- La finale-simbolo
- L’addio di Messi
- Perché ha vinto la Spagna
- La Francia e il peso delle aspettative
- L’Argentina oltre Messi
- I tre leoni non sono più una sorpresa
- Il Mondiale più politico di sempre
- Il caso Balogun
- Trump, il protagonista (in)atteso
- Infantino: il mediatore
- Le Malvinas scendono in campo
- L’intervallo-show
- Il calcio americanizzato
- Hydration break, prezzi e VAR
- Il Mondiale raccontato dai social
- Il Mondiale nelle piazze
- L’ultima immagine
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
La Spagna ha superato l’Argentina 1-0 ai tempi supplementari grazie al gol di Ferran Torres, conquistando il secondo titolo mondiale della propria storia.
Siamo arrivati alla fine di un viaggio che ci ha accompagnato in questo bollente inizio d’estate.
Il Mondiale 2026 non ha soltanto incoronato la Spagna ma ha mostrato, con una chiarezza quasi brutale, quale potrebbe essere il calcio dei prossimi decenni. Un calcio più grande, più globale e maggiormente esposto a tutto ciò che gli ruota attorno: politica, business, propaganda, spettacolo, social media. Il campo continua a esserci. Ma non è più da solo.
Per settimane il torneo è sembrato raccontare soprattutto ciò che stava fuori dal rettangolo verde. Da Donald Trump a Gianni Infantino, presidente della FIFA, il primo halftime show in stile Super Bowl, le polemiche arbitrali, i prezzi dei biglietti, la geopolitica. Eppure, quando il pallone ha cominciato a rotolare nelle partite decisive, il calcio ha fatto ancora una volta quello che sa fare meglio: riprendersi la scena.
La finale-simbolo
La finale tra Spagna e Argentina aveva tutto per diventare una scena-simbolo, una di quelle che il calcio costruisce quando sembra voler convincere tutti che il destino, ogni tanto, sappia davvero fare il regista.
Da una parte Lionel Messi, all’ultimo Mondiale della carriera, con il peso di vent’anni di storia sulle spalle.
Dall’altra Lamine Yamal, il ragazzo scelto dal torneo come volto del futuro, la figura su cui proiettare aspettative, continuità e quella voglia quasi compulsiva di trovare subito un erede a ogni grande addio.
La finale era stata raccontata ancora prima del fischio d’inizio. A renderla quasi inevitabile era stata soprattutto una fotografia, tornata virale nei giorni precedenti alla partita: quella del piccolo Lamine Yamal tra le braccia di Lionel Messi, scattata nel 2007 durante un servizio fotografico benefico organizzato da UNICEF per il calendario solidale del Barcellona. In uno degli scatti più celebri, il giovane Messi, allora ventenne e già considerato una delle grandi promesse del calcio mondiale, aiuta la madre di Yamal a fare il bagnetto al bambino di appena pochi mesi.
Quasi vent’anni dopo, quella fotografia è diventata il simbolo perfetto del passaggio di testimone tra due generazioni.

Un’immagine che sembra nata per essere riletta come una profezia, anche se, probabilmente, il destino è stato costruito molto più dai media e dai social che dal caso.
Il calcio contemporaneo ama queste narrazioni.
Ha bisogno di passaggi di consegne, di eredi e di simboli immediatamente riconoscibili.
Così quella fotografia è diventata il manifesto perfetto della finale, trasformando una semplice coincidenza in una storia già scritta.
Poi, però, è arrivato il campo. E il campo, come spesso accade, ha corretto la sceneggiatura.
La Spagna ha superato l’Argentina 1-0 ai tempi supplementari grazie al gol di Ferran Torres, conquistando il secondo titolo mondiale della propria storia. Non è stata una vittoria spettacolare nel senso più immediato del termine. È stata una vittoria adulta, costruita con pazienza, ordine e lucidità, nel momento in cui la tensione aveva già consumato quasi tutte le energie dei protagonisti.
Il torneo aveva preparato il trionfo del mito. Il campo ha premiato la squadra migliore.
L’addio di Messi
Quando l’arbitro ha fischiato la fine, il Mondiale ha smesso di essere soltanto una competizione sportiva. Le lacrime di Lionel Messi hanno raccontato molto più di qualsiasi telecronaca. Non servono spiegazioni: c’è soltanto un campione consapevole di aver chiuso definitivamente il proprio percorso mondiale e milioni di persone che assistevano alla conclusione di una delle carriere più straordinarie della storia del calcio. Messi non esce soltanto da una finale. Esce da un’epoca.
Per quasi vent’anni il suo nome ha coinciso con l’idea stessa di continuità, eccellenza e possibilità di riscatto. Ogni Mondiale è diventato, inevitabilmente, anche il suo Mondiale. L’immagine del numero 10 argentino che lascia il campo mentre sullo sfondo la Spagna festeggia la vittoria è probabilmente la fotografia più potente dell’intero torneo. Non racconta soltanto una sconfitta. Racconta il momento esatto in cui il passato lascia spazio al futuro.

Anche la reazione dei tifosi argentini ha dato a quell’addio una dimensione collettiva. Dopo una sconfitta dolorosa, i sostenitori dell’Albiceleste hanno continuato a stare accanto a Messi e alla nazionale, tra cori di sostegno e riconoscenza per il percorso compiuto. Nonostante il sogno del titolo sia sfumato, è rimasta intatta la percezione di un gruppo che ha lottato fino alla fine. In quel lutto sportivo c’era anche un elemento di orgoglio: la sensazione che la squadra avesse perso la coppa, ma non la propria dignità.
Perché ha vinto la Spagna
La Spagna ha conquistato il Mondiale perché, più di tutte le altre, è riuscita a trasformare il talento in un sistema. Non ha affidato il proprio destino a un solo campione. Ha distribuito qualità e responsabilità in ogni reparto.
Mentre il mondo guardava Lamine Yamal, Pau Cubarsí guidava una difesa quasi impeccabile, Rodri dettava tempi e gerarchie a centrocampo e Unai Simón trasmetteva sicurezza tra i pali. Intorno a loro, giocatori meno celebrati hanno lavorato con disciplina dentro un’idea comune, dando equilibrio a una nazionale capace di unire talento, ordine e maturità.
Il vero artefice di questa trasformazione è stato Luis de la Fuente. Ha preso una squadra reduce da anni di transizione e l’ha riportata sul tetto del mondo senza rinnegare l’identità del calcio spagnolo, ma rendendola più verticale, concreta e adatta alle esigenze contemporanee.
La sua Spagna ha saputo gestire il possesso senza diventarne prigioniera, pressare senza perdere compattezza e adattarsi agli avversari senza smarrire sé stessa.
Il gol di Ferran Torres in finale è stato soltanto l’ultimo tassello di un progetto molto più ampio.
Nel Mondiale delle superstar, la Spagna ha ricordato una verità che il calcio tende spesso a dimenticare: il collettivo può essere ancora il più grande dei fuoriclasse. Il torneo non ha premiato il giocatore più forte, ma la squadra migliore.
Non è un caso che il premio FIFA destinato al miglior giovane del torneo sia stato assegnato a Cubarsí. Una scelta che racconta molto della Spagna campione del mondo. Mentre l’attenzione mediatica era concentrata sul talento offensivo di Yamal, il riconoscimento individuale è finito a un difensore, protagonista silenzioso di una squadra capace di costruire il proprio successo prima di tutto attraverso equilibrio e organizzazione.
La Francia e il peso delle aspettative
La Francia è arrivata negli Stati Uniti con il peso che accompagna tutte le grandi favorite: quello di una nazionale che da oltre un decennio vive stabilmente ai vertici del calcio mondiale. Per questo il quarto posto ha assunto il sapore di un’occasione mancata. Eppure, ridurre il percorso dei Bleus al risultato finale sarebbe ingeneroso.
Didier Deschamps lascia questo Mondiale dopo aver guidato la Francia per quattordici anni, attraversando generazioni diverse senza perdere competitività. Più che un commissario tecnico, è stato l’architetto di una cultura della vittoria capace di resistere al tempo.
Non a caso, al termine del torneo, lo ha definito semplicemente “un’avventura umana”. Una definizione che racconta bene il suo modo di intendere il calcio: non soltanto ricerca del risultato, ma costruzione di un gruppo capace di convivere con aspettative enormi.
In questo contesto Kylian Mbappé continua a rappresentare il punto di riferimento del calcio contemporaneo. Non soltanto per il talento, ma per il modo in cui sembra abitare naturalmente gli eventi destinati a entrare nella storia. La Francia torna a casa senza medaglie. Ma resta una delle grandi potenze del calcio mondiale.
L’Argentina oltre Messi
L’Argentina lascia gli Stati Uniti senza la Coppa del Mondo, ma con la conferma di aver saputo prolungare la propria competitività anche dopo il trionfo del 2022.
Arrivare fino alla finale con un Lionel Messi ormai all’ultima apparizione mondiale non era un risultato scontato. È stato il segno della continuità costruita da un gruppo capace di restare ai vertici del calcio internazionale anche mentre il proprio leader si avvicinava all’addio.
La sconfitta contro la Spagna assume così un significato che va oltre il risultato. Più che una finale persa, rappresenta la conclusione di uno dei cicli più importanti della storia dell’Albiceleste. Per quasi vent’anni Messi ha incarnato identità, ambizioni e immaginario del calcio argentino.
La vera sfida comincia adesso. Non trovare un nuovo Messi, ma costruire una squadra capace di continuare a vincere senza dipendere da un’unica figura simbolica.
I tre leoni non sono più una sorpresa
Anche senza raggiungere la finale, l’Inghilterra esce da questo Mondiale con una certezza: non è più la nazionale delle promesse mancate. Dopo anni di crescita, i Tre Leoni si sono ormai stabilizzati tra le grandi del calcio mondiale, confermando una continuità che fino a poco tempo fa sembrava difficile da immaginare. E in questo percorso ci sono anche simboli memorabili: “Hey Jude”, diventata di fatto la canzone dedicata a Bellingham dai tifosi inglesi, e “Wonderwall”, uno dei momenti più belli di questo Mondiale, cantata dopo le partite con i giocatori uniti ai tifosi, la mano sul cuore.
Sui social, c’è chi ha scherzato dicendo che il Regno Unito sia ormai diventato un Paese mediterraneo: caldo record, economia in difficoltà, governi sempre più instabili e una nazionale finalmente competitiva. Una battuta ironica, certo, ma capace di cogliere qualcosa di più profondo. Anche il calcio finisce spesso per riflettere gli stereotipi, le trasformazioni e persino le contraddizioni politiche dei Paesi che rappresenta. Le partite finiscono quasi sempre per raccontare qualcosa di più grande del calcio stesso.
Il Mondiale più politico di sempre
Se il Qatar aveva dimostrato che un Mondiale può essere organizzato per ragioni politiche, gli Stati Uniti hanno mostrato qualcosa di ancora più radicale: la politica non si è limitata a fare da cornice al torneo, ma è entrata nel suo racconto. In un contesto come quello americano, la Coppa del Mondo è apparsa fin dall’inizio come molto più di una competizione calcistica: un grande evento globale in cui ogni gesto, ogni presenza istituzionale e ogni scelta organizzativa sembravano assumere un significato che andava oltre il campo.
La separazione tra sport e politica è ormai più teorica che reale. Le decisioni organizzative, le reazioni del pubblico e perfino i momenti cerimoniali hanno assunto un’immediata dimensione politica, raccontando non solo il calcio, ma anche il modo in cui il potere cerca di mostrarsi, legittimarsi e occupare lo spazio pubblico. La Coppa del Mondo è diventata così un luogo in cui si sono intrecciati prestigio nazionale, influenza geopolitica e interessi economici.
Ed è proprio qui che il Mondiale americano ha segnato una discontinuità rispetto al passato. Non è stato semplicemente un torneo politicizzato, ma una manifestazione che ha assorbito il linguaggio della diplomazia, della comunicazione istituzionale e della rappresentazione del potere. Ogni apparizione, ogni stretta di mano e ogni inquadratura hanno potuto assumere un significato che andava ben oltre il calcio.
Il caso Balogun
L’episodio che più di ogni altro ha mostrato questa trasformazione è stato il caso Balogun. Quella che inizialmente sembrava una normale vicenda disciplinare si è rapidamente trasformata in un caso politico, alimentando il dibattito sul rapporto tra potere e istituzioni sportive. L’espulsione del giocatore statunitense, la successiva sospensione della squalifica e soprattutto la telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino hanno dato l’impressione di un confine sempre più sottile tra autonomia della giustizia sportiva e pressione politica.
Il problema, però, non riguarda soltanto Balogun. Riguarda la credibilità della FIFA e la tenuta delle sue regole. Quando una decisione disciplinare diventa oggetto di pressioni esterne, il rischio non è soltanto quello di alterare il singolo episodio, ma di incrinare la fiducia nell’autonomia delle istituzioni sportive.
Più ancora della revoca della squalifica, a colpire è stata la disinvoltura con cui una questione arbitrale sia diventata un caso diplomatico. Il Mondiale ha così mostrato una crepa difficile da ignorare: quando il potere chiama il regolamento risponde.
Trump, il protagonista (in)atteso
Donald Trump non è stato soltanto il presidente del Paese ospitante è diventato uno dei protagonisti inattesi del Mondiale. Dalle contestazioni del pubblico al rapporto privilegiato con Gianni Infantino, dal coinvolgimento nel caso Balogun fino alla premiazione, la sua figura ha attraversato l’intero torneo con una centralità insolita persino per un capo di Stato.
Il momento più significativo è arrivato al termine della finale. A consegnare la Coppa a Rodri non è stato il re di Spagna, ma Donald Trump, affiancato da Gianni Infantino. Felipe VI aveva assistito alla partita dalla tribuna d’onore, ma al centro della cerimonia sono rimasti il presidente statunitense e quello della FIFA.
Dopo aver affidato il trofeo al capitano spagnolo, Trump è rimasto sul palco anche mentre la squadra campione del mondo si preparava alla fotografia ufficiale. I giocatori della Spagna sembravano però attendere uno scatto riservato soltanto a loro, tanto che Infantino, con un certo imbarazzo, ha invitato il presidente americano a spostarsi. Solo allora Trump ha fatto un passo di lato, lasciando finalmente ai vincitori il centro dell’inquadratura.

Infantino: il mediatore
Gianni Infantino ha consolidato durante il torneo il proprio ruolo di mediatore tra istituzioni sportive e governi, confermando una tendenza già emersa negli ultimi anni. La sua vicinanza a Donald Trump, così come i rapporti costruiti con altri leader internazionali, ha alimentato il dibattito sull’autonomia della federazione rispetto agli interessi politici. Le immagini che li hanno ritratti insieme in numerose occasioni, dalla Casa Bianca fino alla finale del Mondiale, hanno rafforzato la percezione di un rapporto che andava oltre la normale collaborazione istituzionale.
Più che il presidente della FIFA, Infantino è apparso come il principale regista del nuovo corso del calcio mondiale. Dall’allargamento del Mondiale a 48 squadre fino all’assegnazione dell’edizione 2034 all’Arabia Saudita, il suo mandato ha ridefinito il peso politico ed economico della competizione, trasformandola in un evento sempre più globale e sempre più intrecciato agli equilibri internazionali.
Non sono mancate, però, le critiche. Diversi osservatori hanno visto nella crescente sintonia con Trump il simbolo di una FIFA sempre meno distante dai grandi centri di potere. La scelta di aprire un ufficio di rappresentanza nella Trump Tower, la partecipazione di Infantino ad alcuni eventi istituzionali dell’amministrazione americana e il tono particolarmente elogiativo utilizzato nei confronti del presidente statunitense hanno alimentato il dibattito sull’opportunità di un coinvolgimento così marcato del vertice del calcio mondiale nella sfera politica.
Per i suoi sostenitori è l’uomo che ha reso il calcio davvero universale; per i suoi critici, il simbolo di una FIFA sempre più vicina ai governi e ai grandi interessi economici.
Se Joao Havelange aveva globalizzato il calcio e Blatter ne aveva consolidato il potere economico, Infantino sembra aver inaugurato una fase in cui la FIFA agisce sempre più come un attore diplomatico internazionale.
Le Malvinas scendono in campo
Anche la semifinale tra Argentina e Inghilterra ha ricordato quanto sia difficile separare sport e politica. Al termine della partita, alcuni giocatori argentini hanno esposto uno striscione con la scritta “Las Malvinas son Argentinas”, riportando al centro una disputa che va ben oltre il terreno di gioco.
Più che una semplice esultanza, il gesto è apparso come una presa di posizione identitaria e nazionale, capace di riaccendere una questione storica che, a oltre quarant’anni dalla guerra del 1982, continua a segnare i rapporti tra Argentina e Regno Unito.
L’episodio ha suscitato inevitabili reazioni politiche e mediatiche e potrebbe avere anche conseguenze sul piano disciplinare, dal momento che i regolamenti della FIFA vietano manifestazioni di carattere politico durante le competizioni ufficiali.
Memoria storica, identità nazionale e geopolitica riemergono anche attraverso un’esultanza o uno striscione, ricordando che alcune partite non finiscono davvero con il triplice fischio.
L’intervallo-show
Se la politica ha occupato sempre più spazio, anche l’intrattenimento ha modificato profondamente il modo di vivere la Coppa del Mondo.
Il primo halftime show della storia dei Mondiali ha rappresentato uno dei simboli più evidenti di questa trasformazione: per la prima volta, l’intervallo è stato un vero evento nello spettacolo. Le esibizioni di Madonna, Shakira, BTS, Justin Bieber e degli altri artisti coinvolti hanno trasformato la finale in qualcosa di più simile a un grande show internazionale che a una semplice partita di calcio.
La durata dell’intervallo si è allungata fino a circa 25-27 minuti, ben oltre i canonici quindici, per permettere montaggio, smontaggio e messa in scena dello spettacolo. È un dettaglio che dice molto: anche il tempo del calcio è stato piegato alle esigenze dell’intrattenimento, come accade nei grandi eventi pop americani. Il modello di riferimento è stato esplicito fin dall’inizio: il Super Bowl, con la sua capacità di trasformare una finale sportiva in un appuntamento globale di musica, immagini e marketing. A questo si sono aggiunti elementi pensati per ampliare l’impatto simbolico dell’evento, come la presenza di bambini sul palco e la scritta finale “LOVE”, che ha dato alla chiusura una tonalità quasi celebrativa, da spettacolo collettivo più che da rito sportivo.
Per alcuni questa scelta rappresenta un’evoluzione inevitabile, capace di rendere il calcio ancora più globale e più vicino al linguaggio dei grandi media contemporanei. Per altri è il segnale più evidente dell’americanizzazione del torneo, in cui la partita da sola non basta più e deve essere sostenuta da un flusso continuo di immagini, musica e intrattenimento.
Al di là delle opinioni, il messaggio è chiaro: il Mondiale non vuole più essere soltanto una competizione sportiva, ma un grande evento dell’intrattenimento internazionale, capace di parlare al pubblico come farebbe un festival pop planetario.
Il calcio americanizzato
Più che essere ospitato negli Stati Uniti, il Mondiale 2026 ne ha assorbito il linguaggio.
Non è cambiato soltanto il luogo in cui si giocava, ma il modo stesso in cui il torneo veniva costruito, promosso e raccontato. Celebrity, storytelling, ricerca costante dell’attenzione e spettacolarizzazione hanno trasformato la Coppa del Mondo in un prodotto pensato per l’economia dell’attenzione, in cui nulla può restare davvero neutro e tutto deve poter generare racconti.
Ogni momento doveva diventare contenuto. Ogni pausa doveva produrre immagini. Ogni gesto doveva poter circolare sui social. La partita restava il cuore dell’evento, ma non era più sufficiente a sostenerne da sola il peso economico e mediatico. Attorno ai novanta minuti si è così costruito un ecosistema dello spettacolo,rendendo sempre più difficile distinguere dove finisse il calcio e dove iniziasse l’intrattenimento.
In questo senso, il Mondiale americano non ha semplicemente adottato alcune strategie tipiche dell’industria sportiva statunitense, le ha portate dentro il calcio internazionale fino a farle apparire naturali, quasi inevitabili. Il risultato è un torneo che non chiede soltanto di essere guardato, ma anche consumato, commentato, condiviso e riconosciuto come evento globale, a prescindere dal risultato. Il gioco continua a essere centrale, ma attorno a esso cresce il bisogno di costruire simboli, volti e momenti memorabili.
Hydration break, prezzi e VAR
Anche gli aspetti apparentemente più marginali hanno contribuito a rafforzare questa impressione.
Le hydration break, accompagnate dalla pubblicità televisiva, hanno trasformato una misura nata per tutelare la salute dei giocatori in un nuovo spazio commerciale, interrompendo il ritmo delle partite e adattando il tempo del calcio alle esigenze della televisione. Quando perfino una pausa per bere diventa tempo televisivo, significa che il calcio ha cambiato davvero pelle.
Nemmeno la tecnologia ha smesso di dividere. Il VAR continua a rappresentare una delle grandi contraddizioni del calcio contemporaneo. Da una parte riduce gli errori arbitrali, dall’altra modifica il modo in cui vengono vissute le emozioni della partita. Nel frattempo, il regolamento continua ad arricchirsi di nuove procedure, eccezioni e protocolli, dando l’impressione di un calcio sempre più difficile da interpretare. I ritardi della finale, le polemiche organizzative e le continue discussioni sul protocollo hanno ricordato che nessun evento, per quanto gigantesco, può davvero controllare ogni dettaglio.
Una delle criticità maggiori ha riguardato la politica dei biglietti. Tra prezzi dinamici e rivendita, assistere alla finale è diventato un privilegio per pochi. Con tagliandi arrivati a sfiorare gli 11.000 dollari, il Mondiale ha dato l’impressione di rivolgersi sempre più a un pubblico di clienti piuttosto che di tifosi. A rafforzare questa percezione contribuiva anche il contorno: hot dog a dieci euro, bibite a quindici, ospiti arrivati in elicottero. Più che una festa popolare, in alcuni momenti sembrava un evento esclusivo, confermando come questo Mondiale abbia spinto sempre più il calcio verso una logica di esperienza premium, in cui il tifoso rischia di lasciare spazio al consumatore.
Il Mondiale raccontato dai social
Mai come in questa edizione il torneo è stato raccontato in tempo reale attraverso fotografie, meme e video. Ogni episodio è diventato immediatamente contenuto, ogni immagine un simbolo, ogni gesto materia di discussione collettiva.
Ricordiamo ancora una volta la fotografia di Lionel Messi che fa il bagnetto al piccolo Lamine Yamal, Anche la premiazione ha avuto una seconda vita online. Donald Trump, rimasto sul palco mentre i giocatori della Spagna si preparavano ad alzare la Coppa del Mondo, è diventato nel giro di pochi minuti uno dei meme più condivisi del torneo.
https://www.instagram.com/reel/Da_scA0xc14/?igsh=MWJuMWhrbTdsb2pzZg

La creatività della rete si è spinta ancora oltre. Dopo il breve scambio tra Donald Trump e Pedro Sánchez, diventato virale nel giro di poche ore, alcuni utenti hanno persino realizzato un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che riprendeva la celebre fotografia del bagnetto, sostituendo i due protagonisti con Trump e il premier spagnolo. Un meme che, giocando sul parallelismo con una delle immagini simbolo del torneo, mostra quanto oggi i social non si limitino a raccontare gli eventi, ma li reinterpretino, li trasformino e producano nuove storie destinate a circolare con la stessa forza delle fotografie originali.

Allo stesso modo anche il brevissimo saluto tra Trump e Lamine Yamal ha monopolizzato il dibattito.
Il giovane spagnolo si è limitato a un gesto rapido e formale, senza soffermarsi. Molti utenti lo hanno interpretato come una presa di distanza politica.
Stabilire quali fossero le sue intenzioni è impossibile. Ma la velocità con cui quel fotogramma è stato analizzato dimostra quanto il calcio contemporaneo venga ormai raccontato oltre la partita. È bastata una frazione di secondo per alimentare ore di discussioni, interpretazioni e meme, confermando che oggi anche i dettagli più piccoli possono trasformarsi in eventi mediatici globali.
Perfino il fratellino di Lamine Yamal, Keyne, con le sue espressioni durante la festa per la vittoria, è diventato protagonista di video e meme condivisi in tutto il mondo.
Il Mondiale nelle piazze
Per quanto il Mondiale 2026 abbia parlato il linguaggio della globalizzazione, dell’intrattenimento e delle piattaforme digitali, ha conservato una caratteristica che nessuna innovazione è riuscita a cancellare: la capacità di riempire piazze, bar e salotti. Anche in Italia, la finale tra Spagna e Argentina si è trasformata in un rito collettivo. Schermi all’aperto, locali gremiti, bandiere improvvisate e persone che, pur senza la propria nazionale in campo, hanno trovato una squadra per cui tifare. Bastava fare un giro per le strade di Napoli per avere la sensazione di essere a Buenos Aires: lo stesso valeva per altri luoghi d’Italia, dai bar di quartiere di Roma alle piazze di Palermo, fino ai locali di Milano e alle strade di Bari, dove il tifo si è mescolato alla festa e all’attesa.
È uno dei paradossi più affascinanti della Coppa del Mondo: riesce a creare un senso di appartenenza che supera i confini nazionali. Per qualche ora, anche a migliaia di chilometri dagli stadi americani, milioni di persone hanno scelto da che parte stare.
È proprio in momenti come questi che il Mondiale mostra la sua natura più autentica. Può cambiare formato, aumentare il numero delle squadre, trasformarsi in uno show globale o diventare terreno di confronto politico, ma continua a essere un grande momento di unione, di rito e di tifo. Forse è questa la sua forma più resistente di popolarità. Mentre il calcio cambia, il modo in cui viene vissuto continua, sorprendentemente, a rimanere lo stesso.
L’ultima immagine
Per settimane la competizione è sembrata quasi soffocata dal rumore che lo circondava. Si è discusso di politica, di potere, di interessi economici, di prezzi, di influencer, di celebrity, di show. Tutto sembrava voler occupare il centro della scena, lasciando il calcio in secondo piano. Eppure, quando tutto è finito, ciò che è rimasto nella memoria collettiva non è stata una conferenza stampa, una telefonata tra presidenti o una strategia di marketing. Sono rimasti gli occhi lucidi di Messi, il gol decisivo di Ferran Torres, la maturità di Cubarsí, il talento di Yamal, le imprese delle nazionali che nessuno si aspettava, le immagini che nessun copione avrebbe potuto scrivere.
Ed è proprio qui che il Mondiale ritrova la sua verità più semplice. Dopo settimane di narrazioni gigantesche, resta l’impatto di un’immagine intima e quasi domestica: Lamine Yamal seduto sul prato con la Coppa del Mondo tra le mani, accanto al fratellino Keyne, che osserva quel trofeo con la curiosità disarmante di un bambino. In quella scena non ci sono sponsor, protocolli o strategie di comunicazione. C’è soltanto un ragazzo di diciannove anni che condivide il momento più importante della propria carriera con la sua famiglia. Keyne non guarda la coppa come un simbolo di prestigio, ma come qualcosa di quasi misterioso. Il campione, alla fine, torna fratello maggiore, il trofeo, da emblema assoluto, diventa solo un oggetto da passare per un attimo a chi ti conosce davvero. È forse questa la fotografia che racconta meglio l’intero torneo.
Questa edizione verrà probabilmente ricordata come un punto di svolta. È stato il primo Mondiale a 48 squadre, il primo con un halftime show in stile Super Bowl, il primo in cui politica, social media e spettacolo hanno occupato uno spazio così centrale nel racconto della competizione. Ha mostrato un calcio sempre più globale, più commerciale, più tecnologico e più interconnesso con tutto ciò che accade fuori dal campo. Ha raccontato un mondo in cui la FIFA dialoga con i governi, i presidenti diventano protagonisti delle cerimonie, una fotografia può essere più potente di una finale e un meme può raggiungere milioni di persone prima ancora che finisca una partita.
Eppure, nel momento in cui tutto sembrava diventare più grande, più rumoroso e più costruito, il Mondiale ha trovato la sua immagine più vera nella semplicità. Più cresce il rumore attorno al calcio, più diventano preziosi i momenti in cui quel rumore scompare. Ed è lì che il cerchio si chiude. Perché il torneo più politico, spettacolare e commerciale della storia non lascia dietro di sé soltanto polemiche, record e strategie, ma soprattutto emozioni. E la sua fotografia definitiva non è quella di un presidente, di uno sponsor o di un palco, ma lo sguardo di un bambino davanti al trofeo più importante del calcio: uno sguardo pieno di meraviglia, che restituisce al gioco la sua parte più pura.
Vi lascio con una menzione speciale ai tifosi norvegesi e alla loro VIKING ROW!
Arrivederci, alle prossime cronache mondiali!
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