Il gran capo del calcio mondiale ed i suoi legami con i potenti del mondo: capi di stato, affaristi, figure di spicco dell’economia globale e non solo. La matassa (in parte) sbrogliata di Mr Gianni.
Quando il 26 febbraio 2016, Gianni Infantino viene eletto presidente della FIFA, la massima organizzazione della gestione del calcio mondiale, nessuno si immagina quanto sarebbe poi successo. Nel giro di dieci anni, alla ricerca di un necessario consenso, l’ex avvocato di Briga ha costruito una così fitta rete di rapporti da renderlo uno dei personaggi di spicco a livello mondiale, oltre al semplice mondo dello sport. Capi di stato, affaristi, imprenditori. Tutti ruotano attorno a Mister Infantino, il cui ultimo progetto sembra sul punto di farlo crollare.
Chi è Gianni Infantino
Giovanni Vincenzo Infantino nasce il 23 marzo 1970 a Briga, nel Canton Vallese, da genitori di origine italiana, che prima di lasciare il Bel Paese risiedevano a Domodossola. Simpatizzante dell’Inter, Giovanni Vincenzo detto Gianni tenta da giovane la carriera da calciatore, con risultati assai modesti: il suo massimo è la penultima lega della piramide calcistica dei campionati svizzeri.
Si getta allora negli studi e diventa avvocato, specializzandosi nel diritto sportivo. Nel 2000 entra nella UEFA, il massimo organismo calcistico europeo, dove comincia a gestirne i rapporti con organi politici, tra cui la Commissione Europea ed il Consiglio europeo. Nel 2009 ne diventa poi segretario generale.

Infantino ai tempi della UEFA, dietro si riconosce il logo di Euro 2012
La sua ascesa si compie definitivamente tra il 2015 ed il 2016, quando la FIFA, il massimo organismo calcistico mondiale, viene travolta da un violento scandalo di corruzione, che portano alle dimissioni, il 2 giugno 2015, del suo stesso presidente, lo svizzero (anch’egli del Canton Vallese) Sepp Blatter, appena quattro giorni dopo la sua rielezione. In un clima disorientante, Infantino, candidato della stessa UEFA, viene eletto presidente FIFA il 26 febbraio 2016. La scalata è compiuta.
Consenso, potere e politica
Una volta raggiunti i vertici del calcio mondiale, Infantino pare però rendersi conto di una cosa: la sua nomina e la sua scalata sono stati frutto di un allineamento di astri molto fortunoso. La FIFA è un organo che racchiude al suo interno 211 federazioni affiliate, otto in più rispetto ai 193 stati membri delle Nazioni Unite, ed ognuna di queste vale quanto l’altra in termini di votazioni.
Stare ai vertici FIFA vuol dire possedere, alla propria base, un consenso forte, eterogeneo e costante nel tempo, cosa che Gianni Infantino sembra non possedere. Per evitare contraccolpi, creare tale substrato è quindi fondamentale.
In tutto questo risiede la motivazione alla base dell’agire di Infantino: il presidente ha bisogno di creare ciò di cui aveva bisogno già da prima. Dalla sua posizione, ciò non può che tradursi in un piglio più diretto e deciso nella gestione del calcio mondiale, così da poter mettere la sua figura in primo piano.
La FIFA perde allora quel suo ruolo di mero ombrello globale del calcio e diventa un’istituzione ancor più solida, che tollera poco gli sprazzi di autonomia delle confederazioni continentali. Il centro di questa istituzione è ovviamente il suo numero uno, Gianni Infantino, il quale si fa portavoce di riforme radicali, come l’espansione della Coppa del Mondo da 32 a 48 squadre, allo scopo di conquistare l’appoggio delle piccole federazioni di ogni continente, in particolar modo quelle asiatiche ed africane.
Una leadership così personalistica e bisognosa di appoggio necessita però di un qualcosa in più, vale a dire stringere mani e fare affari. Parlare, discutere, accordarsi. Con Infantino quindi la FIFA si butta a capofitto nel mondo della politica: il suo Forward Programme comincia a collaborare con le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa, l’Unione Africana e l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) ed il 1° dicembre 2018, a Buenos Aires, Gianni Infantino diventa il primo presidente FIFA a prendere parte al G20.
Non basta comunque, c’è bisogno di spingersi ancora avanti. Trattare non solo con le istituzioni, ma direttamente con i potenti e le nazioni. Un qualcosa che gli riconobbe, anche il suo predecessore Blatter, intervistato nel 2020 da Keystone-ATS:
“ Infantino non parla più con le varie federazioni, ma con i capi di stato”
Gianni e lo zar
Divenuto presidente, Infantino si trova a gestire, quale sua prima Coppa del Mondo, quella del 2018, in Russia. Il numero uno FIFA ha sempre salutato con favore non solo il Mondiale russo, capitato negli anni successivi ai numerosi scandali doping che travolsero il mondo dello sport moscovita, ma anche il suo rapporto con il padre padrone di Mosca da inizio anni 2000: Vladimir Putin.
Nel 2019, lo stesso Putin ha conferito ad Infantino l’Ordine dell’Amicizia Russo. Nel corso della cerimonia, Infantino non si è risparmiato negli elogi, dichiarando che quello “è solo l’inizio della nostra proficua collaborazione” e che Russia 2018 sia stato “il più bel Mondiale di sempre”. Odore di deja-vu.

Putin ed Infantino nel corso di una chiacchierata cordiale
Poi è arrivata la guerra in Ucraina, che comunque ha dato modo alla FIFA ed al suo presidente di mostrare al mondo quanto il loro rapporto con la Federazione Russa ed il suo presidente sia, parola dell’ex presidente FA (federcalcio inglese) David Bernstein, “semplicemente troppo stretto”.
Mentre infatti l’intero mondo, nei giorni successivi al 24 febbraio 2022, prese provvedimenti per punire l’attacco russo, la FIFA tergiversava, per poi stabilire un semplice divieto di esporre le bandiere e suonare l’inno per la nazionale di calcio russa, ma non la sua esclusione, come nemmeno quella dei club russi. Dopo ore di polemica da tutte le parti, la FIFA fu poi costretta a stabilire anche l’esclusione dalle competizioni.
Un’indecisione da molti dimenticata, ma che riemerge prepotentemente se si pensa al fatto che la Bielorussia non sia mai stata sanzionata dalla FIFA, a probabile dimostrazione che le sanzioni alla Russia siano frutto semplicemente dei rischi mediatico di una non-pena, anche se nel febbraio 2026 lo stesso Infantino si è dichiarato favorevole a riammettere la Russia nel circuito calcistico mondiale. Se mai dovesse riuscirci, questa volta Putin potrebbe conferirgli direttamente una medaglia al valore.
Il principe ed il miliardario
I petroldollari fanno gola a molti, ma sono pochissimi a poter vantare un’amicizia con l’erede al trono della monarchia saudita ed uno degli uomini d’affari più importanti del Medio Oriente, se non del mondo.
Gianni Infantino è tra costoro, data l’amicizia con il principe, erede al trono e primo ministro dell’Arabia Saudita (mandante dell’omicidio del giornalista dissidente, Jamal Khashoggi), Mohammad bin Salman. Quest’ultimo assieme a Yasir Al-Rumayyan, siede a capo del PIF, il fondo sovrano saudita, della Saudi Aramco, tra le più grandi compagnie petrolifere al mondo e sponsor FIFA dal 2024, proprietario del Newcastle United, oltre che di alcune società che avrebbero fornito appoggio ai killer del già citato Khashoggi.
Infantino ha più volte sposato il progetto saudita, portato avanti da bin Salman stesso, di usare lo sport ed il calcio come strumento di soft power, intervenendo direttamente anche nella procedura di assegnazione della sede di Mondiali di calcio del 2034, per i quali proprio Riad aveva presentato la sua candidatura. Dalle ricostruzioni, il presidente FIFA sembrerebbe aver richiesto ai votanti di affrettare i procedimenti di voto, acclamando l’Arabia Saudita come candidato vincitore.
Un assist che certamente non si poteva non ricambiare. Così, quando nel 2024 ci si chiedeva chi avrebbe acquistato i diritti del nuovo Mondiale per Club a 32 squadre e con rotazione quadriennale voluto da Infantino stesso, fu DAZN ad intervenire, pagando la cifra di un miliardo di dollari. Il caso ha voluto che proprio poco tempo prima la stessa DAZN vedesse una sua quota di minoranza, si dice il 10%, acquistata dal PIF, in mano al governo saudita e retto da Al-Rumayyan.

Mohammad bin Salman, erede al trono saudita e primo ministro del regno
Agli arabi il Mondiale per Club interessava già da molto, tanto che nel 2018 PIF (guarda caso!) e SoftBank, del cui CdA era parte proprio lo stesso Al-Rumayyan, presentarono un’offerta di 25 miliardi di dollari per acquisire il controllo proprio della nuova competizione di una sorta di Nations League globale. Il no della UEFA bloccò tutto.
Pazienza. Appuntamento al 2034 per un nuovo capitolo di un rapporto che Mark Pieth, ex consigliere per l’anticorruzione della FIFA, ha giudicato pericoloso.
“Oggi mi sento qatarino”
Più che di una persona, qui si parla di una vera e propria nazione, ovvero lo Stato del Qatar, con capitale la città di Doha, residenza di Gianni Infantino dal 2022. Lo stesso anno della Coppa del Mondo, tenutasi proprio nel piccolo emirato in un’inedita edizione invernale, visto che le proibitive temperature del Medio Oriente avrebbero reso impossibile il classico Mondiale estivo a cui siamo abituati dal 1930 a questa parte.

Un frammento della cerimonia d’apertura del Mondiale del 2022, in Qatar
Sul Mondiale qatariota si è detto di tutto. Sono stati i Mondiali delle polemiche sullo sfruttamento dei lavoratori impiegati nella costruzione degli stadi adibiti ad ospitare la competizione e le numerose morti sul lavoro avvenute nel mentre; sono stati i Mondiali sulle polemiche per la politica intollerante dell’emirato qatariota in materia di diritti umani, in particolar modo sul trattamento della comunità LGBT; sono stati i Mondiali che hanno fatto domandare molti se sia infondo lecito ospitare la più grande competizione calcistica di sempre in paese che alla fine, con il calcio, ha poco a che fare, se non fosse per la quantità di denaro affluente nelle casse dei suoi padroni.
A tutto questo, Infantino ha risposto in una delirante conferenza stampa, negando le morti sul lavoro, attaccando le critiche provenienti dal mondo occidentali sulla politica intollerante del Qatar e spolverando una delle sue citazioni più iconiche e grottesche: “Oggi mi sento qatarino. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento un lavoratore migrante.”
Poco c’è da stupirsi dunque se l’aereo che ha permesso ad Infantino di seguire molte delle partite dell’ultima Coppa del Mondo sia firmato proprio Qatar Airways.
Il rapporto con Donald Trump
Ai più appare come il pomo della discordia, il simbolo definitivo di un calcio ormai ridotto a strumento al servizio dei pochi rispetto che per i molti. Eppure il rapporto tra Trump ed Infantino cominciò in alto mare, quando nel 2017 il presidente FIFA criticò duramente il Travel Ban, suggerendo persino l’ipotesi ad oggi fantascientifica di togliere agli USA la possibilità di ospitare la Coppa del Mondo 2026.
Poi, come Saulo illuminato sulla via di Damasco, nel 2018 tutto cambia. In occasione dell’assegnazione ad USA, Messico e Canada della Coppa del Mondo 2026, Infantino incontra il POTUS direttamente all’interno della Casa Bianca. L’incontro, segnato ad un piccolo siparietto dove lo svizzero regala a Trump due cartellini da arbitro, colpisce il Tycoon e nel 2020, a Davos, nel corso dell’omonimo forum economico, Infantino viene invitato ad una cena organizzata dalla stessa Presidenza USA.
Il Presidente FIFA non si fa scappare l’occasione e nel corso dell’evento tiene un discorso in cui elogia fortemente Trump, bollato come “un autentico uomo di sport”. Poco tempo dopo, proprio l’inquilino della Casa Bianca lo vuole al suo fianco alla firma degli Accordi di Abramo, che portano alla normalizzazione dei rapporti tra lo Stato d’Israele ed alcune nazioni mediorientali (Emirati Arabi Uniti su tutti).
La sconfitta di Trump alle elezioni del novembre 2020 blocca però l’ascesa di questa amicizia. Bisogna aspettare il 2024, quando il Tycoon batte Kamala Harris e torna alla Casa Bianca per il secondo ed ultimo mandato. Il comeback di Donald viene ovviamente celebrato da Infantino e pochi mesi dopo la FIFA apre un proprio ufficio nella Trump Tower.
Nel corso di tutto il 2025, il rapporto tra i due si solidifica, diventando quasi simbiotico. A maggio 2025, Infantino, a costo persino di rinviare una riunione della stessa organizzazione di cui è al comando, accompagna Trump in un viaggio d’affari in Medio Oriente, facendo tappa anche nel suo caro Qatar.
Il 13 ottobre, a Sharm El Sheik, c’è anche lui, a sorpresa, al vertice per la firma dell’Accordo di Pace per la Striscia di Gaza. Una presenza che per molti è fonte di stupore, mentre per Infantino diventa occasione per riempire nuovamente di elogi Trump, toccando anche una delle sue corde più sensibili: il Premio Nobel, del quale il tycoon, secondo il numero uno FIFA, sarebbe meritevole.

Infantino, Donald Trump e JD Vance in un meeting alla Casa Bianca
Così, per compensare la mancata vincita, il 5 dicembre Gianni Infantino, prima dell’inizio dei sorteggi ufficiali dei gironi della Coppa del Mondo 2026, consegna a Trump il premio FIFA per la pace. Un’onorificenza creata ad hoc appena un mese prima, che getta nell’imbarazzo persino i funzionari della stessa FIFA.
Il compimento di questo abbraccio mortale non può che essere ovviamente lo stesso Mondiale, conclusosi appena pochi mesi fa. Si potrebbe parlare del fatto che Infantino abbia praticamente snobbato i leader delle altre due nazioni ospitanti (il premier canadese Mark Carney ed il presidente messicano Claudia Sheinbaum), della terribile gestione della nazionale iraniana, costretta ad un estenuante spola tra Stati Uniti e Messico per non incorrere in sanzioni dalle autorità USA o della triste vicenda dell’arbitro Omar Artan, tra i migliori fischietti africani, a cui, dopo un interrogatorio di 11 ore in quel di Miami, è stato negato l’ingresso nel paese.
Il simbolo (negativo) di questa Coppa del Mondo è stato però il caso Balogun. Il 1° luglio, Forlan Balogun, attaccante della nazionale statunitense, viene espulso durante la partita tra gli Stati Uniti e la Bosnia ed Erzegovina, ai sedicesimi di finale. Gli USA vincono il match per 2 a 0, ma si vedono privati di quello che per stato di forma era apparso come tra i migliori della squadra. O forse no.
Pochi giorni dopo, la FIFA, appellandosi ad una regola mai applicata nella storia dei Mondiali da calcio, cancella la squalifica di Balogun, sancendo che l’attaccante potrà prendere parte agli ottavi di finale contro il Belgio.
La polemica che monta è impetuosa, soprattutto perché tutti cominciano a sospettare lo zampino del Tycoon dietro la decisione. La conferma, dopo varie indiscrezioni, arriva direttamente da Trump stesso, che dichiara apertamente di aver telefonato ad Infantino chiedendogli di rivedere la decisione.
Detto fatto. Alla fine, Balogun non è stato decisivo nella partita incriminata, visto che gli Stati Uniti hanno perso 4 a 1 contro il ben più blasonato Belgio. La regolarità sportiva sarà stata anche salvata, ma la faccia di un’organizzazione sportiva piegata senza alcuna remora alle volontà (o capricci) dei potenti della terra difficilmente è incorsa nello stesso destino.
Kushner, Maffei e come ci prendemmo il Mondiale
In prima fila, il 5 dicembre 2025, alla cerimonia dei sorteggi dei Mondiali, sedeva tra i tanti l’affarista americano ed inviato speciale USA per la pace, Jared Kushner. Marito della figlia stessa del presidente Trump, che nel 2020 graziò suo padre Charles dopo una condanna per vari capi d’accusa, Kushner è tra i personaggi più in vista del secondo mandato presidenziale di Donald Trump.
Originario del New Jersey, pare sia stato lui l’artefice della scelta del MetLife Stadium quale sede della finale del Mondiale americano. Un impianto che, coincidenza delle coincidenze, sorge proprio nello stato americano di origine di Kushner.
Non a caso quindi, suo fratello Joshua spicca tra i coinvolti nella possibile creazione della FFE, la FIFA Forward Enterprise, ovvero la società controllata da privati che, nei piani di Gianni Infantino, avrebbe avuto il compito di assumere la gestione e l’organizzazione della Coppa del Mondo e del Mondiale per Club. Una vera e propria privatizzazione del calcio mondiale, di cui avrebbe beneficiato proprio una delle figure più di spicco della cerchia del POTUS.
Kushner, nonostante il suo esserci successivamente dissociato dal piano, non è però l’unico uomo vicino al presidente Trump ad essere coinvolto nel progetto FFE. Spicca infatti come consulente finanziario del piano tale Greg Maffei, ex CEO di Liberty Media e uomo dietro all’acquisto dei diritti e della gestione della Formula Uno da parte proprio di LM stesso.
Nei guai con il Dipartimento di giustizia USA e l’antitrust europeo, Maffei risulta aver donato tra i 200 ed i 250 mila dollari al comitato d’insediamento del primo mandato di Trump.
La scoperta del progetto ed il successivo montare di polemiche hanno però bloccato il tutto, costringendo lo stesso Infantino a chiedere scusa per il suo tentativo indiscreto. Il dado però è stato ormai tratto, con l’UEFA, organismo da sempre sofferente nei confronti della presidenza Infantino, ormai sul piede di guerra, dopo aver minacciato persino di boicottare le future Coppe del Mondo in caso di riuscita del disegno di privatizzazione.
In conclusione
Non sappiamo se stiamo vivendo gli ultimi momenti della presidenza Infantino. Certamente, mai come oggi il fronte d’opposizione contro il numero uno FIFA è stato così ampio e ricco di adesioni tra l’opinione pubblica. Le elezioni presidenziali per decidere il futuro vertice del calcio mondiale del 2027 saranno sicuramente il momento decisivo. Le opzioni sul campo sono poche: continuare per un ultimo mandato di Gianni Infantino o dare un netto taglio alla governorship del football.
Sarà che forse la stessa ricerca del consenso a tutti i costi di Mister Gianni si rivelerà proprio l’origine della fine della sua parabola? Ai posteri l’ardua sentenza.
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