I social sono una nuova chiesa?

Michele Bagnato

Un po’ beauty influencer, un po’ travel blogger ma anche life-coach: i social stanno scoprendo gli influencer cattolici.

Il vecchio che avanza?

Non si sono inventati niente di nuovo, a voler essere onesti, anzi, nel medioevo lo facevano pure meglio. Parlo della monetizzazione della religione: la famosa vendita di indulgenze, che nel XVI secolo sarebbe dovuta servire a salvare le anime dal Purgatorio (mentre in realtà, soprattutto con Leone X servì, tra le altre cose, a finanziare i lavori della Basilica di San Pietro). Ci pensò Lutero a porre un freno a questa pratica, che tra le sue conseguenze ha avuto lo scisma tra cattolici e protestanti. 

Benedetta Palella, “tiktoker cattolica”

Tuttavia a pensarci bene, anche tolto il dichiarato valore salvifico delle indulgenze, oggi l’8×1000 frutta alla Chiesa un miliardo all’anno: mica dindini. Inoltre resiste ancora un fiorente mercato: rosari, santini, ceri, acquasantiere e i più disparati oggetti dalla cui vendita si stimano oltre 700 milioni di € di ricavo annuale (c’è da dire che solo una parte va direttamente alla Chiesa), un vero e proprio business , ora alimentato anche dagli influencer di cui sopra. 

Sì, perché ora si fanno le collezioni di rosari, facendo – religiosamente –  a gara a chi ha rappresentato il santo o la santa più cool. Tipo i Pokemon, né più né meno.
E dai consigli su quale viaggio spirituale intraprendere, durante il quale poter comprare nuovi ninnoli chiaramente, a live di preghiera (le quali non possono che inevitabilmente riportare la mente a The Boys) siamo arrivati alla vendita di libri per chi desidera intraprendere un cammino di fede. A soli 10€ a copia. 

Nessuno vuole attaccare la fede di ciascuno, ma dov’è la differenza con qualunque altro influencer? Se ieri la Chiesa monetizzava la fede con la forza della paura e del dogma, oggi gli influencer lo fanno con un’arma ben più subdola: una relazione para-sociale che trasforma il follower in seguace. L’attributo “cattolico” non cambia la natura semantica di un influencer, ovvero influenzare.
Anche se invece di Ibiza e Formentera ci sono Medjugorje e Lourdes, se il GRWM è fatto per andare a messa invece che a cena, o i consigli sui costumi da poter indossare al mare da vera catholic girl non prevedono un bikini, che “non è peccato, state tranquille” (ah, meno male), ma meglio uno modesto (aka coprente), rimane il fatto che “cattolico” sia un attributo di influencer. 

Mi soffermerei sulla questione del costume, perché tocca un punto molto dibattuto negli ultimi anni. Un costume coprente meno sfacciato, se così vogliamo dire, viene guardato con plauso perché “custodisce il corpo come tempio di Dio”, per quale motivo quando una donna musulmana fa esattamente la stessa cosa si grida all’islamizzazione, al patriarcato, alla sottomissione della donna? 

Perché se lo si fa per motivi religiosi la scelta viene contestata (a meno che la religione sia quella cattolica, allora in quel caso passi pure) ma se lo fa Anne Hathaway allora Vogue titola l’immagine “la (sua) dedizione per la protezione dal sole è d’ispirazione”?  


Trova le differenze

Sull’ipocrisia che circonda il paventato rischio islamizzazione ne abbiamo parlato qui. 

Tornando a noi, qual è il punto?
Il punto è proprio mettere in guardia su un fenomeno che rischia di essere meno evidente, sfacciato, contestualizzandolo per quello che è: un – legittimo – business, né più né meno. 

Chiesa: potente e fragile

Il rischio è di smarrirci in questa selva oscura di contraddizioni.
Non dei singoli, ma dell’esercito social di Dio, che complessivamente sembra curarsi più dell’estetica che della sostanza. 

La genesi di questo fenomeno non nasce però con i social, negli anni ha infatti pescato a mani basse l’intera industria dell’intrattenimento: pochi temi suscitano la curiosità e stuzzicano l’attenzione dei fedeli del III millennio come i retroscena, fantasiosi o meno, della Chiesa. 

All’inizio degli anni 2000 hanno contribuito enormemente film come La Passione di Cristo di Mel Gibson o la trilogia tratta dai romanzi di Dan Brown con protagonista Tom Hanks nei panni del professor Langdon, invischiato tra gli eredi di Cristo e Maria Maddalena, il ritorno degli Illuminati e l’imminente distruzione della Chiesa.
Più recente l’acclamato Conclave di Edward Berger, quasi profetico nel mostrarci ciò che pochi mesi dopo, con la scomparsa di Papa Francesco, si è svolto a Roma.

E la centralità della Chiesa, anche in ore di drammatico smarrimento nell’attesa che i porporati eleggessero il nuovo successore di Pietro, si mostrò in tutta la sua forza visiva durante il funerale di Bergoglio, che vide una presenza di Capi di Stato e di governo rara da osservare in altre circostanze e fu anche un’occasione di confronto tra il presidente statunitense Trump e quello ucraino Zelensky in quella che senza dubbi è diventata una delle foto più celebri. 

Trump e Zelensky nella Basilica di San Pietro

Se sul piano geopolitico la Chiesa (o meglio, la Santa Sede) conserva un ruolo ancora di rilievo, è sulla “politica interna” che mostra le sue fragilità, un’osteoporosi probabilmente dovuta ai suoi 2000 anni di storia. 

La crisi dei fedeli è in caduta libera rispetto al secolo scorso, quantomeno in Occidente: in Italia secondo Ipsos nel 2007 si dichiarava cattolica l’85,4% della popolazione. Dieci anni dopo erano il 74,4% a farlo, nel 2023 il 61%. 

Quale futuro per la Chiesa?

Per la Gen Z, soprattutto negli USA, si osserva però uno scenario in controtendenza rispetto ai Millennials: la sola arcidiocesi di Los Angeles ha registrato 8.598 nuovi ingressi nella Chiesa Cattolica (programma OCIA), segnando un +54% rispetto all’anno precedente e il picco più alto negli USA. 

L’incremento è guidato principalmente da giovani e studenti universitari che si avvicinano alla fede in modo del tutto spontaneo e autonomo. Tra le motivazioni principali emergono la solitudine, l’incertezza legata alle crisi globali e la saturazione verso la superficialità della vita digitale e dei social media. La decisione di avvicinarsi alla Chiesa è favorita da forme di divulgazione moderna, come app di preghiera (Hallow), podcast, canali YouTube religiosi e contenuti social creati dai sacerdoti.

“Chiesa di mattoni no, chiesa di persone sì” era una delle hit a messa, in evidente controtendenza rispetto al grandeur sfarzoso di certe cattedrali.
All’epoca i social ancora non esistevano, quindi non so se questa massima possa essere estesa al mondo virtuale, tuttavia come abbiamo visto ormai v’è un connubio consolidato: fioccano infatti i preti-influencer, che trovano nei social un ulteriore spazio di evangelizzazione oltre che un luogo dove mostrare l’attività quotidiana di una parrocchia, che spesso si occupa dei giovani che lo Stato lascia indietro. 

Uno in particolare è assurto alle cronache nazionali e internazionali (ne hanno parlato anche il Times e il New York Post): mi riferisco a don Alberto Ravagnani, che – a proposito di costumi da bagno – ha preso tutt’altra direzione.

Facciamo un passo indietro. Letteralmente, visto che negli scorsi mesi Ravagnani ha smesso la toga per (s)vestire altri panni: in calce alla foto in intimo scrive infatti 

“Ho fatto pace con la mia carne. E sto da Dio”

Dal profilo Instagram di Alberto Ravagnani

I malpensanti diranno che si stava mettendo in forma per la partecipazione alla prossima edizione di Ballando con le stelle, ma invece di concentraci sul gossip è interessante approfondirne l’arco narrativo (che sì, se ve lo state chiedendo, ovviamente anche questo raccontato in un libro).

Nel libro Alberto, come lo chiamano adesso, ha modo di affrontare alcuni grandi temi di cui la Chiesa fatica a parlare, tra cui il celibato dei sacerdoti, che gli stava stretto, la piaga della pedofilia ma anche riflessioni personali sul significato di libertà, su cosa significhi vivere sulla base delle aspettative altrui e su come questo impatti sulla salute mentale. Temi che la Gen Z comprende.
Ed è proprio dai social che Alberto vorrebbe ripartire, come ha raccontato a Vanity Fair:

“Chissà. Non sono più un prete, non ho più il pulpito della Chiesa. Ma ho quello dei social. E da lì voglio continuare”

I social possono rappresentare, con un nuovo linguaggio, uno spazio di riscoperta della fede senza che la monetizzazione prenda il sopravvento? O si limiteranno a far fare il trend 6-7 a Papa Leone XIV?

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