Il generale Mario Mori, ex comandante dei ROS ed ex numero uno dei servizi segreti, querela Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo
Il generale Mario Mori, ex comandante del ROS ed ex vertice dei servizi segreti, ha querelato per diffamazione aggravata Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo. La notizia arriva dallo stesso Borsellino e nasce da un suo intervento pubblico del 18 luglio a Palermo, in cui chiamava in causa Mori a proposito dell’Agenda Rossa e del ruolo dei servizi nelle stragi.
In questo articolo ricostruiamo come si è saputa la notizia, il contesto del convegno di Villa Trabia, chi è Mario Mori e perché questa vicenda riapre domande mai davvero chiuse sulla storia delle stragi e sui rapporti tra Stato e mafia.
Come lo sappiamo
Lo fa sapere Salvatore Borsellino con queste parole: “Mi è pervenuto oggi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari relative alla denuncia per diffamazione aggravata presentata nei miei confronti da Mario Mori.
Le indagini preliminari sono da considerarsi concluse e non deve essere presentata, a parere del PM, richiesta di archiviazione.
Sono incriminato per diffamazione aggravata: nel congresso di Villa Trabia a Palermo, il 18 luglio di quest’anno, avrei infatti affermato che dato che l’Agenda Rossa è stata sottratta dal luogo della strage dai servizi, Mario Mori, essendo stato a capo dei servizi stessi, ne conosce il contenuto e sa dove viene occultata e ha utilizzato il contenuto di questa agenda e il potere che gli deriva da questa conoscenza per influenzare la Commissione Parlamentare Antimafia e le sue scelte relative ai consulenti da nominare.
Dopo trent’anni di lotta per la Verità e la Giustizia sono io, fratello di Paolo Borsellino, ad essere incriminato, ma ne sono contento. Finalmente, davanti ad un Giudice, si potrà parlare dell’Agenda Rossa”.
Il riferimento
Il riferimento è al convegno del 18 luglio a Villa Trabia, a Palermo, organizzato da ANTIMAFIADuemila e dedicato alla strage di via d’Amelio, ai rapporti tra pezzi dello Stato, servizi segreti, massoneria deviata ed eversione nera.
Sul palco, accanto a Salvatore Borsellino, c’erano magistrati, avvocati e giornalisti che da anni lavorano sui misteri delle stragi e sull’Agenda Rossa mai ritrovata.
È in quel contesto che Borsellino pronuncia le parole oggi finite al centro della querela: secondo lui, nell’Agenda Rossa sarebbero custodite verità esplosive sugli equilibri di potere della Repubblica e Mori, in quanto uomo di vertice dei servizi, conoscerebbe quel contenuto e lo utilizzerebbe per esercitare influenza sulla Commissione parlamentare Antimafia e sulle sue scelte.
Un’accusa pesante, che lega la scomparsa dell’Agenda Rossa non solo alla storia delle stragi, ma anche al modo in cui – sempre secondo Borsellino – viene ancora oggi gestita la memoria di quegli anni.
“Stanno cercando di mettere in atto tutte le possibili vie per cercare di nascondere quelle verità che sicuramente ci sono scritte nell’agenda rossa.” dice Borsellino “Io voglio rispondere a Giorgio Bongiovanni di non chiederlo a noi che cosa c’è scritto nell’agenda rossa, di andare a chiederlo al colonnello Mori il quale sicuramente lo sa, il quale sicuramente l’ha letto e attraverso quello che c’è scritto in quell’agenda rossa riesce a mantenere e, purtroppo, visto la sua influenza che ha sulla commissione antimafia che sta letteralmente pilotando, riesce a mettere in atto questa strategia di occultamento delle verità che ci sono in quell’agenda rossa che rappresenta la scatola nera di quella strage e per questo non deve essere riportata alla luce. Perché se si riporta alla luce la scatola nera di un incidente aereo si sa tutto quello che è successo in quell’incidente, perché è successo. In quell’agenda rossa c’è scritta la verità e non può venire alla luce perché quello che c’è scritto su quell’agenda rossa si reggono gli equilibri di potere che oggi reggono questo che io non chiamo un governo, non chiamo democrazia, ma chiamo nient’altro che un regime, anzi un qualcosa di peggio perché un regime mascherato da democrazia”

Chi è Mario Mori
Il generale Mario Mori è una delle figure più controverse della storia recente italiana: per anni ai vertici del ROS dei Carabinieri e poi dei servizi segreti civili, è stato al centro di alcuni dei dossier più delicati sui rapporti tra Stato e mafia. I processi che lo hanno riguardato – dalla cosiddetta “trattativa Stato–mafia” ad altre vicende legate alle stragi – si sono conclusi con assoluzioni, ma non hanno chiuso il dibattito pubblico sul suo operato.
Attorno al suo nome continuano a ruotare alcune domande mai del tutto archiviate: perché la sorveglianza alla casa di Totò Riina fu interrotta poche ore dopo l’arresto? Per quale motivo, nonostante le indicazioni dell’infiltrato Luigi Ilardo, non scattò l’arresto di Bernardo Provenzano nel casolare dove viveva già dalla metà degli anni ’90? E cosa significava davvero quella frase riportata in aula «Ma non si può parlare con questa gente?» riferita a Cosa nostra?
La giustizia ha dato una risposta sul piano penale, assolvendo Mori. Sul piano storico e politico, però, il suo nome resta legato a quello spazio grigio in cui la lotta alla mafia, le strategie degli apparati e le zone d’ombra dello Stato continuano a incrociarsi.
Perché ad esempio dalla sua squadra venne staccata la sorveglianza alla casa di Totò Riina in via Bernini un paio di ore dopo il suo arresto? E potremmo pure continuare.
La denuncia a Borsellino è arrivata dallo stesso Mario Mori che diversi anni fa, alla sua condanna in primo grado inerente al processo Trattativa, dichiarava di curarsi “per vivere a lungo, perché devo veder morire qualcheduno dei miei nemici e ce ne sono ancora tanti di nemici. Ma non fanno paura i nemici intelligenti fanno paura i nemici cretini”.
Conclusioni
La querela di Mori a Salvatore Borsellino non è solo uno scontro personale: riporta in primo piano il nodo irrisolto dei rapporti tra Stato, mafia e apparati di sicurezza nei decenni delle stragi.
In un Paese dove molte carte restano coperte dal segreto e interi capitoli della storia repubblicana sono ancora opachi, ogni nuova vicenda giudiziaria che tocca l’Agenda Rossa diventa anche un terreno di scontro sulla memoria pubblica: chi ha pagato, chi non ha pagato, e quanto siamo davvero disposti a sapere di ciò che è accaduto.
Ma si sa, la storia del nostro Paese è fatta così: intrecci tra parte dello Stato con tutte le sue diramazioni con mafia e altre organizzazioni. Il tutto poi diventa “segreto di Stato” per diversi decenni e noi sempre meno sapremo sui lati più oscuri della nostra “Prima Repubblica”. Lati oscuri che però hanno causato migliaia di morti di persone che, grazie al loro lavoro e coraggio, hanno provato a cambiare le sorti dell’Italia.
Antonino Schilirò collaboratore del giornale online WordNews.it; inviato emittente televisiva siciliana TeleMistretta; co-fondatore e co-conduttore della rubrica online “Informazione Antimafia”; responsabile comunicazione e referente a Maletto (CT) dell’associazione Dioghenes APS.
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