Un italiano su tre è analfabeta funzionale

Francesca Vivenzi

Se un terzo del Paese non comprende la complessità, la sovranità popolare diventa un’illusione.
L’articolo uno della Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, ma se un italiano su tre non sa leggere un contratto, chi governa davvero?  Mettere al centro l’educazione è l’unico modo per difendere davvero il principio democratico.

Come funziona l’analfabetismo funzionale su una persona

Il 35% degli italiani sono analfabeti funzionali

Un italiano adulto su tre ha acquisito abilità tecniche basilari di lettura, scrittura e calcolo, ma non è in grado di utilizzarle per leggere un grafico o interpretare le clausole di un contratto. Questo è il dato allarmante che emerge dai risultati ufficiali dell’ultima indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) del 2023, promossa dall’OCSE

Il programma PIAAC monitora tre aree di competenza negli adulti, cruciali per evitare l’esclusione dalla realtà sociale ed economica contemporanea: LITERACY (capacità di comprensione, valutazione e utilizzo del testo scritto), NUMERACY (capacità di utilizzare e interpretare i dati matematici) e ADAPTIVE PROBLEM SOLVING (capacità utilizzare il digitale come strumento per comunicare e acquisire informazioni). 

Per ognuno dei tre domini, l’OCSE individua una scala di competenza su 5 livelli. E, secondo il suo rapporto, circa il 35%-37% degli italiani con un’età compresa tra i 16 e i 65 anni rientra nella definizione di analfabeta funzionale, collocandosi al Livello 1 o inferiore. 

Per intuire la gravità di questo, basta tenere presente che il Livello 3 è indicato dall’OCSE come il target minimo per un cittadino attivo e consapevole, in grado di comprendere i grandi processi decisionali ed esercitare il pensiero critico. 

Analfabetismo funzionale: se sei a livelllo sotto l’1 o 1 c’è un bel problema.

La sovranità popolare è a rischio, basta vedere costa sta succendo negli Stati Uniti con Trump

“La sovranità appartiene al popolo”, enuncia il primo articolo della nostra Costituzione: ma cosa succede se il popolo è “incapace di intendere e di volere” rispetto al proprio futuro, perché non ha cognizione della complessità? Chi governa realmente? L’analfabetismo funzionale è il più grande nemico della democrazia. Potrà sembrare un eccesso retorico, ma, a rifletterci bene, non lo si può negare. 

La difficoltà dell’individuo analfabeta funzionale a processare nessi causali complessi (come il legame tra il suo voto e i cambiamenti legislativi ed economici, in meglio o in peggio) lo rende facile preda di narrazioni populiste di ogni colore, che offrono spiegazioni e risposte semplici a fenomeni intricati e dalle cause molteplici. 

Molto probabilmente, un analfabeta funzionale che si approccia alla politica è alla ricerca di SLOGAN ripetitivi e “rassicuranti”, che tocchino le corde dell’emozione, ma non di vere policy, di cui non è in grado di valutare la fattibilità. 

Nel momento in cui l’analisi razionale della realtà perde il suo posto nel dibattito pubblico e lo lascia a suggestioni e retorica, si entra nel campo pericolosissimo della post-verità: quello in cui tutto vale. E i risultati di questo degrado del discorso politico sono sotto ai nostri occhi, nella loro gravità drammatica: la situazione è chiara negli Stati Uniti di Trump, la cui seconda presidenza è senza precedenti per il livello raggiunto di…follia. Sembra di assistere ad un American Nightmare”, ad una distopia che ricorda la trama di un film, che viviamo increduli, mentre ci anestetizziamo settimana dopo settimana all’accettazione di qualcosa di drammaticamente reale. 

Dopo la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, questo processo sta accelerando, con la diffusione dei “deepfake”: contenuti multimediali (immagini, audio, video) creati o manipolati attraverso algoritmi sofisticati di AI, ormai sempre più realistici. Per “merito” di essi, il confine tra verità e inganno si fa ogni giorno più sottile, obbligandoci a dubitare perfino di ciò che vediamo con i nostri occhi. Ormai un decennio fa, lo stesso Donald Trump parlava già di “fatti alternativi”. Questo è il mondo che ha creato. 

Le scarse competenze critiche dell’analfabeta funzionale gli rendono molto difficile valutare l’autorevolezza delle proprie fonti e metterle in discussione. Questo lo intrappola in “camere dell’eco” e lo espone a bias di conferma, che portano ad una fortissima polarizzazione del dibattito, creando barriere invalicabili tra soggetti con “idee” (o meglio, slogan) differenti. La violenza della dicotomia “NOI” vs “LORO” è il frutto di un bisogno di semplificazione di menti sempre meno in grado di cogliere gli intrecci della realtà. Purtroppo, è sempre meno una violenza limitata alle parole. 

E, mentre alcuni analfabeti funzionali sviluppano una dipendenza dagli slogan retorici, per altri la risposta alla complessità è un’alienazione cognitiva totale dal mondo informativo e politico. 

Esito di questa condizione è ovviamente il sempre più elevato tasso di astensionismo che interessa la maggior parte delle democrazie occidentali e, in modo particolare, il nostro Paese. 

Il cittadino che non comprende i termini del discorso pubblico si sente escluso da esso e prova un senso di impotenza, che spesso lo allontana in modo irreversibile. 

Il “politichese”, ancora troppo abusato, è un linguaggio non alla portata di chi è privo di competenze sufficienti di literacy

E la crisi dei corpi intermedi (partiti, sindacati, giornali), fenomeno sociologico ormai dirompente, ha lasciato il cittadino solo, ad orientarsi senza una bussola nel flusso informativo dei social media. 

Il voto rappresenta dunque un costo cognitivo troppo elevato rispetto al beneficio percepito e l’astensione non è altro che una strategia di risparmio energetico mentale. 

A livello neurologico, l’analfabetismo funzionale è un deficit nelle funzioni cognitive superiori, dalle quali dipende la capacità di pianificazione a lungo termine: poiché i benefici per la collettività di un programma politico riformista emergono nel lungo periodo, chi ha un’attenzione focalizzata solo sull’immediato tende a disinteressarsi e a perdere la fiducia nel processo. 

Tra chi si butta nel voto emotivo di protesta e chi si estranea con l’astensione, una vasta fetta di cittadini non è più in grado di difendere i propri interessi in modo razionale ed essere davvero parte del “popolo sovrano” (per citare, come sopra, l’art. 1 della Costituzione). È  questo a minare alla base il principio democratico. 

Come siamo messi in Italia con l’analfabetismo funzionale

“Use or lose it”: l’atrofia delle competenze e il “lifelong learning” come vaccino

L’analfabetismo funzionale è sempre più pervasivo e problematico soprattutto nella sua forma di analfabetismo di ritorno, cioè di atrofia delle competenze cognitive acquisite (anche con il completamento di un percorso di studi di livello superiore!), a causa del loro mancato utilizzo. Infatti, il cervello umano risponde al principiouse it or lose it: quando smettiamo di leggere testi complessi o di risolvere problemi logici, le connessioni sinaptiche deputate a queste funzioni si indeboliscono. Il cervello, per efficienza energetica, tende a “potare” le reti neurali meno utilizzate. 

Il ciclo di regressione delle competenze (in literacy, in modo particolare) ha come esiti la riduzione del vocabolario, la perdita della capacità di sintesi, la difficoltà a cogliere le conseguenze logiche delle frasi. 

È documentato come determinati fattori ambientali e professionali accelerino il processo di degrado delle abilità cognitive: esposizione eccessiva a contenuti digitali rapidi, svolgimento di mansioni ripetitive e meccaniche, isolamento sociale. Un potente acceleratore dell’analfabetismo di ritorno è poi il divario generazionale digitale: chi non sa usare la tecnologia per informarsi attivamente finisce per usarla solo per intrattenersi, trasformando lo strumento che potrebbe salvare dall’analfabetismo di ritorno nel suo principale alleato.

L’unica soluzione scientificamente provata è il cosiddetto LIFELONG LEARNING, cioè l’apprendimento permanente

Per comprenderlo davvero, è utile guardare al modello SVEDESE. La sua efficacia deriva da una visione culturale d’insieme, che considera l’istruzione un bene comune accessibile ad ogni età, anche (e soprattutto) nei luoghi di apprendimento informale

Le differenze sulla comprensione del testo tra le varie macrozone in Italia: la differenza tra il nord e il sud è alta.

I pilastri del modello svedese per potenziare la democrazia: folkbildning e komvux

La Folkbildning (“istruzione popolare libera e volontaria”) non mira a rilasciare titoli formali, ma ha come obiettivo primario il potenziamento della democrazia attraverso la crescita personale dei cittadini. Si concretizza in due forme principali: 

  • Studiecirklar (circoli di studio), gestiti da dieci grandi associazioni nazionali finanziate dallo Stato. Sono piccoli gruppi di cittadini che si riuniscono per approfondire temi di ogni genere (dalla finanza alla filosofia) attraverso il dialogo, secondo un modello di apprendimento tra pari, che de-stigmatizza l’errore.
  • Folkhögskola (scuole superiori popolari), cioè istituti scolastici per adulti, che offrono corsi pensati per chi ha abbandonato la scuola o ha bisogno di recuperare competenze di base in un ambiente non stressante, con un focus particolare sul tema dei diritti e della partecipazione sociale.

Il Komvux è il sistema di istruzione municipale per gli adulti in Svezia, accessibile gratuitamente di diritto a qualsiasi cittadino che non abbia completato la scuola dell’obbligo o le superiori. A differenza della Folkbildning, il Komvux è un sistema formale che permette di acquisire titoli di studio riconosciuti dallo Stato. Ogni studente ha accesso ad un sistema di sussidi e prestiti agevolati che gli permette di mantenersi mentre frequenta i corsi, per eliminare la barriera economica al reskilling degli adulti. Il sistema del Komvux è estremamente flessibile e tarato sull’individuo, oltre che in grado di aggiornare rapidamente i programmi per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro, con cui è in stretto contatto. 

Perchè il modello svedese funziona?

La Svezia registra tassi di partecipazione alla formazione continua vicini al 70% e l’impatto è evidente, con il Paese che si posiziona stabilmente nella top 5 degli Stati OCSE in tutti e tre i domini (literacy, numeracy e problem solving). Considerando congiuntamente i tre domini, solo l’8% degli svedesi tra 16 e 65 anni si colloca al Livello 1 o inferiore della scala delle competenze, contro una media OCSE del 18% e un dato italiano allarmante del 35%. 

Ma perché il modello svedese è così efficace? Perché è un caso di scuola di EVIDENCE-BASED POLICY MAKING. Dietro a risultati tanto buoni non c’è il caso, ma una pianificazione scientifica accurata, portata avanti da un legislatore nazionale che non vede l’educazione come un optional, ma, al contrario, la tratta come una questione strategica per il funzionamento dello Stato. 

La scientificità delle politiche svedesi risiede nella costruzione di un’architettura istituzionale che trasforma la teoria del Lifelong Learning in un protocollo operativo misurabile.

  • La “Nudge Theory” (teoria della “spinta gentile” o del “pungolo”) è uno dei primi pilastri: invece di generare resistenza rendendo la formazione obbligatoria, la Svezia la trasforma nella scelta più facile, grazie agli incentivi economici e alla flessibilità dei percorsi proposti. 
  • La Svezia non si ferma ai risultati dei test PIAAC, ma valuta l’impatto delle sue politiche analizzando la correlazione con altri indicatori sociali ed economici. ​Il concetto chiave è il Socio-Economic Return on Investment: si calcola quanto la partecipazione ad attività formative per adulti riduca i costi diretti per lo Stato (ospedalizzazioni dovute ad una bassa health literacy, sussidi di disoccupazione, processi riconducibili ad una bassa coesione sociale…) e aumenti le entrate (tasse pagate da cittadini più occupabili).

È sulla base della letteratura accademica e dei rapporti istituzionali in merito che lo Stato svedese sceglie di investire circa lo 0,75% del PIL solo nell’istruzione degli adulti (dati OCSE ed Eurostat), una delle percentuali più alte al mondo. 

  • Il governo svedese gestisce le risorse basandosi sui dati e sul monitoraggio costante, che avviene tramite l’analisi controfattuale: strumento centrale nella valutazione delle politiche pubbliche, che consiste nel mettere a confronto un gruppo di cittadini che ha ricevuto il trattamento (in questo caso, che ha partecipato a programmi formativi) con un gruppo simile che non l’ha ricevuto, denominato “gruppo di controllo”. 
  • Per raggiungere chi si trova “ai margini”, lo Stato costruisce un sistema di sussidiarietà orizzontale: finanzia le organizzazioni non governative che hanno la “fiducia” del territorio e sono diffuse in modo capillare. Questo è fondamentale per arrivare potenzialmente a tutti i cittadini e superare la barriera della vergogna che spesso impedisce agli analfabeti funzionali di rivolgersi alle istituzioni ufficiali.  
Una Komvux di Malmo dove gli adulti possono finire gli studi

Conclusione: non arrendiamoci al declino dell’ignoranza generale

Il fatto che l’Italia si posizioni costantemente in fondo alle classifiche internazionali per quanto riguarda le competenze degli adulti è sintomo di una grave carenza del nostro sistema educativo nel formare menti davvero “pensanti”

Le conoscenze sono condizione necessaria, ma non sufficiente, per lo sviluppo di competenze. 

Competenza è applicare la nozione, come uno strumento, alla risoluzione di un problema. Per fare un esempio molto attuale, competenza non è limitarsi a sapere a memoria gli articoli della Costituzione: è usare quella conoscenza per comprendere gli effetti di una riforma e decidere come votare a un referendum costituzionale. 

Ecco perché l’analfabetismo funzionale è la prima minaccia alla democrazia. Se non si prende atto di questo, il rischio è che il “popolo sovrano” diventi un concetto puramente formale, svuotato di senso da una cronica incapacità di intendere la complessità. 

Questa è la strada che abbiamo imboccato da tempo. Ma le alternative esistono: sono scientificamente provate e producono risultati concreti. Starà a noi scegliere di non arrendersi al declino. 

Scrivi e fai video per Il Progressista

Se hai meno di 30 anni e vuoi raccontare la realtà dalla prospettiva della Generazione Z, unisciti al Progressista: articoli, inchieste, interviste e contenuti che mettono al centro la voce dei giovani.

Supporta Il Progressista

Con 10€ rendi possibile un articolo o un contenuto video. Paghiamo i giovani il doppio degli altri giornali.
Siamo un giornale libero e indipendente, e viviamo grazie alla community. Sostienici per continuare a costruire un’informazione fatta dai giovani, per i giovani.