L’Italia è ancora fuori dal mondiale, perchè?

Federica Trezza

L’Italia fallisce ancora una volta la qualificazione al Mondiale. Dopo Svezia e Macedonia del Nord arriva la Bosnia. Ma a far discutere sono anche le parole nel post-partita del presidente FIGC Gabriele Gravina sugli altri sport che scatenano la reazione di molti atleti italiani.

Introduzione

Dodici anni. Dodici anni senza una partita a eliminazione diretta in un Mondiale. Per ritrovare l’ultima bisogna tornare alla notte di Berlino del 2006, quando l’Italia sollevava la Coppa del mondo e milioni di persone scesero in strada a festeggiare, convinte che quelle notti magiche non sarebbero mai finite. Oggi, invece, la Nazionale resta fuori, ancora una volta, facendo crollare una piccola parte di nell’immaginario collettivo fatto di notti magiche, bandiere alle finestre e piazze piene. 

Da allora, infatti, la storia è cambiata. Prima la Svezia, poi la Macedonia del Nord, ora la Bosnia. Tre eliminazioni che raccontano una parabola ormai difficile da negare: il calcio italiano non sta vivendo una semplice crisi sportiva, ma qualcosa di molto più profondo.  A Zenica non è caduta soltanto la Nazionale. È caduto un intero sistema.

Il declino del calcio italiano

La sconfitta contro la Bosnia è l’ennesima tappa di un declino che dura da anni e che il calcio italiano continua ostinatamente a non voler riconoscere. Un harakiri sportivo che si consuma dentro un sistema inceppato da troppo tempo, incapace di riformarsi, troppo presuntuoso per ammettere i propri errori o forse semplicemente privo delle competenze necessarie per cambiare davvero. Il problema, ormai, non è più tecnico né tattico ma culturale. E finché non lo si riconoscerà, nessuna riforma potrà davvero cambiare le cose. Il calcio italiano sembra vivere dentro una bolla autoreferenziale, dove ogni sconfitta viene spiegata con la sfortuna o gli episodi, ma raramente con le responsabilità di chi quel sistema lo governa.

Fabio Caressa commenta la situazione post partita dove l’Italia ha perso.

Il teatro dell’assurdo del post-partita

Ad ascoltare le parole del presidente federale Gabriele Gravina e del commissario tecnico Gennaro Gattuso nel post-partita sembrava quasi di assistere a uno spettacolo dell’assurdo. Si parlava di giocatori “eroi” e di una squadra che finalmente aveva giocato con il cuore. A sentire quelle parole, l’eliminazione sembrava quasi un dettaglio trascurabile. In fondo, nessuno aveva davvero colpe. Gravina, dal canto suo, si è affrettato a rassicurare tutti, ognuno resterà al proprio posto. Come se nulla fosse davvero accaduto.

Se la mancata qualificazione al Mondiale è già di per sé imbarazzante, ciò che è successo dopo la partita ha reso il quadro ancora più desolante. Davanti ai microfoni dei giocatori si è presentato soltanto Leonardo Spinazzola. Nessun altro ha parlato, nemmeno il capitano Gianluigi Donnarumma. Un silenzio che ha contribuito ad aumentare la sensazione di smarrimento attorno alla Nazionale.

il calcio italiano è fatto da anziani maschi molto conservatori che si autotutelano

La polemica sugli sport “dilettantistici”

In questo clima surreale si è arrivati persino a sostenere che, se il calcio italiano è in crisi mentre il Paese continua a vincere in tanti altri sport, la spiegazione starebbe nel fatto che il calcio è uno sport professionistico mentre gli altri sarebbero discipline “dilettantistiche”. Parole che hanno ovviamente fatto discutere nel mondo dello sport.

Il lunghista azzurro Mattia Furlani ha criticato apertamente questo ragionamento, sottolineando come un discorso simile finisca per “ammazzare i valori dello sport”. Una noncuranza verso il lavoro, i sacrifici e l’impegno quotidiano di tanti atleti italiani che, lontano dai riflettori e dagli stipendi del calcio, dedicano anni della propria vita a costruire una carriera fatta di allenamenti, studio e dedizione.

Sulla stessa linea anche la pugile olimpica Irma Testa, che ha ricordato quanto sia distante la realtà economica della maggior parte degli atleti italiani rispetto al mondo del calcio. Testa ha raccontato che il suo stipendio è inferiore a quello di uno chef o persino della colf di un calciatore. Un modo diretto per sottolineare quanto siano fuori luogo certe dichiarazioni su presunti “sport dilettantistici”.

La golden era dello sport italiano

Basterebbe guardare ai risultati degli ultimi anni: Jannik Sinner nel tennis, Le nazionali maschili e femminili di volley, i 100 metri di Marcell Jacobs, Gianmarco Tamberi, altista, Filippo Ganna, ciclista. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Perché mentre il calcio continua a sprofondare, lo sport italiano sta vivendo una stagione straordinaria, che potremmo considerare una vera e propria golden era sportiva. Eppure il calcio, lo sport più popolare e ricco del Paese, resta fermo. Un paradosso che racconta molto dell’Italia di oggi: capace di eccellere in tanti ambiti, ma incapace di riformare il proprio sport simbolo.

Un sistema che fatica a cambiare

Il primo passo per ricostruire qualcosa è sempre lo stesso: prendere coscienza della realtà. Ma nel calcio italiano questa presa di coscienza sembra lontana anni luce. Si preferisce parlare di episodi di sfortuna, dettagli e si evita accuratamente la parola più scomoda: responsabilità. E nel frattempo le poltrone restano saldamente occupate. Forse perché, in fondo, sono diventate troppo comode per alzarsi.

E intanto anche nel Mondiale più grande della storia, il primo con 48 selezioni,  l’Italia resterà a casa.Ci sono bambini e ragazzi che non hanno mai visto l’Italia giocare un Mondiale. Intere generazioni cresciute senza quelle notti di entusiasmo collettivo che per decenni hanno unito il Paese. Forse la cosa più preoccupante è però un’altra: ci stiamo lentamente, tragicamente, abituando alla mediocrità.

Ciao Italia. Arrivederci a tempi migliori.
È tempo di guarire.

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