25° in Europa: questo autunno si sta rivelando particolarmente caldo

Giada Bianchi

Raccontare soltanto i danni equivale a una scelta di inquadratura, e come ogni inquadratura lascia fuori qualcosa, in questo caso i dodici mesi di prezzi, di contratti e di prospettive che hanno preceduto il sabato di scontri.

Le proteste in Francia, Albania e Italia riaccendono il dibattito su caro vita, disoccupazione giovanile, violenza e disagio sociale in Europa.

Panoramica sulle proteste europee

Il 17 ottobre il Ministero dell’Interno francese ha contato 550mila manifestanti in 110 cortei, di cui 110mila a Parigi, mentre gli organizzatori ne dichiarano 800mila. La mobilitazione contro il caro vita era stata lanciata a settembre da un creator su TikTok e poi raccolta da sindacati, studenti e gilets jaunes. 

Negli stessi giorni a Tirana, secondo il Ministero albanese, le proteste studentesche iniziate il 13 ottobre hanno prodotto 272 feriti, di cui 169 agenti. In Italia, invece, il 16 ottobre il ministero dell’Istruzione e del Merito aveva comunicato lo sciopero di docenti, dirigenti e personale ATA (avviso n. 60 del 9 ottobre), e gli studenti sono scesi in piazza nel “No Meloni Day”. In questo tumulto generale, le cronache di queste giornate si sono concentrate (quasi) esclusivamente su un’immagine: vetrine rotte.

Condannare quella vetrina è doveroso, e lo è ancora di più quando dall’altra parte c’è un agente delle forze dell’ordine ferito.

A Milano, secondo fonti di polizia, i feriti tra le forze dell’ordine sono stati 14 e le persone accompagnate in questura 271, mentre la Procura ha chiesto il carcere per 11 maggiorenni arrestati. Nessuna analisi seria può permettersi di relativizzare la violenza. Tuttavia, quando la discussione pubblica si esaurisce in una condanna, accade ciò che racconta il vecchio proverbio sul dito e sulla luna: chi sta indicando qualcosa viene giudicato per il gesto della mano, e ciò che la mano indica resta fuori campo.

Dopo gli scontri del 16 ottobre la Presidente del Consiglio Meloni ha chiesto all’opposizione di condannare le violenze, richiesta legittima sul piano istituzionale, ma che sposta il dibattito sul registro della sicurezza, dove il solo interrogativo ammesso riguarda chi abbia lanciato la pietra e non quello sul perché, nello stesso fine settimana e in tre paesi diversi, i più giovani abbiano riempito le strade.

Perché la Gen Z e la Gen alpha protestano?

Per rispondere conviene partire dai numeri, che nascono da istituti di statistica e non dai manifestanti. In Italia l’Istat ha certificato che a settembre l’inflazione è salita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto, il valore più alto da settembre 2023. A trainarla sono i beni energetici, cresciuti del 22,6% in dodici mesi, con gli energetici regolamentati a +25,8% e i non regolamentati a +22,5%, e con la voce che comprende combustibili liquidi e carburanti per mezzi di trasporto personali arrivata, secondo il comunicato, a +27,2%. 

L’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari freschi, si ferma invece all’1,6%, e questo scarto è l’informazione più significativa: il rincaro si concentra sui beni che nessuno può evitare di comprare, perché senza carburante non si va al lavoro e non si porta la merce, ed è la stessa ragione per cui a bloccare le strade del Sud sono stati gli autotrasportatori prima ancora degli studenti.

La Francia presenta una struttura analoga: l’Insee, nei risultati definitivi del 15 ottobre, indica un’inflazione al 3,1% a settembre, il livello più alto da gennaio 2024, con i prezzi dell’energia a +21,3% sull’anno. I prodotti petroliferi crescono del 36,2%, il gazole del 44,1%, l’essenza del 25,7% e l’olio combustibile del 64,6%, mentre l’inflazione sottostante resta all’1,5%.

Colpisce la coincidenza tra i due istituti, che misurano con metodi propri e arrivano alla stessa forma: un’economia in cui il costo dell’insieme dei beni cresce con moderazione, e il costo di ciò che serve a spostarsi, scaldarsi e lavorare cresce a ritmi che la busta paga non segue.

Sul versante occupazionale, Eurostat riporta che ad agosto 2026 la disoccupazione giovanile era del 15,4% nell’Unione europea, con 2,973 milioni di under 25 senza lavoro, in aumento di 19mila unità rispetto ad agosto 2025.

In Albania i dati INSTAT sul secondo trimestre del 2026 mostrano 36,7mila disoccupati tra i 15 e i 29 anni, contro i 31,6mila

dell’anno precedente, mentre gli occupati della stessa fascia scendono da 177,4mila a 170,3mila. Un calcolo basato su quei dati porta il tasso di disoccupazione giovanile a circa il 17,7%, da 15,1%. Questo accade in un paese la cui popolazione residente, al primo gennaio 2026, era di 2.335.930 persone, circa 27,4mila in meno dell’anno prima: i giovani albanesi, in altre parole, se ne vanno e quelli che restano trovano meno lavoro di prima.

Perché i giovani decidono di essere violenti? Uno sguardo filosofico

Qui la domanda si sposta irrimediabilmente dai dati e dalla sociologia alla filosofia politica. Hannah Arendt, in Sulla violenza, sostiene che potere e violenza sono contrapposti: dove il primo è saldo la seconda non serve, e dove la violenza compare in modo massiccio è segno che il potere, inteso come capacità di agire insieme con il consenso di chi è governato, si sta incrinando. 

Letta così, la vetrina infranta racconta ciò che un’istituzione non riesce evidentemente più a fare, cioè rendersi credibile per chi ne dipende, e il fatto che la sua rottura abbia ancora ragione d’essere notizia dice quanto poco sia rimasto di altri modi per farsi notare.

Sullo stesso piano, Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto, descrive la formazione della plebe come l’effetto di una povertà che si trasforma in disposizione interiore, in

un’indignazione verso i ricchi e verso la società che non si limita al bisogno materiale. Jacques Rancière, in tempi più vicini a noi, ha ripreso la distinzione aristotelica tra voce e parola per mostrare come ogni ordine politico decida chi produce discorso e chi soltanto rumore: la protesta diventa udibile quando il suo suono viene riconosciuto come argomento, e resta rumore finché qualcuno insiste a considerarla tale.

Tre letture, naturalmente, non riescono ad esaurire il quadro, e nessuna delle tre autorizza a chiamare giusto ciò che è dannoso. Albania, Francia e Italia hanno governi, sistemi di welfare e storie molto diverse, e le rivendicazioni, dalla qualità dei dormitori universitari al prezzo del gasolio, non si sovrappongono con precisione. Né i dati citati stabiliscono un nesso causale tra l’inflazione energetica e gli scontri, perché mostrano soltanto che

le condizioni materiali comparabili sono presenti nei tre paesi nello stesso momento. Però proprio questa cautela è ciò che dovrebbe orientare il dibattito pubblico: se le condizioni sono comuni e misurabili, la risposta di un governo sulla sicurezza, per quanto necessaria, resta parziale.

Il racconto delle proteste

Resta una questione di metodo che riguarda anche chi scrive. Raccontare soltanto i danni equivale a una scelta di inquadratura, e come ogni inquadratura lascia fuori qualcosa, in questo caso i dodici mesi di prezzi, di contratti e di prospettive che hanno preceduto il sabato di scontri. Se una generazione deve arrivare a rompere qualcosa per essere ascoltata, il problema ricade anzitutto su chi ascolta, e le istituzioni hanno a disposizione

strumenti ben più efficaci di un manganello per rispondere a quella richiesta.

Per questo, mi chiedo: quanti ministri leggeranno i bollettini dell’Istat con la stessa attenzione con cui leggono i verbali di polizia?

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