Soap nazionale: da Berlino al caos FIGC

Federica Trezza

Vent’anni di colpi di scena, tre Mondiali persi e una rifondazione che non comincia mai

Dodici anni senza un Mondiale. Vent’anni dall’ultima Coppa del Mondo. Nel frattempo, abbiamo cambiato allenatori, presidenti, dirigenti, strategie e promesse. L’unica cosa che non cambia è il finale. 

Benvenuti nella soap Nazionale.

Tra Temptation Island e il casting per il CT

Tradimenti, colpi di scena, retroscena, smentite, dimissioni, ritorni di fiamma e confronti finali, se qualcuno avesse passato gli ultimi giorni lontano dalle notizie sportive, potrebbe facilmente pensare di trovarsi davanti a una puntata di Temptation Island o all’ennesima edizione del Grande Fratello. In realtà, il protagonista è il calcio italiano. Ogni giorno sembra aggiungersi un nuovo tassello: un commissario tecnico dato a un passo dalla firma e poi sfumato, un dirigente che arriva, un altro che si dimette, un grande ex che torna al centro della scena, una polemica politica che irrompe in una vicenda sportiva. Dichiarazioni, indiscrezioni, retroscena, smentite e nuove ricostruzioni si rincorrono nell’arco di poche ore, trasformando la gestione della Nazionale in una serie a puntate.

La Nazionale italiana è diventata una soap in cui cambiano continuamente i protagonisti, mentre la trama resta sempre la stessa. Da settimane il dibattito pubblico ruota attorno ai nomi, a chi guiderà gli Azzurri, a chi siederà ai vertici della Federazione, a chi abbia sbagliato e a chi dovrebbe fare un passo indietro, ogni crisi viene raccontata come se bastasse trovare il protagonista giusto per cambiare il finale della storia. Il problema, però, sembra più profondo, il calcio italiano continua a cercare il prossimo uomo della provvidenza e fatica a interrogarsi sulle ragioni che hanno portato una delle Nazionali più vincenti della storia a diventare un cantiere permanente.

Vent’anni dopo Berlino

Il 2026 non è un anno qualunque per il calcio italiano, sono passati vent’anni dal 9 luglio 2006, quando Fabio Grosso trasformò il rigore decisivo contro la Francia e consegnò all’Italia il quarto titolo mondiale. Berlino resta una delle immagini sportive più forti della memoria collettiva, il simbolo di una squadra capace di trasformare anche le difficoltà di Calciopoli in un’impresa destinata a entrare nella storia. Nessuno avrebbe immaginato che quella sarebbe rimasta l’ultima grande notte del calcio italiano. Da allora gli Azzurri hanno attraversato stagioni alterne, tra brevi fiammate e crisi sempre più profonde, fino a un dato che, per una Nazionale quattro volte campione del mondo, continua a sembrare incredibile, sono ormai dodici anni che l’Italia non gioca una Coppa del Mondo. Un’intera generazione è cresciuta senza mai vedere gli Azzurri sul palcoscenico più importante del calcio e, se la qualificazione dovesse sfuggire anche nel 2030, molti giovani arriverebbero alla maggiore età senza alcun ricordo diretto dell’Italia ai Mondiali.

Nel mezzo di questo declino c’è stata l’eccezione di Wembley, la vittoria dell’Europeo nel 2021 aveva fatto pensare che il calcio italiano fosse davvero ripartito. Oggi, però, quella notte appare sempre più come una parentesi felice, capace solo per qualche mese di nascondere le fragilità di un sistema che già allora mostrava segni evidenti di cedimento. Per capire il caos di oggi bisogna ripartire da qui, ciò che sta accadendo in queste settimane non è nato all’improvviso, ma rappresenta l’ultimo capitolo di una crisi che dura da oltre un decennio.

Tre Mondiali saltati

Nel calcio esistono le sconfitte, le generazioni meno brillanti, gli episodi sfortunati, i rigori sbagliati e i palloni che colpiscono il palo invece di entrare, può succedere a chiunque. Quello che è accaduto all’Italia negli ultimi dodici anni, però, appartiene a un’altra categoria. Un Mondiale mancato può essere un incidente, due diventano una crisi, tre non sono più una coincidenza.

Il primo campanello d’allarme arriva il 13 novembre 2017. A San Siro l’Italia non va oltre lo 0-0 contro la Svezia nello spareggio per l’accesso ai Mondiali di Russia, dopo la sconfitta dell’andata, quel pareggio sancisce una delle pagine più dolorose della storia della Nazionale, per la prima volta dal 1958, gli Azzurri non si qualificano alla Coppa del Mondo. Le immagini di Gianluigi Buffon in lacrime fanno il giro del mondo, non piange soltanto un portiere che sta chiudendo la propria carriera internazionale, piange il simbolo di una generazione che aveva vinto tutto e che, all’improvviso, si ritrova fuori dal torneo più importante.

 In quei giorni il sentimento prevalente è quasi unanime: è una tragedia sportiva, certo, ma servirà a ripartire. Il fallimento costringerà il calcio italiano a riformarsi, la storia, però, prenderà un’altra strada.

L’illusione di Wembley

Dopo la delusione arriva Roberto Mancini e la Nazionale cambia volto. Tornano entusiasmo, gioco offensivo, fiducia nei giovani e un’identità riconoscibile, gli Azzurri infilano una lunga serie di risultati utili consecutivi, conquistano l’Europeo battendo l’Inghilterra a Wembley e restituiscono al Paese un entusiasmo che sembrava perduto. Per molti, quella vittoria è la prova che il peggio sia alle spalle, col senno di poi, però, ha soltanto nascosto le crepe. Mentre milioni di italiani festeggiavano una delle imprese sportive più belle degli ultimi decenni, i problemi strutturali del movimento restavano tutti lì, il successo della Nazionale aveva temporaneamente coperto questioni che riguardavano i vivai, la valorizzazione dei giovani, la governance del sistema e il rapporto sempre più fragile tra club e Federazione.

L’Europeo è stato un capolavoro tecnico e umano, ma un capolavoro, da solo, non basta a cambiare un sistema.

Il punto di rottura

Otto mesi dopo Wembley arriva il secondo shock, a Palermo basta un gol di Trajkovski al 92° minuto perché l’Italia, campione d’Europa in carica, resti fuori dal Mondiale in Qatar. È il momento in cui diventa difficile continuare a parlare di episodi o di semplice sfortuna, se una Nazionale capace di vincere un Europeo fallisce comunque la qualificazione ai Mondiali, significa che il problema va oltre il valore della squadra. Qualcosa, nel calcio italiano, si è inceppato e da allora il copione si ripete.

Roberto Mancini lascia la panchina della Nazionale per accettare l’offerta dell’Arabia Saudita. La Federazione si ritrova così a gestire una transizione improvvisa, al suo posto arriva Luciano Spalletti, reduce dallo scudetto storico conquistato con il Napoli. Ancora una volta l’attenzione si concentra sull’uomo in panchina, è lui quello giusto? Saprà ricostruire il gruppo? Riuscirà a riportare l’Italia ai Mondiali? Sono domande legittime, ma rischiano anche di spostare il focus dal punto centrale. Negli ultimi anni il calcio italiano ha cambiato commissari tecnici, dirigenti, idee tattiche ed ogni volta il dibattito si è concentrato sul nuovo volto chiamato a sistemare tutto.

Se continui a cambiare il comandante mentre la nave perde la rotta, prima o poi vale la pena guardare anche la nave, ed è qui che la metafora della soap opera diventa qualcosa di più di una battuta. Ogni stagione introduce nuovi protagonisti: Ventura lascia spazio a Mancini, Mancini a Spalletti, Spalletti a Gattuso, cambiano i dirigenti, cambiano le polemiche, cambiano i nomi, la sceneggiatura resta la stessa.

Non siamo davanti a una generazione sfortunata. Siamo davanti a un sistema che da troppo tempo rincorre soluzioni immediate senza affrontare le cause profonde dei propri fallimenti, il problema del calcio italiano non comincia in panchina.

Il cortocircuito del sistema

Ogni volta che la Nazionale fallisce, il dibattito segue uno schema ormai prevedibile, si cerca un responsabile: l’allenatore ha sbagliato le convocazioni, il presidente federale dovrebbe dimettersi, i dirigenti non sono all’altezza. Poi arriva un nuovo commissario tecnico e, con lui, la speranza che basti cambiare guida per invertire la rotta.

È una dinamica rassicurante, perché offre una risposta semplice a un problema complesso, ma il calcio moderno funziona diversamente: un commissario tecnico lavora con ciò che il sistema gli mette a disposizione. Può valorizzare una generazione, costruire un’identità di gioco, creare uno spirito di gruppo e, in casi eccezionali, compiere imprese straordinarie, come fece Roberto Mancini con l’Europeo del 2021.

Quello che non può fare è costruire da solo il futuro del calcio italiano.

 Per farlo servono programmazione, investimenti, una filiera giovanile competitiva e una visione condivisa tra Federazione, Leghe e club ed è proprio qui che il calcio italiano sembra essersi progressivamente smarrito.

Da Guardiola a Pirlo. Anzi no, Mancini.

Per qualche giorno il sogno si chiama Pep Guardiola, l’allenatore che ha rivoluzionato il calcio moderno, l’uomo delle Champions League e dei triplete, il tecnico che ogni federazione vorrebbe sulla propria panchina.

Poi, nel giro di poche ore, il nome cambia, non più Guardiola, Andrea Pirlo. Con tutto il rispetto per uno dei più grandi centrocampisti della storia del calcio, il salto è enorme, da uno degli allenatori più vincenti di sempre a un tecnico con un’esperienza ancora limitata in panchina.

È inevitabile che molti tifosi si siano chiesti: «Ma che pirlata è questa?»

Ad essere onesti intellettualmente, però, la questione non riguarda Pirlo, riguarda il metodo, possibile che il progetto tecnico della Nazionale passi con tanta disinvoltura da Guardiola a Pirlo? Due profili quasi agli antipodi per esperienza, curriculum e idea di calcio.

Se entrambi possono rappresentare la soluzione, allora forse il problema è che non esiste una strategia chiara.

 Ombre russe sulla Nazionale

Quando tutto sembra pronto per l’annuncio ufficiale, esplode il caso destinato a far saltare il banco, Pirlo è infatti ambassador di Fonbet, società russa di scommesse. Un rapporto commerciale noto da tempo, ma che nel clima geopolitico seguito all’invasione russa dell’Ucraina assume all’improvviso un peso diverso.

La questione esce subito dal perimetro sportivo, esponenti politici, istituzioni e opinione pubblica iniziano a interrogarsi sull’opportunità che il commissario tecnico della Nazionale italiana possa essere legato a un marchio riconducibile alla Russia, nel giro di poche ore la vicenda diventa un caso nazionale.

Pirlo respinge ogni lettura politica del suo rapporto con Fonbet e chiarisce che si tratta di una collaborazione commerciale, non di una presa di posizione ideologica, ma ormai il dibattito ha preso un’altra direzione.

La candidatura viene accantonata prima ancora di essere ufficializzata, è la prima volta che un commissario tecnico viene esonerato senza aver mai diretto un allenamento, convocato un giocatore o pronunciato una parola da CT. È un primato surreale ed è anche il simbolo perfetto del momento che sta attraversando il calcio italiano.

La rinuncia a Pirlo apre subito una frattura interna, per Paolo Maldini e Leonardo, direttore tecnico e advisor, quello stop imposto dall’alto suona come una sfiducia nei confronti del progetto tecnico che era stato affidato loro.

Dopo appena sedici giorni dal loro insediamento, scelgono di farsi da parte, una rivoluzione annunciata si spegne ancora prima di cominciare. La Federazione aveva puntato su due figure di grande profilo per rifondare il calcio italiano, ma nel giro di poco più di due settimane entrambe lasciano l’incarico e il nuovo inizio, quello che avrebbe dovuto segnare una svolta, finisce per dissolversi prima ancora di diventare davvero operativo.

Quando la politica entra in campo

Se il caso Pirlo nasce dentro il calcio, è la politica a trasformarlo in un caso istituzionale, nel giro di poche ore le prese di posizione si moltiplicano, da destra e da sinistra, e la domanda smette presto di essere soltanto tecnica: è opportuno affidare la Nazionale a una figura legata commercialmente a una società russa?

Le “ombre russe” finiscono così per oscurare il dibattito sul campo, il presidente del Senato Ignazio La Russa liquida la vicenda con un eloquente: «Che Dio ce la mandi buona», mentre l’eurodeputata Pina Picierno parla di una scelta incompatibile con il momento storico. Anche Carlo Calenda interviene chiedendo maggiore attenzione all’immagine delle istituzioni sportive, mentre Alessandro Di Battista difende Pirlo parlando di “russofobia” e sostenendo che una collaborazione commerciale non possa essere automaticamente trasformata in una questione politica. In poche ore, la scelta del commissario tecnico diventa terreno di scontro politico oltre che sportivo.

La Nazionale non è una squadra qualsiasi, è un simbolo, un frammento di identità collettiva, e ogni scelta che la riguarda finisce inevitabilmente per avere anche un peso politico. Il botta e risposta tra il presidente federale Giovanni Malagò e il ministro per lo Sport Andrea Abodi rende ancora più evidente quanto il confine tra sport e istituzioni sia diventato sottile. Abodi parla apertamente della necessità di «recuperare una brutta figura», mentre Malagò replica: «Bisogna vedere chi l’ha fatta la brutta figura». 

Il dibattito esce definitivamente dai campi di allenamento e si sposta nelle stanze della politica, per la prima volta dopo molti anni, il futuro del commissario tecnico della Nazionale non viene deciso soltanto da valutazioni sportive, ma finisce al centro di un confronto in cui geopolitica, comunicazione istituzionale e immagine del Paese si intrecciano fino a diventare inseparabili.

Il caso Pirlo pone una domanda destinata ad andare ben oltre questa vicenda: oggi, nello sport, conta di più quello che fai in campo o quello che rappresenti fuori? Per decenni la risposta sembrava scontata, oggi non lo è più. Nell’era della geopolitica, dei social e della reputazione, le scelte commerciali e l’immagine pubblica possono pesare quanto, se non più, dei risultati sportivi.

Il diritto di cronaca

Come in ogni telenovela che si rispetti, però, i colpi di scena non finiscono mai e la FIGC non ha voluto essere da meno.

La Federazione aveva infatti previsto un contributo economico di 500 euro per consentire a testate ed emittenti di utilizzare le immagini della conferenza stampa di presentazione del nuovo commissario tecnico, una scelta che ha scatenato la dura reazione di Stampa Romana e dell’Unione Stampa Sportiva Italiana (USSI), che hanno parlato di una decisione in contrasto con il principio del diritto di cronaca.

La polemica non riguardava soltanto il costo, tocca un principio più ampio: la possibilità per i giornalisti di raccontare fatti di interesse pubblico senza che l’accesso alle immagini sia subordinato a un pagamento. In un momento in cui il calcio italiano avrebbe bisogno di recuperare credibilità e trasparenza, la decisione ha finito per aprire un nuovo fronte di scontro con il mondo dell’informazione.

La protesta è stata così forte da costringere Giovanni Malagò a una rapida retromarcia, all’apertura della conferenza stampa ha annunciato che tutte le somme sarebbero state restituite, nel tentativo di spegnere una polemica che aveva ormai oscurato anche la presentazione del nuovo corso della Nazionale.

La conferenza stampa che avrebbe dovuto segnare l’inizio della rifondazione si è trasformata nell’ennesima figuraccia comunicativa. Ancora una volta, più che il progetto sportivo, a dominare il dibattito sono state le polemiche e in una storia già ricca di colpi di scena, anche il diritto di cronaca è finito per diventare parte della trama.

L’ennesimo nuovo inizio

Dopo giorni di indiscrezioni, candidature sfumate, polemiche e dimissioni, il sipario si alza finalmente sulla nuova conferenza stampa della FIGC, accanto al presidente Giovanni Malagò c’è Roberto Mancini, richiamato sulla panchina della Nazionale dopo il caos che ha travolto il progetto iniziale, poco più in là, Claudio Ranieri, destinato a ricoprire il ruolo di direttore tecnico.

Eppure, più delle parole, colpiscono le immagini, i volti sono tesi, l’atmosfera ha il sapore di un passaggio obbligato più che di una ripartenza condivisa, l’entusiasmo che dovrebbe accompagnare una rifondazione lascia spazio alla sensazione di una soluzione trovata in extremis, dopo giorni in cui ogni certezza è stata rimessa in discussione.

Anche la scelta di Ranieri racconta bene le contraddizioni di questa vicenda, solo un anno fa aveva rinunciato alla possibilità di guidare la Nazionale, preferendo restare alla Roma in un altro ruolo. Oggi entra invece a far parte del nuovo corso federale, una decisione legittima, certo, ma che alimenta comunque l’impressione di un calcio italiano costretto a muoversi più per necessità che per una strategia davvero definita.

Lo stesso ritorno di Mancini apre interrogativi inevitabili, è il segnale di una Federazione capace di ricucire una frattura e riportare a casa uno degli allenatori più vincenti della storia recente degli Azzurri? Oppure è la conferma che, esaurite le alternative e fallito il progetto costruito attorno ad altri nomi, il sistema abbia scelto semplicemente di tornare al punto di partenza?

A fotografare bene questa sensazione è stata anche una riflessione di Luciano Spalletti, secondo l’ex commissario tecnico, Paolo Maldini rappresentava «il nuovo di cui c’era bisogno», poi ha usato una metafora tanto semplice quanto efficace: «È stato come fare un aggiornamento sul telefonino. Era troppo vecchio e l’aggiornamento non è stato possibile farlo. Invece di mettere la quarta è rientrata la seconda.»

Il valore dei protagonisti non si discute, Mancini resta l’allenatore che ha riportato l’Italia sul tetto d’Europa nel 2021, Ranieri è una delle figure più rispettate del calcio internazionale.

Il problema, però, è che dopo settimane raccontate come l’alba di una nuova era, il calcio italiano si ritrova ancora una volta a fare affidamento su volti già noti.

La riforma che non arriva mai

Da anni il calcio italiano vive in un equilibrio fragile, da una parte c’è la FIGC, chiamata a guidare il movimento, dall’altra la Lega Serie A, che rappresenta gli interessi economici dei club. Sulla carta gli obiettivi coincidono: un campionato forte dovrebbe alimentare anche una Nazionale competitiva, nella pratica, però, le priorità spesso non vanno nella stessa direzione. I club devono rispondere ai bilanci e alla pressione dei risultati immediati, per questo un allenatore difficilmente punterà su un giovane da far crescere se può affidarsi a un calciatore già pronto o semplicemente più economico. È una scelta comprensibile dal punto di vista del singolo club, ma quando diventa sistema finisce per impoverire tutto il movimento.

Da anni si parla di riforme, vivai e valorizzazione dei giovani italiani, ogni crisi riporta questi temi al centro del dibattito, ma passata l’emergenza tutto sembra tornare come prima, così il calcio italiano continua a rincorrere il problema del momento senza affrontare davvero le cause che lo generano.

Mancano davvero i talenti?

È la domanda che accompagna quasi ogni discussione sulla Nazionale: l’Italia produce ancora calciatori di livello internazionale? La risposta non è semplice. È vero che oggi il movimento non dispone dell’abbondanza di campioni che aveva in altre epoche, quando si potevano schierare insieme Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero, Gattuso, De Rossi, Toni o Inzaghi, ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Il talento non è una risorsa naturale che compare o scompare da sola, si forma, si coltiva, si protegge e, soprattutto, si fa giocare. Negli ultimi anni il calcio italiano ha visto diminuire lo spazio concesso ai giovani italiani in Serie A, i club, spinti da esigenze economiche sempre più pressanti e dalla necessità di ottenere risultati immediati, ricorrono con maggiore frequenza al mercato internazionale, se un giovane calciatore italiano fatica a trovare continuità nel massimo campionato, sarà molto più difficile ritrovarlo pronto quando vestirà la maglia della Nazionale.

La Germania, dopo il fallimento di Euro 2000, ha rivoluzionato il proprio sistema di formazione investendo con decisione nei settori giovanili e nelle accademie, la Spagna ha costruito nel tempo una precisa identità tecnica, condivisa tra club e rappresentative nazionali, la Francia continua a raccogliere i frutti di un modello che punta da decenni sulla formazione e sulla valorizzazione dei talenti.

L’Italia, invece, sembra spesso limitarsi a cambiare allenatore.

Dal campo ai social

C’è un altro elemento che rende questa vicenda diversa rispetto alle crisi del passato: il modo in cui viene raccontata. Vent’anni fa le notizie sulla Nazionale arrivavano attraverso i telegiornali sportivi e i quotidiani del mattino, oggi basta un’indiscrezione pubblicata online perché, nel giro di pochi minuti, venga rilanciata da decine di siti, trasformata in meme, commentata in diretta su X, discussa su TikTok e raccontata in centinaia di reel su Instagram. Ogni trattativa diventa una serie di cliffhanger, un nome accostato alla panchina basta ad accendere il dibattito, una smentita genera nuove ipotesi, un retroscena alimenta altre ricostruzioni.

Non è un fenomeno che riguarda soltanto il calcio italiano, viviamo in un ecosistema mediatico in cui l’attenzione è la risorsa più preziosa e le piattaforme premiano ciò che genera reazioni immediate, ciò che colpisce è che anche la gestione della Nazionale sembri essersi adattata a questa logica: più che comunicare una visione, rincorre il ritmo frenetico delle indiscrezioni.

I social hanno trasformato ogni sua crisi in un episodio da consumare, commentare e dimenticare.

La maglia azzurra

Per generazioni di calciatori italiani, indossare la maglia azzurra rappresentava il punto più alto della carriera, non era soltanto una convocazione, era un riconoscimento, un privilegio, un motivo di orgoglio personale e collettivo. Basta guardare le immagini dei Mondiali del 1982 o del 2006 per capirne il peso emotivo.

Oggi il rapporto sembra diverso, negli ultimi anni hanno fatto discutere i forfait, le rinunce e le polemiche legate alle convocazioni, ogni caso è diverso, ma la percezione diffusa è che la Nazionale abbia perso parte del proprio fascino. Il calendario sempre più fitto, gli interessi economici del calcio contemporaneo e la centralità dei club hanno inevitabilmente modificato anche il rapporto dei calciatori con le rappresentative nazionali. Sarebbe ingeneroso attribuire tutto a una mancanza di attaccamento, ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che qualcosa, nel rapporto tra gli Azzurri e la maglia azzurra, è cambiato.

Chi pensa al tifoso?

In tutta questa storia c’è però un personaggio di cui si parla pochissimo, ed è l’unico che, alla fine, resta sempre al suo posto: il tifoso. È lui che da dodici anni aspetta di rivedere l’Italia a un Mondiale. È lui che ha esultato a Wembley pensando che fosse davvero l’inizio di una rinascita ed è sempre lui che, stagione dopo stagione, si sente promettere una rifondazione destinata puntualmente a scontrarsi con nuove polemiche, nuove dimissioni e nuovi colpi di scena. Negli ultimi giorni ha assistito a una sequenza quasi surreale: un vero e proprio circo estivo, eppure, in mezzo a tutto questo rumore, la sua domanda è rimasta incredibilmente semplice: quando torneremo a parlare di calcio?

A forza di discutere di presidenti, commissari tecnici, geopolitica, strategie di comunicazione e retroscena, si rischia di dimenticare ciò che dovrebbe essere al centro di tutto, una Nazionale capace di vincere, di entusiasmare e, prima ancora, di tornare ai Mondiali. Il tifoso italiano non chiede miracoli, dopo vent’anni di promesse, chiede soltanto un progetto credibile e una Nazionale capace di tornare dove è sempre appartenuta.

In una soap il pubblico si affeziona ai colpi di scena, nel calcio italiano, dopo vent’anni di promesse, aspettiamo ancora il lieto fine.

Se pensate che questa sia stata l’ultima puntata, probabilmente non avete mai seguito una soap.

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