Non solo film ma anche molte, moltissime serie TV: abbiamo selezionato per voi le migliori 10, ce n’è per tutti i gusti, non ringraziateci.
A differenza di altri competitor, la piattaforma streaming Prime Video non è il core business di Amazon, ma accessoria rispetto al servizio di spedizione: questo non ha impedito alla piattaforma – grazie alle risorse a disposizione – di creare un catalogo di tutto rispetto, impreziosito nel corso degli anni anche grazie all’acquisto dello storico studio MGM, incorporando tra gli altri il franchise di James Bond.
1. The Boys
Non si può non partire da qua. La serie tv che ha decostruito il concetto di supereroe che da bambini popolava le nostre fantasie e che negli ultimi vent’anni Marvel e DC hanno continuato ad alimentare, incassando su quelle fantasie decine di miliardi di dollari.

Se i “super” non fossero degli eroi? E se sotto al mantello non ci fosse un eroe ma un sociopatico, prodotto della propaganda?
Più o meno questa è la premessa del personaggio di Patriota (Homelander), una versione di Superman che il marketing aziendale ha pianificato in laboratorio.
Il vero colpo di genio della serie non risiede solo nella violenza iperbolica o nel cinismo dei suoi protagonisti, ma nella sua feroce critica al tardo capitalismo e alla manipolazione mediatica. I supereroi in questo universo non nascono da tragici incidenti o destini cosmici, ma sono prodotti commerciali di laboratorio, brevettati e controllati da una multinazionale: la Vought International.
Il parallelismo con la nostra realtà è evidente. La Vought pianifica a tavolino la narrazione pubblica di ogni singolo “super”. Tutto è marketing: le missioni di salvataggio sono coreografate a favore di telecamera, i discorsi umanitari sono scritti da copywriter esperti e le crisi geopolitiche vengono cavalcate per vendere merchandising o per influenzare le decisioni del Pentagono.
Patriota e i “Sette” non sono salvatori, sono influencer con armi di distruzione di massa incorporate: è la mercificazione della virtù portata alle sue estreme conseguenze.
A fare da contraltare a questo sistema di propaganda apparentemente perfetto c’è la squadra che dà il nome alla serie: i The Boys. Non aspettatevi, però, un gruppo di eroi puri e senza macchia pronti al sacrificio in nome della giustizia. Questa squadra di scalmanati è mossa da motivazioni profondamente personali, spesso egoistiche, fatte di traumi, vendette e rabbia repressa.
Guidati dal carismatico e brutale Billy Butcher, i Boys sono l’incarnazione della disperazione umana di fronte a un potere tecnocratico e divinizzato. Per combattere dei mostri protetti dall’opinione pubblica, sono costretti a scendere al loro stesso livello, sporcandosi le mani e superando costantemente il confine dell’etica.
Non c’è spazio per il moralismo: in un mondo dominato da divinità artificiali e ciniche corporazioni, la ricerca della verità diventa un percorso sporco, violento e privo di gloria.
P.s. Spoiler senza contesto: latte.
2. Good Omens
“A pochi giorni dall’Apocalisse, gli eserciti del Paradiso e dell’Inferno si stanno radunando e i Quattro Cavalieri sono pronti alla battaglia.
Aziraphale, un angelo, e Crowley, un demone, decidono di cercare insieme l’Anti-Cristo scomparso e porre fine alla guerra”
Cosa potrebbe mai andare storto? TUTTO.

Tratto dal romanzo scritto da Terry Pratchett e Neil Gaiman (lo stesso di The Sandman, ne abbiamo parlato qua), Good Omens è un gioiello di umorismo squisitamente britannico che gioca con il sacro e il profano demolendo con grazia ogni dogma.
La vera colonna portante dello show, però, è la dinamica tra i due protagonisti. Aziraphale e Crowley non sono solo un angelo e un demone; sono due “colleghi” che vivono sulla Terra da seimila anni, si sono affezionati ai piaceri terreni (come il buon vino, i libri antichi e le auto d’epoca) e, sotto sotto, si sono abituati l’uno alla presenza dell’altro molto più di quanto i rispettivi piani alti sospettino. La chimica tra Michael Sheen e David Tennant è letteralmente magnetica: i loro battibecchi, fatti di sguardi complici e ironia pungente, trascinano lo spettatore in un viaggio irresistibile.
Tra burocrati celesti iper-rigidi, demoni incompetenti, un Anticristo undicenne che vuole solo giocare con il suo “cane” e le bizzarre profezie di una strega del Seicento, la serie scorre che è un piacere. Neil Gaiman (qui in veste di showrunner) è riuscito nell’impresa impossibile di regalarci una riflessione brillantissima sulla natura umana, sul libero arbitrio e su cosa significhi, dopotutto, essere “buoni” o “cattivi”.
Se cercate una fine del mondo apocalittica ma incredibilmente confortevole, accomodatevi.
3. Fallout
A proposito di Apocalisse…
Tratta da una delle maggiori serie di videogiochi, nelle mani di Jonathan Nolan (sì, il fratello di Christopher e già produttore di quel gioiello che è Westworld) e Lisa Joy, è diventato uno dei prodotti più visti su Prime Video.
Dopo la seconda guerra mondiale la guerra fredda si protrae per oltre un secolo, finché esplode una guerra nucleare che rade al suolo il pianeta, con pochi sopravvissuti rifugiatisi nei rifugi antiatomici.

Oltre due secoli dopo Lucy MacLean (Ella Purnell) lascia il Vault 33, uno dei bunker dai cui rifugiati discende, per cercare in una California devastata il padre che è stato rapito.
La serie è un trionfo di estetica retro-futuristica, ultra-violenza pop e satira sociale affilata come un rasoio e racconta il dramma di un mondo post-apocalittico brutale condito di black humor, sottolineato dalle canzoni jazz e swing anni ’50 che fanno da colonna sonora a massacri sanguinolenti.
La narrazione si regge su un trittico di personaggi azzeccatissimo: oltre all’ingenua e ottimista Lucy, cresciuta sotto terra a “pane e finti valori americani”, seguiamo Maximus, un giovane soldato della Confraternita d’Acciaio (una fazione militarista ossessionata dalla tecnologia), e soprattutto Il Ghoul (un immenso Walton Goggins), un cacciatore di taglie mutato dalle radiazioni, cinico e immortale, che ha vissuto il mondo prima e dopo le bombe.
Nolan e Joy sono riusciti a creare una storia che rispetta la lore originale ma che risulta perfettamente godibile anche da chi non ha mai preso in mano un joypad. Dietro i mostri radioattivi e le armature atomiche, Fallout ci ricorda che anche quando il mondo finisce, l’avidità umana e il capitalismo sfrenato (incarnati dalla misteriosa multinazionale Vault-Tec) trovano sempre il modo di sopravvivere. E di fatturare.
4. Hazbin Hotel
Fuori di testa. Ma prima di parlarvi della serie è interessante dire come è nata.
Hazbin Hotel nasce infatti dalla mente dell’animatrice Vivienne Medrano, che nel 2019 pubblica l’episodio pilota autoprodotto su YouTube.
Risultato? Un successo planetario da centinaia di milioni di visualizzazioni che ha costretto giganti come la casa di produzione A24 e Amazon ad accorgersi del progetto e a finanziarne una serie completa.
Ma di cosa parla questo delirio?
La protagonista è Charlie Stella del Mattino, nientemeno che la principessa dell’Inferno e figlia di Lucifero. Davanti al problema del sovraffollamento del regno dei dannati (che il Paradiso risolve periodicamente con uno sterminio di massa annuale), Charlie ha un’idea bislacca e ottimista: aprire un hotel di riabilitazione per redimere i demoni e mandarli in Paradiso. Semplice, no?
MANCO PER IL ***** (oh no, la polizia del linguaggio).

La serie si presenta con una forte estetica pop e coloratissima ed è infarcita di battute squisitamente volgari, sesso, violenza, droghe e un umorismo nero graffiante. Non propriamente adatto ai bambini.
Sì lo so, è anche un musical, ma la vostra avversione per la gente (o demoni in questo caso) che si mette a cantare dal nulla stavolta si scioglierà come neve all’inferno e le canzoni vi si pianteranno in testa al primo ascolto.
Tra demoni della radio manipolatori, pornostar aracnidi in cerca di riscatto e angeli tutt’altro che celestiali (vero Adamo?), Hazbin Hotel è un concentrato di energia anarchica che dimostra come l’animazione adulta non debba per forza essere cinica e nichilista, ma possa nascondere un cuore enorme sotto una montagna di, ehm… fate voi.
P.s. abbiamo trovato qualcuno più ossessionato dalle papere di gomma di Arthur Weasley
5. Gli Anelli del Potere
Quando il tuo CEO è Jeff Bezos puoi permetterti di fare shopping di lusso ad un altro livello.
E cosa compri, quando la tua azienda ha una capitalizzazione paragonabile al PIL dell’Italia, l’ottava potenza economica mondiale?
Esatto, i diritti per una delle serie tv più costose mai realizzate, che da soli hanno fatto sborsare a Mr. Amazon 250 milioni di dollari. Poi ne spendi altri 100-150 per produrre ogni stagione, ne pianifichi cinque ed è così che Gli Anelli del Potere diventa una produzione da un miliardo di dollari.
La vera domanda a questo punto è: li vale questi soldi?
Credo dipenda molto da quale aspetto si vada ad analizzare, perché il paragone con le due trilogie cinematografiche dirette da Peter Jackson sarebbe impietoso a priori (17 Oscar a fronte di 30 candidature solo per la trilogia del Signore degli Anelli).
L’unico paragone possibile (ed il motivo alla base di questo investimento monstre) è Il Trono di Spade, prodotto da HBO.
Dove la serie tratta dai romanzi di George R.R. Martin puntava sul fango, sul sesso e sugli intrighi politici spietati, Gli Anelli del Potere cerca di recuperare quell’epica classica, quasi mitologica, della Seconda Era della Terra di Mezzo raccontata nelle appendici di Tolkien.
Migliaia di anni prima delle vicende di Frodo, assistiamo alla forgia degli iconici anelli e all’ascesa di un Sauron ancora sotto mentite spoglie.
Quindi, tornando alla domanda iniziale: questo miliardo si vede sullo schermo? Visivamente, la risposta è un sì clamoroso. La serie è un’esperienza estetica totalizzante, un vero e proprio colossal cinematografico prestato al piccolo schermo. I paesaggi di Numenor così come le miniere di Khazad-dûm all’apice del loro splendore sono talmente curati da mozzare il fiato.

Il punto debole risiede nella scrittura. La prima stagione soffre di un ritmo a tratti fin troppo compassato e di dialoghi che cercano disperatamente di suonare poetici, finendo a volte per risultare ridondanti. Le cose sono decisamente migliorate con la seconda stagione, dove l’azione entra nel vivo e la discesa nell’oscurità si fa finalmente palpabile e psicologicamente intrigante.
Resta un’opera mastodontica che, pur con i suoi difetti di sceneggiatura, merita di essere vissuta anche solo per la vertigine visiva che è in grado di regalare.
6. La Fantastica Signora Maisel
Se i dialoghi a mitragliatrice e il ritmo sincopato di Una mamma per amica vi mancano come l’aria, accendete un cero a Amy Sherman-Palladino.
La creatrice di Lorelai e Rory torna dietro alla macchina da presa per regalarci la serie più premiata, frizzante e visivamente deliziosa di tutto il catalogo Prime Video.
Siamo nella New York del 1958. Miriam “Midge” Maisel (una monumentale Rachel Brosnahan) è la perfetta casalinga dell’Upper West Side: ebrea, ricca, con un marito devoto e due figli.
Tutto da manuale, finché il marito non la lascia per la segretaria.
Invece di disperarsi, Midge si ubriaca, sale sul palco di un comedy club seminterrato del Greenwich Village e improvvisa un monologo esilarante sulla sua vita che va a rotoli. Nasce così, per caso, una stella della stand-up comedy.

Accompagnata dalla sua improbabile e cinica manager Susie (Alex Borstein), Midge inizierà una scalata al successo in un mondo, quello della comicità, all’epoca dominato esclusivamente dagli uomini.
La fantastica signora Maisel è un trionfo totale: i dialoghi sono una sventagliata di battute intelligenti e serratissime, i costumi (un set di cappellini e cappotti coordinati da far invidia alla Regina Elisabetta) e la ricostruzione storica della New York anni ’50 e ’60 sono da capogiro.
Cinque stagioni di pura gioia per gli occhi e per le orecchie, con un finale che stringe il cuore e chiude il cerchio in modo magistrale.
7. La Ruota del Tempo
Il fantasy classico non si è ancora esaurito.
Tratta dalla mastodontica saga letteraria di Robert Jordan, La Ruota del Tempo segue le vicende di Moiraine (Rosamund Pike), membro delle Aes Sedai, un’organizzazione di donne incredibilmente potenti in grado di canalizzare l’Unica Forza (la magia di questo mondo).
Moiraine guida un gruppo di cinque giovani ragazzi di un villaggio sperduto, convinta che tra loro si nasconda il “Drago Rinato”, una figura leggendaria destinata a salvare il mondo dall’Oscuro… o a distruggerlo definitivamente.

Lo confesso, la prima stagione ha sofferto un po’ il budget iniziale poco generoso e la necessità di introdurre un universo immenso, ma la seconda ha ingranato la quinta, regalando battaglie epiche, un comparto visivo notevole e una gestione della lore molto più matura.
È un fantasy vecchio stile, fatto di profezie, spade, mostri e legami indissolubili, ma rinfrescato da una forte componente di politica matriarcale che lo rende unico nel suo genere.
Se cercate una saga in cui immergervi e fare binge-watching selvaggio, avete trovato pane per i vostri denti.
8. Prisma
In questo elenco c’è spazio pure per una serie tv italiana.
Creata da Ludovico Bessegato, già showrunner di Skam Italia, pur mantenendo lo stesso target, spostandosi da Roma a Latina, riesce a distinguere nitidamente i due prodotti, complice un’estetica visiva ripresa fin dal titolo.

Mattia Carrano interpreta i due gemelli protagonisti della serie, Andrea e Marco Risorio, che con la loro rete di amicizie e drammi riescono a parlare al pubblico di come accettare se stessi.
Marco è un ragazzo introverso, un nuotatore che cerca di rimettersi in sesto dopo un periodo di depressione, Andrea è il suo riflesso speculare, un ragazzo apparentemente sicuro di sé che però nasconde un segreto legato alla sua identità di genere e alla sua fluidità.
Il titolo è la chiave di lettura di tutta l’opera: proprio come un prisma di vetro scompone la luce bianca in uno spettro infinito di colori, la serie si rifiuta di incasellare i suoi personaggi in categorie o etichette preconfezionate. Si parla di sessualità, di genere, di bullismo, di sogni spezzati e di disabilità, ma lo si fa con una naturalezza e una delicatezza disarmanti, senza mai risultare didascalici o moralisti.
A fare da cornice ci sono una Latina brutalista e una colonna sonora pazzesca (curata anche da cantanti come Achille Lauro) che pulsa al ritmo dei turbamenti dei protagonisti. Prisma non è solo una serie teen: è un racconto universale sulla fluidità dell’essere umani, una boccata d’aria fresca per la serialità italiana, dimostrando che non si deve necessariamente rimanere intrappolata nei cliché narrativi, soprattutto dalle parti di viale Mazzini.
9. Fleabag
Qua sfondiamo una porta. Anzi, la quarta parete.
Fleabag nasce come trasposizione di uno spettacolo teatrale di Phoebe Waller-Bridge quel genio matto che si sta imponendo sempre più nel panorama seriale e cinematografico (sempre suo il capolavoro Killing Eve per la BBC, oltre ad essere stata chiamata da Daniel Craig (James Bond) per contribuire alla sceneggiatura dell’ultimo atto No Time to Die.

Fleabag (lett. “sacco di pulci”) è una giovane donna londinese che ha una vita problematica, dovuta ad una famiglia disfunzionale (aiutami a dire disfunzionale), alle difficoltà economiche legate alla gestione di una caffetteria, che aveva aperto con la sua defunta migliore amica, e alla sua instabile quanto frenetica vita sessuale e sentimentale.
Il rapporto difficile ma profondo con sua sorella Claire, quello di conflitto con la matrigna (la sempre magnifica Olivia Colman) e con un avvenente prete (Andrew Scott) fanno da cornice alla vita della protagonista.
La vera magia della serie sta in quegli sguardi complici lanciati dritti in camera. Fleabag ci rende complici e voyeur dei suoi disastri quotidiani: la rottura della quarta parete non è un semplice virtuosismo stilistico, ma una vera e propria barriera emotiva che la protagonista alza per non sprofondare nel dolore e nel senso di colpa che la logorano.
Serie dal chiaro sapore inglese (consigliata la visione in lingua originale) seppur breve lascerà il segno, perciò mettetevi comodi e fatevi un viaggio nella mente contorta, sarcastica e spezzata di Fleabag.
10. Mozart in the Jungle
Una di quelle serie hanno ridefinito l’identità di Prime Video quando la piattaforma muoveva i suoi primi passi.
Tratta dalle memorie della saggista e oboista Blair Tindall, Mozart in the Jungle è un viaggio sfrontato, ironico e incredibilmente sexy dietro le quinte della fittizia New York Symphony Orchestra.
Il fulcro dello show è l’arrivo del nuovo direttore d’orchestra, Rodrigo De Souza (un irresistibile Gael García Bernal, premiato con il Golden Globe per questo ruolo), un genio della musica eccentrico, ribelle e totalmente fuori dagli schemi, vagamente ispirato alla figura reale di Gustavo Dudamel.

Il suo compito? Ringiovanire un’istituzione polverosa e sull’orlo del fallimento. A fargli da perfetto contraltare c’è Hailey (Lola Kirke), una giovane oboista idealista che cerca disperatamente di farsi strada in un ambiente spietato, finendo per fare da assistente personale alle follie del Maestro.
Il dietro le quinte (è proprio il caso di dirlo) della musica classica, che ci mostra la serie è ben lontano dall’austera compostezza dei teatri: tra sesso, abuso di sostanze, sindacati agguerriti, gelosie feroci e colpi bassi tra musicisti, lo show demolisce il mito della musica d’élite con una leggerezza e un’ironia travolgenti.
E magari vi fa un po’ appassionare alla musica classica, che – vi assicuro – male non fa.
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