- Il sondaggio condotto da Il Progressista
- La fine del mese come stato d’animo
- Pensare ai soldi ogni giorno
- Il contesto italiano
- Stress finanziario e depressione, cosa dice la ricerca scientifica?
- La povertà occupa spazio mentale
- Sonno, corpo e infiammazione: quando lo stress finanziario non resta nella testa
- Controllare o evitare: due strategie opposte, una stessa radice
- Colpa, rabbia e vergogna economica
- I medici e l’ansia per le spese
- Il paradosso dell’accesso alle cure
- Perché non basta dire “fai un budget”
- I segnali da non sottovalutare
- Un problema privato che riguarda la salute pubblica
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
L’ansia da fine mese è un’esperienza sempre più frequente, che prende forma quando gestire il denaro diventa un peso mentale.
Bollette, affitto, spesa e rate, visite rimandate, notifiche bancarie aperte o evitate per paura di leggerle. L’ansia da fine mese è un’esperienza sempre più frequente, che prende forma quando gestire il denaro diventa un peso mentale. Da lì possono arrivare insonnia e senso di colpa, con il bisogno costante di controllo.
I dati ISTAT, insieme alla letteratura scientifica e a un sondaggio esplorativo diffuso via social da Il Progressista, ci aiutano a osservare questo fenomeno nella sua complessità. Emergono connessioni profonde tra salute mentale e precarietà economica che raccontano una realtà condivisa da un numero crescente di persone.
A un certo punto, per molti, il mese diventa il confine tra ciò che ci si può permettere e ciò che dovrà aspettare e gli ultimi giorni prima dell’accredito dello stipendio acquistano un peso diverso, provocando diverse rinunce.
Nel linguaggio comune la chiamiamo “ansia da fine mese”. Dal punto di vista clinico, però, è importante essere precisi: non si tratta di una diagnosi autonoma, ma di una condizione esperienziale che può provocare diversi sintomi che spaziano da senso di perdita di controllo, insonnia, irritabilità, carico cognitivo e, nei casi più intensi, sintomi depressivi. La Mayo Clinic ci ricorda che sentirsi ansiosi di tanto in tanto è normale, soprattutto in fasi stressanti della vita, ma la preoccupazione diventa clinicamente rilevante quando è eccessiva, continua, difficile da controllare e interferisce con le attività quotidiane.
Il sondaggio condotto da Il Progressista
Per raccontare questo fenomeno anche attraverso esperienze dirette, abbiamo diffuso tramite i nostri social un questionario anonimo.
L’obiettivo era capire come la gestione economica quotidiana e la vicinanza alla fine del mese influenzassero benessere psicologico, sonno e lucidità mentale. La rilevazione è stata diffusa tra il pubblico del Progressista tra il 21 e il 22 maggio 2026. Il dato va letto con prudenza: non è un’indagine rappresentativa della popolazione italiana, ma una rilevazione esplorativa utile a intercettare vissuti, parole ricorrenti e segnali qualitativi.
Questa cautela metodologica è essenziale in quanto un sondaggio social non consente di dire “gli italiani pensano” o “la popolazione vive”. Permette però di osservare qualcosa di più circoscritto e comunque significativo: come un piccolo gruppo di persone, raggiunto online e disposto a rispondere su un tema sensibile, descrive il rapporto tra soldi, fine del mese e salute mentale.
Il campione effettivo è composto soprattutto da persone giovani-adulte: metà ha tra 20 e 30 anni, poco più di quattro su dieci hanno tra 30 e 40 anni, mentre una sola risposta arriva da una persona con più di 40 anni.

Sul piano geografico prevale il Nord Italia, seguito dal Centro e da una quota più ridotta di Sud e Isole.

Le entrate mensili vengono percepite come molto instabili o precarie dal 41,7% dei rispondenti, variabili ma prevedibili dal 25%, molto stabili dal 33,3%. Già da questo dato qui emerge un elemento interessante: l’ansia da fine mese non appare soltanto dove il reddito è dichiaratamente instabile.
Può presentarsi anche quando le entrate sono formalmente stabili, se il margine di sicurezza è ridotto, se le spese fisse sono alte o se gli imprevisti vengono percepiti come minacce difficili da assorbire.

La fine del mese come stato d’animo
Alla domanda sullo stato d’animo prevalente negli ultimi giorni prima del prossimo accredito, metà delle risposte univoche infatti indica “ansia o leggera apprensione”. Un quarto parla di “bisogno di controllo”, descritto come controllo continuo del conto. Il 16,7% risponde “indifferenza o serenità”, mentre l’8,3% indica “frustrazione o rabbia”. La rassegnazione, pur prevista tra le opzioni, non compare nel campione analizzato.
Il risultato è eloquente: nel piccolo gruppo osservato, la fine del mese è un problema che si manifesta in modo diverso. Tra le altre manifestazioni già descritte anche la serenità compare, ma resta minoritaria rispetto alle risposte che descrivono tensione o attivazione psicologica.

Questa distribuzione aiuta a distinguere due forme diverse, ma spesso intrecciate, di ansia economica. La prima è l’apprensione e la seconda è l’ipercontrollo.
Pensare ai soldi ogni giorno
Una delle risposte più rilevanti riguarda la frequenza con cui si pensa alla propria situazione economica quotidiana. Nel sondaggio, il 41,7% dichiara di pensarci praticamente ogni giorno; il 33,3% spesso, soprattutto nella seconda metà del mese; il 25% solo quando arrivano scadenze o imprevisti. Nessuno risponde “raramente” o “quasi mai”.

Pensare ai soldi ogni giorno non significa necessariamente essere poveri, ma che una parte stabile dell’attenzione viene catturata dal denaro. Il National Health Service britannico spiega che le preoccupazioni economiche e la salute mentale possono influenzarsi a vicenda: preoccuparsi per il denaro può danneggiare il benessere psicologico, mentre una difficoltà psicologica può rendere più complicata la gestione del denaro. Questa relazione bidirezionale è fondamentale, perché impedisce di leggere il problema come una semplice mancanza di organizzazione personale.
Il contesto italiano
Le esperienze raccolte dal sondaggio si inseriscono in un contesto economico nazionale che rende comprensibile la pressione soggettiva. Secondo ISTAT, nel 2025 la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 22,6%, cioè circa 13 milioni e 265mila persone. Il dato è in lieve miglioramento rispetto al 2024, ma resta molto ampio e fotografa una porzione del Paese che vive in almeno una delle condizioni considerate dall’indicatore europeo: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e sociale oppure bassa intensità di lavoro.
La spesa quotidiana conferma la fragilità del quadro. ISTAT rileva che nel 2024 la spesa media mensile per consumi delle famiglie italiane è pari a 2.755 euro, sostanzialmente stabile rispetto ai 2.738 euro del 2023. La stabilità apparente, però, non elimina la pressione: il rapporto ISTAT segnala anche che una famiglia su tre limita la spesa alimentare, e nel comunicato si evidenzia la persistenza di differenze territoriali marcate tra aree del Paese.
| Indicatore nazionale | Dato |
| Popolazione a rischio povertà o esclusione sociale nel 2025 | 22,6% |
| Persone coinvolte | circa 13,265 milioni |
| Spesa media mensile familiare per consumi nel 2024 | 2.755 euro |
| Spesa media mensile familiare per consumi nel 2023 | 2.738 euro |
| Famiglie che limitano la spesa alimentare | circa una su tre |
A questi dati istituzionali si può affiancare, con la dovuta distinzione, il Rapporto Italia 2024 di Eurispes, secondo cui il 57,4% degli italiani dichiara di non riuscire ad arrivare a fine mese senza grandi difficoltà; nello stesso quadro, molte famiglie indicano come problematiche le bollette, l’affitto e le rate del mutuo.
Stress finanziario e depressione, cosa dice la ricerca scientifica?
La letteratura medica e psicologica conferma che il disagio economico può essere associato a peggiori esiti di salute mentale. Una revisione sistematica pubblicata su PLOS One nel 2022 ha analizzato 40 studi osservazionali sul rapporto tra stress finanziario e depressione negli adulti. Gli autori concludono che la maggior parte degli studi esaminati mostra un’associazione positiva tra stress finanziario e depressione, sia nei Paesi ad alto reddito sia in quelli a medio e basso reddito, con un legame generalmente più forte nelle popolazioni con reddito o ricchezza più bassi.
Una scoping review pubblicata nel 2023 su Translational Psychiatry ha analizzato la relazione tra financial strain e depressione negli Stati Uniti, concentrandosi su studi longitudinali. Anche in questo caso emerge un’associazione positiva e coerente: la tensione finanziaria non coincide soltanto con l’avere poco denaro, ma include la percezione di non riuscire a far fronte ai bisogni, il peso dei debiti, l’insicurezza, la difficoltà di sostenere spese ordinarie e la paura di non avere risorse sufficienti per il futuro.
Questi studi parlano prevalentemente di associazione, non di causalità meccanica. Non si può dire che ogni difficoltà economica provochi depressione, né che ogni sintomo depressivo derivi dal denaro. Si può però affermare che la pressione finanziaria è un determinante psicosociale rilevante, capace di aumentare vulnerabilità, peggiorare il benessere e rendere più difficile il recupero psicologico.
La povertà occupa spazio mentale
Uno dei contributi più citati sul tema è lo studio “Poverty impedes cognitive function”, pubblicato su Science nel 2013 da Anandi Mani, Sendhil Mullainathan, Eldar Shafir e Jiaying Zhao. Gli autori hanno mostrato che la preoccupazione legata alla scarsità economica può ridurre le prestazioni cognitive, perché consuma attenzione e risorse mentali. Nello studio sul campo condotto su agricoltori, le stesse persone ottenevano risultati cognitivi peggiori prima del raccolto, quando la disponibilità economica era minore rispetto al periodo successivo.
Questa evidenza è preziosa perché smonta una lettura moralistica della difficoltà economica. Spesso si dice a chi è sotto pressione: “Devi pianificare meglio”,, “Devi fare scelte più razionali”. Ma pianificare, restare lucidi e valutare alternative richiede proprio quella disponibilità mentale che la scarsità tende a ridurre. Quando una parte della mente è impegnata a calcolare il saldo, prevedere la prossima scadenza o immaginare gli effetti di un imprevisto, resta meno spazio per tutto il resto.
Nel sondaggio questa dinamica appare chiaramente. Alla domanda sulla fatica a prendere decisioni, pianificare o concentrarsi negli ultimi giorni del mese, il 33,3% risponde di sentirsi mentalmente sovraccarico e di rimandare anche scelte banali. Un altro 50% riferisce che la difficoltà emerge quando deve affrontare spese impreviste. Solo il 16,7% dichiara di mantenere la stessa lucidità di inizio mese.

Questo è uno dei passaggi più politici dell’intero tema. L’ansia da fine mese è anche perdita di libertà cognitiva. Una persona può formalmente scegliere, ma se ogni scelta è accompagnata dal calcolo del costo, dalla paura della conseguenza e dalla necessità di rinunciare a qualcos’altro, quella libertà diventa più stretta.
Sonno, corpo e infiammazione: quando lo stress finanziario non resta nella testa
La preoccupazione economica può entrare nella fisiologia del sonno e nei ritmi circadiani. Nel sondaggio, su una scala da 1 a 5, dove 1 significa “mai” e 5 “molto spesso”, il punteggio medio sull’impatto delle preoccupazioni economiche sulla qualità del sonno è 2,75. Il 58,3% assegna un punteggio pari o superiore a 3, mentre il 25% indica valori 4 o 5, cioè un’interferenza frequente o molto frequente.
Anche la ricerca biomedica si sta muovendo in questa direzione. Uno studio pubblicato su Brain, Behavior, and Immunity nel 2025 ha osservato che lo stress finanziario era associato a una maggiore probabilità di dormire cinque ore o meno, sia nell’analisi trasversale sia nel follow-up a quattro anni. Lo stesso studio ha rilevato un’associazione tra stress finanziario e maggiore rischio di appartenere a un profilo immuno-neuroendocrino ad alto rischio, con un aumento del rischio del 42% dopo aggiustamento per fattori genetici, sociodemografici, stili di vita e salute.
Il corpo non distingue sempre tra una minaccia fisica e una minaccia sociale o economica. Se la mancanza di denaro viene percepita come rischio di non poter pagare l’affitto, curarsi, comprare cibo adeguato o sostenere un imprevisto, il sistema di allarme può restare attivo. La conseguenza può essere una notte più frammentata e una sensazione di stanchezza che non si esaurisce con il semplice passare dei giorni.
Controllare o evitare: due strategie opposte, una stessa radice
Quando la pressione economica aumenta, il comportamento più frequente nel sondaggio è l’evitamento: il 58,3% dichiara di evitare di guardare il conto o aprire notifiche per non agitarsi. Il 16,7% rinuncia a momenti di socialità o svago, un altro 16,7% non segnala nessuno dei comportamenti proposti, mentre l’8,3% controlla compulsivamente il saldo del conto sull’app della banca.
Il dato sull’evitamento merita attenzione. Nelle narrazioni più superficiali, la persona in difficoltà economica viene spesso rappresentata come qualcuno che “non vuole guardare la realtà”. Ma l’evitamento non nasce necessariamente da irresponsabilità: spesso nasce dalla necessità di abbassare l’ansia in modo immediato. Non guardo il conto perché guardarlo mi agita, non apro la notifica perché temo cosa ci sia scritto, non controllo la scadenza perché non so ancora come affrontarla.
Il problema è che il sollievo dell’evitamento dura poco. Anzi, nel medio periodo può aumentare la minaccia percepita, perché ciò che non viene guardato diventa più grande nella mente. Anche il controllo compulsivo può funzionare allo stesso modo, ma in direzione opposta: guardare il saldo produce una rassicurazione momentanea, poi l’incertezza ritorna e spinge a controllare ancora.
Colpa, rabbia e vergogna economica
Un altro nucleo centrale del sondaggio riguarda le emozioni provate quando ci si trova in difficoltà economica o si deve rinunciare a qualcosa. Il 33,3% indica senso di colpa o fallimento personale, con l’idea di “dover fare di più o meglio”. Un altro 33,3% indica rabbia verso il contesto esterno, citando lavoro, carovita e tasse. Il 25% parla di preoccupazione pratica per il futuro senza colpevolizzarsi. Solo l’8,3% afferma di condividere serenamente la difficoltà con chi gli sta vicino.

Questa divisione racconta una tensione culturale profonda. Da un lato c’è l’interiorizzazione della difficoltà: se non ce la faccio, allora sto sbagliando qualcosa, non lavoro abbastanza, non sono abbastanza capace, non so gestirmi. Dall’altro c’è la lettura strutturale: se non ce la faccio, il problema riguarda anche il costo della vita, la precarietà, il lavoro, gli affitti, il peso delle spese obbligate.
Entrambe le reazioni possono essere comprensibili. La prima, però, quando diventa vergogna, rischia di isolare. La seconda, quando diventa rabbia impotente, può alimentare frustrazione e sfiducia. In mezzo c’è la posizione più difficile ma anche più sana: riconoscere la concretezza del problema senza trasformarlo interamente in colpa personale.
I medici e l’ansia per le spese
La pressione economica è ormai riconosciuta come una delle principali fonti di ansia anche dalle associazioni mediche. Nel suo Annual Mental Health Poll 2026, l’American Psychiatric Association rileva che negli Stati Uniti il pagamento di bollette o spese è, insieme agli eventi di attualità, la principale fonte di ansia, indicata dal 62% degli adulti intervistati. Il dato è statunitense e non può essere trasferito automaticamente all’Italia, ma è rilevante perché arriva da una fonte psichiatrica autorevole e colloca le pressioni finanziarie tra i grandi fattori contemporanei di preoccupazione.
La dimensione clinica, tuttavia, richiede attenzione. Non ogni preoccupazione economica è un disturbo d’ansia: sarebbe sbagliato patologizzare una reazione comprensibile a difficoltà materiali reali. Il problema emerge quando la preoccupazione diventa persistente e sproporzionata rispetto alla situazione immediata
L’ansia da fine mese va presa sul serio proprio perché si muove su un confine delicato: da un lato è una risposta comprensibile a condizioni economiche concrete, dall’altro può diventare una forma di sofferenza che merita ascolto, cura e intervento.
Il paradosso dell’accesso alle cure
In Italia, la salute mentale è già un campo minato. Secondo il Ministero della Salute, nel 2024 sono state 845.516 le persone con problemi di salute mentale assistite dai servizi specialistici; le donne rappresentano il 55,9% degli assistiti e il 66,3% dei pazienti ha più di 45 anni. Il Rapporto salute mentale riferito al 2024 fotografa dunque un sistema che intercetta un bisogno ampio e distribuito.
Qui emerge un paradosso evidente. Chi vive una difficoltà economica può avere più bisogno di supporto psicologico, ma proprio quella difficoltà può rendere più complicato accedere alle cure. Pagare una psicoterapia privata o sostenere una visita specialistica richiede tempo e denaro. Ancora una volta, le risorse necessarie per curarsi sono spesso le stesse che la condizione di stress consuma.
La Commissione europea ricorda che il 46% dei cittadini dell’Unione ha sperimentato negli ultimi dodici mesi un problema emotivo o psicosociale, come sentirsi depresso o ansioso, e ha collocato la salute mentale dentro un approccio più ampio, con l’obiettivo di metterla sullo stesso piano della salute fisica.
Il Consiglio dell’Unione europea, riprendendo stime OECD, segnala inoltre che i problemi di salute mentale rappresentano un costo molto rilevante per i Paesi europei, pari ad almeno 600 miliardi di euro l’anno nell’UE e nel Regno Unito.
Perché non basta dire “fai un budget”
Il consiglio più comune, quando si parla di ansia economica, è anche il più insufficiente: “fai un budget”. Certo, la pianificazione delle spese può aiutare. Sapere quanto entra, quanto esce, quali costi sono fissi, quali sono rinviabili e quali non possono essere evitati è uno strumento utile. Ma dire a una persona in ansia di fare semplicemente un budget rischia di ignorare la parte centrale del problema: per guardare i numeri serve lucidità, e lo stress finanziario spesso consuma proprio quella.
Per alcuni, aprire l’app bancaria è un innesco. Per altri, compilare una tabella delle spese significa vedere nero su bianco una sproporzione che già si teme. Per altri ancora, il problema è sapere benissimo che anche riducendo al minimo resta poco margine. In questi casi, il budget non è inutile, ma va collocato dentro un approccio più ampio.
La gestione dell’ansia da fine mese richiede una combinazione di strumenti pratici, sostegno psicologico e interventi sociali. Sul piano pratico, può aiutare trasformare le scadenze in informazioni visibili e non caotiche, distinguere le spese inevitabili da quelle negoziabili, e scegliere momenti circoscritti per occuparsi del denaro. Sul piano sociale, infine, bisogna smettere di trattare la difficoltà economica come una colpa privata, perché non dipendono soltanto dalla buona volontà individuale.
I segnali da non sottovalutare
L’ansia da fine mese merita attenzione quando invade la vita quotidiana e non resta confinata a una preoccupazione occasionale. Il fatto che una reazione sia comprensibile non significa che debba essere sopportata da soli. Alcuni servizi, come il medico di base, uno psicologo, uno psichiatra, un consultorio, un servizio territoriale o un centro di ascolto possono diventare punti di accesso importanti, soprattutto quando il disagio dura settimane, interferisce con il sonno o compromette la capacità di funzionare. Nei casi in cui compaiano pensieri suicidari, disperazione estrema o impossibilità di affrontare la giornata, è necessario chiedere aiuto immediato attraverso i servizi di emergenza o i riferimenti sanitari del territorio.
Un problema privato che riguarda la salute pubblica
L’ansia da fine mese sembra una questione domestica ma sarebbe un errore lasciarla chiusa dentro la dimensione privata: quando tante persone dormono peggio, pensano ogni giorno ai soldi, rinunciano alla socialità, evitano di guardare il conto o si sentono in colpa per una spesa, siamo davanti a un fenomeno che attraversa salute, lavoro, consumi, relazioni, accesso alle cure e fiducia nel futuro.
La piccola rilevazione social intercetta un vocabolario emotivo coerente con la letteratura scientifica. I dati ISTAT mostrano che la pressione materiale esiste, così come gli studi medici.
Non bisogna dunque chiedere alle persone di essere più forti davanti alla fine del mese, bensì costruire condizioni in cui la fine del mese non diventi ogni volta una prova di resistenza psicologica.
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