“Citizen Vigilante”: il manifesto pulp della destra globale

Michele Cacciapuoti

Già l’incipit è smaccatamente retorico, a metà fra i poster della Prima Guerra Mondiale e una pubblicità progresso.

Dopo le accuse di censura, il film sbarca su X grazie a Elon Musk. Un concentrato di retorica anti-migranti e “giustizia” fai-da-te che deforma l’Europa, in una caricatura a uso e consumo dell’alt-right americana.

Se rimane valido lo stereotipo dei contenuti culturali di sinistra che, ormai incuranti della lezione gramsciana, si profondono in lunghi e polverosi wall of text teorici, il corrispettivo di destra – Citizen Vigilante – non è da meno.

Film thriller scritto, diretto e prodotto da Uwe Boll, è stato normalmente distribuito negli USA dalla casa Quiver lo scorso giugno; in Germania è acquistabile, ma per i suoi contenuti ne è stata limitata la grande distribuzione e la pubblicità.

Tanto è bastato a rendere Boll (regista action tedesco) un martire del politicamente corretto, associato alle società europee nella retorica dell’amministrazione Trump. In pochi giorni il film è dunque stato distribuito gratuitamente su X da Elon Musk e poi, a livello internazionale, sempre da Quiver – e la teoria della censura è stata rilanciata in Italia anche dall’influencer leghista Ferenc “Eterno” Venturelli.

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Citizien Vigilante di Uwe Bold

Una pellicola decisamente “retorica”

La pellicola sarebbe potuta essere un dimenticabile film di genere revenge (o rape-revenge), in cui un cittadino americano gira per una città europea a vendicare i torti commessi da numerosi malviventi, se non fosse stato concepito come un manifesto politico estremamente plateale e didascalico.

Già l’incipit è smaccatamente retorico, a metà fra i poster della Prima Guerra Mondiale e una pubblicità progresso (o regresso): una tenera scena fra una madre e il suo bambino viene interrotta dall’assassinio della donna da parte di un migrante irregolare, prontamente inserito da un telegiornale in un più sistematico quadro di emergenza nazionale.

Ma pressoché tutti i criminali e i nemici sono stranieri, nel film: una banda che pratica un po’ l’usura e un po’ il pizzo e, al di là dello stereotipo, viene sconfitta in uno scontro impari contro il protagonista Michael Sanders, à la John Wick; un gruppo di teppistelli che si rifiuta di pagare il biglietto dell’autobus, certamente simili a quelli che vengono impropriamente definiti “maranza”, ma qui appiattiti su dei personaggi-tipo odiosi, finché Sanders non decide di minacciarli con la pistola.

Dopo averli rivisti intenti a bullizzare un coetaneo, Sanders li abbatte – o meglio, abbatte solo i maschi – con il taser, altro oggetto di dibattito politico in Europa. Nel frattempo si rivela essere anche un proprietario e locatore di abitazioni vuote, che il governo vorrebbe espropriare a fini di edilizia popolare per migranti, come lui stesso lamenta in un pedante monologo.

Ancora, una donna da lui aiutata decide di coprirgli le spalle fornendo alla polizia un identikit… razzializzato, definendolo “mediorientale”.

Ma l’epitome del vigilantismo più sproporzionato gira intorno alla vendetta dello stupro perpetrato da alcuni ragazzi, neri e arabi. Sanders li rintraccia e li uccide uno per uno, partendo da Yusuf, di cui però decide di prendere in ostaggio e sterminare l’intera famiglia. Per quanto si cerchi di giustificare quest’esecuzione sommaria con la copertura morale fornita a Yusuf dai genitori e dalla sorella, essa appare gratuita anche per un film revenge.

Risulta straniante soprattutto l’accusa mossa da Sanders alla famiglia: aver fatto prevalere l’ideologica coranica sulla rule of law democratica.

Le contraddizioni del film

Peccato che incorra in tre contraddizioni: innanzitutto, quella laicista e liberale contro qualsivoglia teocrazia, musulmana o cristiana, è una battaglia di sinistra (e da tempo la retorica di destra cristiana prova a distinguersi da quella omologa islamica, dipingendola come il vero illiberalismo); in secondo luogo, nonostante i punti di contatto con il victim blaming sessuofobo operato dalla sorella di Yusuf, è difficile inquadrare il giustificazionismo dello stupro nel confessionalismo bigotto; infine, il nostro vigilante sembra il primo a infischiarsene della rule of law.

Gli stupratori sarebbero stati peraltro scagionati da un giudice, in virtù del disagio giovanile dovuto alle difficoltà nell’integrazione. Peccato che da un lato la giustificazione boys will be boys è più invalsa a destra che a sinistra, e che dall’altro l’idea che qualcuno giustifichi le violenze con l’integrazione appare risibile: Boll l’ha presentata come ispirata a un caso reale ad Amburgo, che però vedeva protagonisti anche alcuni tedeschi e soprattutto non ha coinvolto ragionamenti sull’integrazione.

Boll ha recentemente sostenuto di aver faticato a trovare attori disposti a interpretare queste specie di babau, e non sorprende. Ma la soluzione è stata trovata: l’interprete di Yusuf è forse bengalese, quella della sorella è israeliana, mentre i genitori sono egiziano e siriana.

Del resto, l’Europa di Boll sembra una confusa caricatura statunitense: gran parte dei personaggi, positivi e negativi, è interpretata da attori croati (incluso l’agente Pierre); il commissario Henry è però greco, la vittima Elsa italiana e l’amministratore Owen tedesco.

Il montaggio alternato con i video-messaggi registrati da Sanders e il suo interrogatorio, per quanto cliché, avrebbe potuto funzionare, se non fosse scaduto nella rappresentazione dei pundit, gli opinionisti social conservatori (alter ego di quelli che stanno spingendo il film nella realtà).

Il problema di questo vigilantismo è che, a differenza di quello prettamente supereroistico à la Batman o Darkman, non viene problematizzato neanche un po’. E quindi il rapporto col commissario non è come quello di Batman e Gordon, o Spiderman e George Stacy: la polizia è del tutto antagonistica, nonostante si cerchi di cooptarla moralmente nel finale.

Quale ideologia emerge?

Henry diserta il proprio ruolo per focalizzarsi sulla caccia a Sanders, che si barrica in casa e stermina l’esercito: qual è l’ideologia veicolata?

Un liberalismo radicale in stile don’t thread on me, magari associato al libertinismo che emerge dalla scena nel bordello (con tanto di mansplaining)? O piuttosto un’estrema destra paramilitare, anti-federalista e disillusa dal Deep State di destra e sinistra sbiadite, quella intercettata da Bush Jr. e Trump? Del resto, nell’incipit si equiparano Clinton, Biden e proprio Trump.

A dirimere la questione non aiutano i vaneggiamenti di Sanders: delegittima l’idea di un processo che indaghi anche sulle affermazioni dell’accusa; sostiene che le leggi servano solo a proteggere le vittime. Ancora, quando il commissario lamenta il rischio di anarchia, la vox populi sembra sostenere quest’ultima come buon viatico.

Il film si conclude con lo stesso didascalismo dell’inizio: una filippica contro l’improvvida alleanza fra l’Islam e la cecità della sinistra liberal woke, cavallo di Troia dei veri antidemocratici. L’alleanza verde-rossa, spauracchio retorico molto usato da certa destra e che sarà oggetto del prossimo film del Daily Wire di Ben Shapiro, ossia il sequel di Run Hide Fight.

Recensione dei Criticoni sul film di Uwe Boll “Citizen Vigilante” e analisi del fenomeno.

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