Tra aule per la preghiera e corsi di arabo le denunce della destra di islamizzazione delle scuole italiane, o forse no.
Gli ultimi antefatti

Sto depositando una interrogazione parlamentare urgente al Ministro Valditara, per capire se ritenga opportuno e rispettoso della normativa il fatto che in una scuola statale della Repubblica italiana, l’istituto ‘Sassetti Peruzzi’ di Firenze, sia consentita la trasformazione di una classe in una piccola moschea, con tanto di divisorio per le donne. Non stupisce il silenzio del mainstream, sempre pronto a straparlare di educazione all’affettività e rispetto della parità di genere, con un vergognoso silenzio sulle ragazzine discriminate e separate dai compagni maschi nella propria scuola!
Stupisce e dispiace invece il silenzio del centrodestra, anche se è da tempo arrendevole su vicende legate all’islamizzazione delle nostre scuole: sono al Governo ma non fanno nulla contro l’islamizzazione della nostra società. Sono certo che il Ministro Valditara abbia già mandato gli ispettori ministeriali, ma vorremmo avere qualche notizia.
Futuro Nazionale non si sottomette all’Islam e oltre all’interrogazione parlamentare preannuncia azioni dimostrative e richieste di ispezioni parlamentari, anche ascoltando quei docenti che avrebbero espresso dissenso sulla decisione del dirigente scolastico.
(…)
Non è integrazione.
È sottomissione.

Queste le parole di Rossano Sasso, deputato di Futuro Nazionale, il partito fondato dall’eurodeputato Roberto Vannacci.
Tuttavia il dirigente scolastico dell’istituto in questione racconta una versione differente, ovvero che ci sia stata una richiesta da parte di alcuni studenti di poter utilizzare degli spazi per la preghiera durante il Ramadan, ricevendo riscontro positivo per l’impiego di due aule inutilizzate.
Il Ramadan è un periodo importante tanto quanto il Natale o la Pasqua per i cristiani: durante questi periodi la scuola è chiusa, lasciando la possibilità agli studenti, credenti o meno, di vivere le festività in assenza degli impegni scolastici. Non potendo assentarsi per tutto il periodo di preghiera, alcuni studenti musulmani hanno chiesto la possibilità al dirigente scolastico di utilizzare spazi vuoti, in modo da poter sia seguire le lezioni che esercitare la libertà di culto prevista dalla nostra Costituzione. Possibilità che ha trovato il beneplacito del dirigente, nel rispetto dell’autonomia scolastica.
Dove sia la sottomissione non mi è molto chiaro, ma per fortuna non sono io a dover rispondere all’interrogazione parlamentare ma il ministro., che ha detto:
“Il dirigente scolastico ha spiegato che la decisione assunta non risponde ad alcuna impostazione ideologica o politica ma si colloca nell’ambito dell’autonomia organizzativa”
Non è la prima polemica di questo tipo, poche settimane fa è stato coinvolto un altro istituto: il liceo linguistico E. Montale di Roma offrirà tra le scelte per la terza lingua curriculare anche l’arabo. Ripeto, un liceo linguistico darà ai suoi studenti la possibilità di scegliere un’altra lingua tra quelle da studiare. Cosa ci sia di strano mi risulta oscuro. Pur non essendo del mestiere so che l’arabo è una delle lingue più parlate al mondo, sicuramente più di lingue europee come l’italiano, il tedesco, il russo (ogni riferimento è puramente casuale).
Non dovrebbe suscitare scalpore che un liceo linguistico faccia il suo mestiere e decida di offrire ai suoi studenti la possibilità di apprendere una delle lingue più diffuse al mondo. Non è nemmeno il primo caso, si tratta infatti del quinto liceo in Italia ad aggiungere questa possibilità. Eppure c’è chi questa cosa non la riesce a digerire, gridando, udite e udite, all’islamizzazione strisciante.
Perché? Perché una libera iniziativa (l’autonomia scolastica di cui sopra) di un istituto romano, approvata dal consiglio d’istituto nell’ambito del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa), consultabile sul sito dell’istituto, organo dove siedono rappresentanti dei docenti, degli studenti e dei genitori, ha avuto il plauso del gruppo MuRo 27 – Musulmani per Roma, che ha l’obiettivo di costituirsi partito e avere voce in capitolo nelle prossime elezioni comunali capitoline, promuovendo le istanze degli oltre 100.000 musulmani presenti nel territorio metropolitano.

Mettiamo ordine. Gli studenti non dovranno studiare l’arabo, come sostiene il deputato, ma potranno farlo, su loro libera scelta. E visto che è stato citato il latino, dispensiamo pure un paio di informazioni utili: bisogna distinguere l’arabo standard da quello classico, il primo è parlato come lingua madre da circa 274 milioni di persone in tutto il mondo ed è la lingua franca formale (quella dei contratti, della legge, dei giornali), l’arabo classico è quello utilizzato dal Corano e per la liturgia, un po’ come poteva essere il latino fino al Concilio Vaticano II, quando la messa in latino è stata sostituita dalle lingue nazionali, per rendere intellegibile dai fedeli ciò che l’officiante stava dicendo.
L’arabo che verrebbe insegnato al liceo Montale non è quello liturgico, ma quello standard, che è parlato da una minoranza di musulmani. Per comprendere quanto sia ridicola “l’islamizzazione strisciante” connessa all’insegnamento dell’arabo a scuola basti pensare che il Paese con il maggior numero di musulmani in assoluto è l’Indonesia, dove certamente l’arabo non è la lingua maggioritaria.
Semplifichiamo all’osso il concetto: musulmano ≠ arabo.
Islamizzazione o pregiudizio?
L’eurodeputata Sardone, che è anche vice segretaria federale della Lega e consigliera comunale a Milano, ha dedicato molto del suo tempo per denunciare quella che lei definisce “islamizzazione” a Londra. Poi se l’amministrazione della capitale di un Paese (ahinoi) extra-Ue sia di competenza di un parlamentare europeo non sta a me stabilirlo, tuttavia in molti la pensano come lei, il tenore dei commenti è più o meno il seguente:




Se non sapete cosa sia la remigrazione, ne abbiamo parlato in questo articolo.
Quale pericolo starà correndo la capitale britannica?
Il temibile pericolo sono… LE LUMINARIE!
Secondo l’eurodeputata Sardone
“Questa è una tradizione voluta dal sindaco Sadik Khan, il primo sindaco musulmano della città ed è evidente che voglia far diventare Londra con queste luminarie per il Ramadan una vera e propria vetrina per l’Islam. Quando viene inaugurato c’è una vera e propria festa della via e l’obiettivo è preciso, è già disegnato, far crollare pezzo dopo pezzo i simboli delle nostre identità, le nostre tradizioni, per lasciare spazio a tradizione come queste che non hanno nulla a che vedere con la cultura dell’Europa”.


Un altro dei problemi è la Moschea di East London.
“Ogni venerdì raccoglie fino a 35.000 fedeli, più di qualsiasi cattedrale europea”
Peccato che la moschea possa contenere fino a 7.000 persone, 35.000 sono le frequenze nell’arco di una settimana. Forse si confonde con il Duomo di Milano, che pure dovrebbe essere familiare, il quale invece effettivamente può accogliere contemporaneamente fino a 40.000 persone.
Comunque il legame con Milano della consigliera Sardone resta indiscutibile:

“Non è solo un luogo religioso, ma è anche un luogo politico. Questa è stata la prima moschea in Europa ad ottenere il permesso per trasmettere l’Adhān, che è il richiamo tramite altoparlanti alla preghiera”.

Posso andare avanti così ancora per molto e vi assicuro che non vi annoiereste, ma per amor di patria evitiamo.
Per integrare bisogna anzitutto capire
Gridare al rischio islamizzazione quando impediamo ai fedeli di pregare in luoghi di culto e li raduniamo in campi da calcio, tacciare di islamizzazione chi cerca di offrire a degli studenti un luogo di preghiera quando per le festività cristiane si ferma l’intero Paese, quando siamo talmente ignoranti da non distinguere una lingua liturgica dalla lingua parlata correntemente dalla popolazione, forse, e dico forse, dovrebbe indurci a pensare che sarebbe utile fare un passo indietro, spogliarsi delle certezze granitiche di cui si pensa di essere in possesso e riflettere: non siamo forse noi ad avere dei pregiudizi? Forse siamo incapaci di accogliere per davvero?
Il successo dell’integrazione parte proprio da noi: se non siamo in grado di accogliere senza pregiudizi, smettendo, con riflesso pavloviano, di chiederci ad ogni fatto di cronaca “Ma di dov’è il ragazzo?” o, peggio ancora “Se non l’hanno detto è perché vogliono nascondere qualcosa”, forse sarebbe ora di interrogarci sul nostro ruolo.
Ovvio, ci sono delle regole e come cittadini, almeno quelli che riescono a diventarlo, siamo tutti chiamati a risponderne ugualmente.
Tuttavia domandiamoci, se discutiamo dell’argomento come ha fatto Silvia Sardone, che in un’intervento alla Camera ha detto:
“Non credo che una donna libera abbia voglia di andare in giro con un sacco della spazzatura addosso”
Avrebbe detto lo stesso di una suora?
Questa è la nostra ipocrisia: non diamo loro la possibilità di diventare cittadini con pieni diritti, compreso quello di voto (ma pretendiamo che facciano il loro dovere rispettando la legge e pagando le tasse, che invece fanno sempre comodo) perché preferiamo guardarli con sospetto.
Secondo l’associazione Antigone in Italia gli stranieri regolarmente soggiornanti sono circa l’8% della popolazione ma i detenuti stranieri rappresentano il 32% della popolazione reclusa, un valore quattro volte superiore e tra i più alti di tutta l’Unione europea, anche di quei paesi che hanno sia in termini assoluti che percentuali una popolazione straniera maggiore rispetto all’Italia.
La domanda che faccio è la seguente: sono gli stranieri in Italia a non essere in grado di rispettare le nostre regole, molto meno degli omologhi in altri paesi UE o siamo noi che non facciamo abbastanza per farli integrare?
Non vuole essere un assolvimento tout-court, perché, come accade per gli italiani, anche gli stranieri delinquono, ed è giusto che chi sbaglia paghi.
Non si vuole nemmeno negare o sottovalutare la radicalizzazione di alcuni ambienti, anche in funzione del contesto geopolitico attuale, e sia chiaro, queste dinamiche meritano attenzione e laddove necessario, un intervento.
Tuttavia, possiamo dire con serenità di star facendo il possibile? Se non possiamo, altri potranno mai voler integrarsi tra chi nemmeno fa lo sforzo di provare a capire?
Pensiamoci.
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