia.  

La crisi della fantasia

Un altro aspetto che alimenta il dibattito è la perdita di fantasia nel cinema.
Quando si fa affidamento su film che ripropongono universi già noti, si rischia di soffocare quella scintilla di novità che ha sempre caratterizzato il grande schermo.
I registi, pur avendo anche grande talento, si trovano a lavorare all’interno di spazi stretti, dove l’innovazione e il rischio sembrano essere limitati da una forte pressione commerciale. Le sceneggiature si adattano a schemi già collaudati, con poca possibilità di rompere gli schemi o sperimentare.

Ciò che conta è l’affezione del pubblico verso un determinato marchio, non la capacità di sorprenderlo con qualcosa di nuovo. A volte questa strategia si è dimostrata un boomerang visti i flop di alcuni sequel che non hanno portato gli incassi e i successi sperati, anzi, creando semmai sdegno da parte del pubblico. 

La ricerca del profitto

Il motivo di questo fenomeno è facilmente comprensibile: i soldi.
Ogni nuovo film in una saga di successo ha la garanzia di un pubblico, e dunque di un introito maggiore, rispetto a un film originale che potrebbe non riscuotere lo stesso entusiasmo. L’economia del cinema, soprattutto in un periodo in cui le produzioni sono enormi e costose, tende ad allinearsi a queste dinamiche.
Secondo alcuni esperti di settore, la logica di mercato ha progressivamente preso il sopravvento sulla passione per il cinema come forma d’arte. I blockbuster di oggi sono spesso visti come macchine da soldi, progettate per massimizzare i guadagni, con il rischio che la qualità artistica e la creatività vengano sacrificati sull’altare del profitto.

Segnali di speranza

Alcuni registi continuano a cercare nuove vie espressive, creando film originali che si distaccano dalle convenzioni dei franchise. Pellicole come Everything Everywhere All at Once o Oppenheimer hanno dimostrato che c’è ancora spazio per idee innovative, anche in un’industria dominata dalle logiche commerciali.
Tuttavia, questi esempi rimangono casi isolati, e il loro successo potrebbe dipendere più dalla volontà di un regista visionario che da un sistema produttivo che supporta il rischio creativo.

Dati economici che confermano il dominio dei franchise

Secondo un’analisi del 2024, i maggiori incassi globali sono stati quasi interamente monopolizzati da sequel, remake e reboot. Film come Inside Out 2, Deadpool & Wolverine, Cattivissimo Me 4, Moana 2 e Dune: Part Two hanno registrato incassi da centinaia di milioni fino ad oltre un miliardo di dollari, monopolizzando le classifiche internazionali.

Nel mercato italiano, i dati del botteghino mostrano che il cinema nazionale ha incassato nel 2024 circa €121.4 milioni, corrispondenti al 24,6 % del totale degli incassi, con 17,9 milioni di spettatori; tuttavia i maggiori incassi restano saldamente nelle mani di produzioni statunitensi con franchise consolidati. Questi numeri mettono in luce non solo la grande leva commerciale che i franchise hanno, ma anche la difficoltà per le opere originali di emergere nel mercato competitivo.

Voci critiche: cosa dicono registi e produttori

Martin Scorsese ha dichiarato che l’abbondanza di film da franchise — in particolare i blockbuster di supereroi — rappresenta un pericolo per la cultura cinematografica: «Il contenuto prodotto in serie non è davvero cinema». Ha invitato i registi a «reinventare», a non rassegnarsi, affermando che bisogna «combattere» per il valore artistico contro la logica del profitto facile.

Simon Pegg, noto attore e sceneggiatore, ha espresso una preoccupazione interessante: un sequel, secondo lui, può addirittura “danneggiare retroattivamente” l’opera originale, nel senso che nuovi eventi o trame in un seguito cambiano il modo in cui il pubblico percepisce il primo film, riducendone, a volte, il valore narrativo.

Nel dialogo con registi indipendenti, emerge il tema della pressione economica: molti affermano che il budget è un vincolo forte, e che le produzioni originali richiedono “il coraggio del rischio” che non sempre i produttori main-stream sono disposti ad assumersi. Ad esempio, il regista Vincenzo Natali ha detto che lui preferisce fare film originali solo quando è appassionato del progetto, perché “se non lo sei, non arrivi fino alla fine”; ha aggiunto che i limiti di budget e il sistema produttivo spesso spingono verso scelte più sicure, non necessariamente più creative.

In conclusione: cosa


Il cinema sembra trovarsi in un periodo di stasi creativa, dove i film originali sono sempre più rari e le grandi produzioni tendono a ripetere formule già collaudate, spesso a discapito dell’innovazione. La ragione di questo fenomeno è la spinta commerciale che spinge a investire in franchise già conosciuti, con la speranza di ottenere ritorni economici. Eppure, la speranza è che, come in passato, ci siano ancora voci capaci di riscrivere le regole e portare la creatività e la fantasia al centro del grande schermo.

Per il resto, la cinematografia è una forma d’arte, non è detto che un film solo perchè è stato fatto da registi e cast famosi, con grossi budget diano poi la certezza di venire bene ed avere successo e incassi, basti vedere ad esempio come è andato il film Napoleon, ma da che mondo è mondo in questo settore così vanno le cose, non sempre le ciambelle escono col buco, l’importante è provarci.

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