- Che cosa sono le terapie riparative?
- DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)
- L’evoluzione della sua classificazione: Omosessualità nel DSM-I
- Omosessualità nel DSM-II
- Omsessualità oggi
- Storia delle terapie riparative
- Terapia di Conversione in Italia: L’interpretazione della Bibbia
- Genesi 19:1-13 Distruzione di Sodoma e di Gomorra
- Levitico 18:22 e 20:13
- Lettera ai Romani 1:26-27
- Corinzi 6:9
- Focus sull’Italia: Courage e EnCourage
- I metodi di Courage
- Le agghiaccianti testimonianze dei convertiti
- La proposta di legge firmata da oltre 1 milione di cittadini europei (60.000 italiani)
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Le pratiche che promettono di cambiare l’orientamento sessuale: dalle radici pseudo-scientifiche alla proposta di legge dei Cittadini Europei firmata da oltre un milione di cittadini.
Quando sentiamo parlare delle terapie riparative immaginiamo spesso qualcosa di lontano nel tempo, che ci ricorda manuali polverosi o i campi di concentramento nazisti. E invece no: parliamo di pratiche che esistono ancora oggi: in Europa, in Italia, e in tutto il mondo; continuano a presentarsi con nomi rassicuranti come “accompagnamento spirituale”. In realtà quello che i fautori intendono, attuando queste pratiche, è una vera e propria tortura psicologica, che provoca traumi indelebili nella psiche della vittima.
In questo articolo proveremo a fare una cosa che di solito chi pratica queste “terapie” evita con cura: chiamare le cose col loro nome. Vedremo come l’omosessualità sia stata prima inventata come malattia, poi trattata come devianza morale, lentamente depennata dai manuali psichiatrici, nonostante nella pratica clinica e religiosa gli esperti continuassero a comportarsi come se nulla fosse cambiato.
Ripercorreremo il ruolo del DSM, le teorie psicoanalitiche di Freud e dei suoi eredi, le pratiche più violente di “cura” dell’omosessualità, fino ad arrivare alla lettura distorta della Bibbia di gruppi come Courage .
E infine vedremo cosa sta succedendo oggi in Europa, dove una proposta di legge prova, finalmente, a mettere un freno giuridico a quello che la scienza e le Nazioni Unite considerano a tutti gli effetti una forma di tortura.
Se pensate che le “terapie di conversione” siano un capitolo chiuso della storia, questo probabilmente non sarà un articolo comodo da leggere. Ma è proprio per questo che vale la pena farlo.
Che cosa sono le terapie riparative?
Le terapie riparative sono procedure pseudoscientifiche, portate avanti da figure di ogni tipo: sedicenti guru, “esperti” (sulla carta) di salute mentale: psicologi, psichiatri e counselor, fino ad arrivare ai gruppi religiosi e ai movimenti spirituali.
Tutte queste figure sono accomunate da una convinzione comune: esiste una sessualità “normale”, l’eterosessualità, e tutto il resto è un errore da correggere. L’obiettivo dichiarato di queste pratiche, quindi, è “cambiare” l’orientamento sessuale o l’identità di una persona transessuale, cioè che non si identifica nel sesso biologico assegnato alla nascita.
Col tempo, è mancata qualsiasi prova a sostegno e sono arrivati studi che mostrano l’opposto: queste pratiche sono pericolose. Per capire come siano nate, perché sopravvivono ancora oggi, bisogna analizzare il modo in cui l’omosessualità è stata trattata dai neuroscienziati nel corso dei secoli; in questo articolo analizzeremo come l’omosessualità era considerata e classificata nel XX secolo.
DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)
Il DSM, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, è il manuale usato da psichiatri e psicologi per descrivere e classificare i disturbi mentali. Serve a garantire un linguaggio comune con gli stessi criteri diagnostici e le stesse definizioni, sia che tu lavori davanti al Duomo di Milano sia che tu riceva pazienti a Manhattan.
In pratica, è uno strumento tecnico che prova a rendere verificabile tutto ciò che riguarda la psiche umana. Ogni nuova edizione aggiorna le conoscenze: alcuni disturbi cambiano nome, altri spariscono, altri vengono riscritti alla luce di nuovi studi ed evidenze, valutando anche come la società muta, acquisendo nuove consapevolezze.
Ed è proprio ciò che è accaduto con l’omosessualità. Bisogna, infatti, considerare il contesto in cui quei manuali sono stati scritti. L’omosessualità, non è stata rimossa per un colpo di genio illuminato, ma attraverso un processo lento fatto di: pressioni sociali, cambiamenti culturali e compromessi tra le varie correnti di studiosi della mente.
L’evoluzione della sua classificazione: Omosessualità nel DSM-I
Nella prima edizione del 1952, l’omosessualità compare tra i disturbi sociopatici di personalità, nella sottocategoria delle devianze sessuali. Non c’erano basi scientifiche: la classificazione rifletteva semplicemente la morale dell’epoca, in cui qualsiasi deviazione dall’eterosessualità veniva considerata una minaccia all’ordine sociale. Per dare un’idea, l’omosessualità si trovava nella stessa sezione della pedofilia.
“Questa diagnosi è riservata alle sessualità devianti che non sono sintomi di sindromi più estese, come reazioni schizofreniche o ossessive. (…) Il termine include la maggior parte dei casi che prima venivano classificati come ‘personalità psicopatica con sessualità patologica’. La diagnosi specificherà il tipo di comportamento patologico, come omosessualità, travestitismo, pedofilia, feticismo e sadismo sessuale (inclusi stupro, aggressione sessuale, mutilazione).”
Questa visione era condivisa anche da parte della psicoanalisi classica ( ndr, quella di signor Freud, per intenderci, di cui parleremo dopo), che spiegava l’omosessualità come un “arresto dello sviluppo” legato alle dinamiche familiari, senza prove empiriche. Non esistevano, infatti, studi sistematici sulla sessualità: gli unici dati solidi erano quelli di Alfred Kinsey (1948), troppo rivoluzionari per gli psichiatri di quegli anni, che basavano le diagnosi soprattutto sulle norme morali dell’epoca.
In più, il DSM-I non aveva criteri operativi come quelli di oggi. Mi spiego meglio: nel DSM-5-TR, (il più recente) le varie patologie sono classificate secondo un chiaro elenco di sintomi, correlati alla durata che questi sintomi devono avere nel tempo per poter parlare di quella malattia. Tutto questo che nel 2025 possiamo dare per scontato non era presente nel primo DSM. Il primo DSM era un manuale descrittivo-narrativo, più simile a un mini-vocabolario clinico che a una guida strutturata.
La diagnosi di omosessualità si basava su tre elementi: giudizio clinico personale (spesso molto influenzato dalla psicoanalisi); descrizioni vaghe presenti nel manuale; norme morali e sociali del periodo. Negli anni ’50, la psichiatria cercava di garantire la “normalità” piuttosto che descrivere la mente. L’omosessualità non era vista come patologia perché osservata come tale, ma perché giudicata tale.
Una “diagnosi” inoltre, poteva giustificare: internamenti obbligatori e trattamenti imposti “correttivi”.
Omosessualità nel DSM-II
Nel DSM-II del 1968, l’omosessualità rimane ancora pienamente patologizzata, come nel fratello di sedici anni prima. La logica è sempre la stessa: tutto ciò che non rientra nel modello eterosessuale viene interpretato come comportamento deviante.
L’omosessualità viene inserita accanto a feticismo (anomalia del comportamento sessuale per cui l’attrazione erotica risulta limitata a un particolare fisico; ndr come quella per i piedi, che conosciamo tutti.) , voyeurismo (una parafilia psicologica in cui l’eccitazione sessuale è legata all’osservazione di altre persone senza il loro consenso, specialmente se nude, che si spogliano o durante attività sessuali. ndr: vi è mai capitato, cari lettori, di andare in camporella con la vostra dolce metà e di scrutare in lontananza qualche guardone? Ecco, si trattava di voyeurismo.), pedofilia ed esibizionismo (eccitazione sessuale derivante dall’esporre i propri genitali a persone ignare, causando spesso shock o disagio; come quando il tizio di Tinder o GRINDR vi invia, a tradimento, una fotografia nei direct con in mostra il proprio pene in evidente erezione), senza criteri clinici né distinzione tra varianti sessuali non patologiche e atti realmente problematici. È una classificazione fondata più su norme culturali che su evidenze scientifiche; proprio mentre la ricerca stava dimostrando che non esistono differenze psicopatologiche tra persone gay ed eterosessuali. Il DSM-II fotografa quindi un sistema in ritardo, ancorato ancora ai pregiudizi dell’epoca.
Nel 1973 l’APA (American Psychiatric Association) vota per rimuovere l’omosessualità dal manuale dei disturbi mentali, tuttavia la rimodulazione del manuale non è immediata, ma avviene nel 1974 con una revisione del precedente testo. La rimozione non è totale e al posto dell’omosessualità inserita nei disturbi sociopatici di personalità compare una nuova voce: l’omosessualità ego-distonica.
Che cosa si intende con omosessualità ego-distonica? L’orientamento sessuale non è più considerato una malattia, ma diventa clinicamente rilevante quando la persona vive un conflitto interno tra ciò che prova e ciò che desidera essere (ndr: secondo gli psichiatri dell’epoca la persona ego-distonica provava attrazione per le persone dello stesso sesso ma aveva un profondo disagio, desiderando essere eterosessuale).
Si tratta a tutti gli effetti di un compromesso politico-scientifico. Da un lato permette all’APA di accogliere la rivoluzione senza estraniare del tutto i gruppi più conservatori della professione. Dall’altro evita di riconoscere esplicitamente che quel disagio non nasca dentro l’individuo, ma fuori, come effetto dello stigma e della discriminazione che la stessa cultura clinica aveva contribuito a produrre. L’ego-distonia è quindi una categoria di transizione, ancora intrappolata in una visione eteronormativa della sessualità.
Omsessualità oggi
Questa ambiguità viene risolta con il DSM-III-R del 1987, l’omosessualità ego-distonica viene eliminata definitivamente. Il disagio legato all’orientamento sessuale viene riconosciuto come un possibile effetto del contesto, non come prova di una “disfunzione interna”. Finalmente si è potuto mettere un punto a quasi quarant’anni di patologizzazione: da quel momento l’omosessualità, dal punto di vista scientifico, non poteva essere considerata, neppure in forma indiretta, un problema clinico.
Nonostante le decisioni dell’APA, l’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie soltanto nel 1992, e l’omosessualità ego-distonica addirittura nel 2022! Questo quindi è il motivo per cui è importante battere il chiodo, scrivendone, ancora oggi, nonostante in questo paragrafo abbia citato professionisti del secolo scorso.
Storia delle terapie riparative
Freud
Come anticipato, la psichiatria del secolo scorso si basava, per la maggior parte, sugli studi di psicoanalisi di Sigmund Freud, pubblicati nel 1896. Freud non credeva che l’orientamento sessuale fosse determinato geneticamente, ma fosse il risultato dell’esposizione ambientale: cioè delle dinamiche familiari vissute durante l’infanzia, in particolare di un complesso di Edipo non completato.
Ma che cos’è il complesso di Edipo?
Il complesso di Edipo è la teoria con cui Freud prova a spiegare una fase specifica dello sviluppo emotivo dei bambini. Tra i 3 e i 6 anni, il bambino vivrebbe un forte attaccamento verso il genitore di sesso opposto e una sorta di rivalità verso quello dello stesso sesso. Tutto avviene in modo simbolico: sono dinamiche di gelosia e bisogno di attenzione che, con il tempo, contribuiscono alla costruzione dell’identità.
Freud si ispira al mito greco di Edipo, il re che uccide il padre e sposa la madre senza saperlo. Nel mondo reale, ovviamente, non succede nulla di simile: il mito è una metafora di quella fase in cui il bambino vuole essere “il preferito” e fatica a condividere il genitore con l’altro adulto in casa.
Secondo Freud, la crescita, dal punto di vista evolutivo, avviene quando il bambino supera il complesso di Edipo, riconoscendo i propri limiti e identificandosi nel genitore dello stesso sesso. Questo processo, per lui, getta le basi del carattere e, più in generale, della futura vita affettiva.
Freud sosteneva che, quando questo processo non si completava, cioè quando il bambino non riusciva a identificarsi con il genitore dello stesso sesso (ad esempio nel caso in cui il bambino fosse cresciuto solo con la madre, in assenza di una figura maschile in casa) potesse svilupparsi l’omosessualità. Era un’idea figlia dei pregiudizi, della cultura patriarcale e delle conoscenze limitate dell’epoca.
Freud, comunque, non possiamo definirlo omofobo in senso attuale del termine, dato che non considerava l’omosessualità una malattia e non era fautore delle terapie di conversione, come raccontato in questo scambio epistolare tra Sigmund e la madre di un suo paziente gay:
«Chiedendomi se posso aiutare [vostro figlio], voi intendete, suppongo, se posso eliminare l’omosessualità e far prendere il suo posto alla normale eterosessualità. La risposta è, in generale, che non possiamo promettere di riuscirci. In un certo numero di casi noi riusciamo a far attecchire i germi appassiti della tendenza eterosessuale che sono presenti in ogni omosessuale, nella maggioranza dei casi non è più possibile. È una questione della qualità e dell’età dell’individuo. Il risultato del trattamento non si può predire… l’omosessualità di sicuro non è vantaggiosa ma non c’è niente di cui vergognarsi, nessun vizio, nessuna depravazione, non può essere classificata come una malattia.»
Nonostante questa posizione, vennero eseguiti numerosi trattamenti barbari per “curare” l’omosessualità, in particolare nei trent’anni tra la morte di Freud e i moti di Stonewall del 1969. ( ndr I moti di Stonewall scoppiano nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, quando la polizia fa l’ennesima irruzione allo Stonewall Inn, un bar gay di New York. Stavolta però la comunità LGBTQ+ reagisce e si rivolta, dando vita a giorni di proteste per strada. Da quella notte nasce il movimento moderno per i diritti LGBTQ+).
Infatti i colleghi di Freud, al contrario, erano fermamente convinti che l’orientamento sessuale potesse essere modificato.
I trattamenti erano invasivi e comprendevano dolorose operazioni chirurgiche di rimozione dei genitali: isterectomia (rimozione dell’utero), ovariectomia (rimozione delle ovaie), clitoridectomia (rimozione del clitoride) nelle donne; castrazione (rimozione dei testicoli) e vasectomia (interruzione dei dotti deferenti per bloccare il passaggio degli spermatozoi, rendendo lo sperma non più fertile)negli uomini. Si arrivò perfino a praticare lobotomie (rimozione di parti del cervello) e a praticare terapie dell’avversione.
Terapie dell’avversione
L’idea era quella di associare l’attrazione omosessuale a qualcosa di doloroso o disgustoso, così da eliminarla, ovviamente senza successo. Nei decenni centrali del ’900 questi trattamenti includevano elettroshock, somministrazione di farmaci emetici (apomorfina, ipecacuana, emetina, disulfiram) per provocare vomito, esposizione a immagini o stimoli omosessuali accoppiati al dolore fisico.
Il tutto nasceva da una teoria comportamentista secondo cui, per ridurre un comportamento considerato dannoso, bisognava associarlo a qualcosa di spiacevole. Oggi un approccio avversativo può essere usato, per esempio, in alcuni casi di alcolismo. La logica era quella del condizionamento pavloviano: se il corpo soffre, la mente “impara” a cambiare orientamento.
( ndr Per gli amanti del cinema: in “Arancia Meccanica” il protagonista subisce una terapia dell’ avversione attraverso l’utilizzo di farmaci emetici mentre osserva immagini di violenza, per cercare di ridurre la sua tendenza comportamentale violenta.)
Ovviamente tutto questo non funzionava sull’omosessualità: le persone non uscivano dal trattamento eterosessuali, ma con disturbi post-traumatici.
Terapia di Conversione in Italia: L’interpretazione della Bibbia
In Italia le cosiddette “terapie di conversione” hanno preso una forma diversa rispetto a quelle diffuse in UK e USA, molto radicate alla psicoanalisi freudiana. Qui, più che in altri stati, il peso della cultura cattolica ha influenzato fortissimo il modo in cui l’omosessualità è stata letta e giudicata, facendo nascere pratiche “riparative” costruite proprio attorno ad alcune interpretazioni bibliche. I versetti considerati “incriminati” dalla tradizione cattolica sono principalmente questi: Genesi 19:1-13; Levitico 18:22; Romani 1:26-27; Corinzi 6:9, che ora snoccioleremo.
Genesi 19:1-13 Distruzione di Sodoma e di Gomorra
I due angeli giunsero a Sodoma verso sera. Lot stava seduto alla porta di Sodoma; come li vide, si alzò per andare loro incontro, si prostrò con la faccia a terra, e disse: «Signori miei, vi prego, venite in casa del vostro servo, fermatevi questa notte e lavatevi i piedi; poi domattina vi alzerete per tempo e continuerete il vostro cammino». Essi risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza». Ma egli fece loro tanta premura che andarono da lui ed entrarono in casa sua. Egli preparò per loro un rinfresco, fece cuocere dei pani senza lievito ed essi mangiarono.
Ma prima che si fossero coricati, gli uomini della città, i Sodomiti, circondarono la casa: giovani e vecchi, la popolazione intera venuta da ogni lato. Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono venuti da te questa notte? Falli uscire, perché vogliamo abusare di loro». Lot uscì verso di loro sull’ingresso della casa, si chiuse dietro la porta, e disse: «Vi prego, fratelli miei, non fate questo male! Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all’ombra del mio tetto». Essi però gli dissero: «Togliti di mezzo!» E ancora: «Quest’individuo è venuto qua come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a quelli!» E, premendo Lot con violenza, s’avvicinarono per sfondare la porta. Ma quegli uomini stesero la mano, tirarono Lot in casa con loro e chiusero la porta. Colpirono di cecità la gente che era alla porta della casa, dal più piccolo al più grande, così che si stancarono di cercare la porta.
Quegli uomini dissero a Lot: «Chi hai ancora qui? Fa’ uscire da questo luogo generi, figli, figlie e chiunque dei tuoi è in questa città,perché noi distruggeremo questo luogo. Infatti il grido contro i suoi abitanti è grande davanti al Signore, e il Signore ci ha mandati a distruggerlo».
Nel testo gli “angeli” assumono le sembianze di esseri umani e arrivano nella città di Sodoma al tramonto. Lot, che conosce la fama di Sodoma, li implora di non passare la notte in piazza e li accoglie in casa seguendo tutti i rituali dell’ospitalità orientale; per il vicino Oriente, infatti, l’ospitalità è un dovere sacro è inviolabile.
Più tardi “giovani e vecchi, la popolazione intera” circondano la casa, con una specifica richiesta verso Lot: “Falli uscire, perché vogliamo abusare di loro”. La parola ebraica usata in realtà indica lo stupro. Nelle culture antiche, lo stupro di un uomo serviva a umiliare lo straniero e a ricordargli chi comandava. La risposta di Lot, cioè l’offerta delle sue due figlie, al posto degli angeli, è il riflesso della vecchia società di stampo patriarcale, in cui l’onore dell’ospite vale più dell’integrità delle proprie figlie.
La condanna di Sodoma non ha nulla a che vedere con l’omosessualità. Lo conferma la stessa Bibbia, nel libro del profeta Ezechiele, che interpreta esplicitamente il peccato della città: “superbia, ingordigia, e il non soccorrere il povero e il bisognoso” (Ez 16,49). Non c’è neanche un accenno al sesso tra uomini.
E allora perché per secoli Sodoma è stata usata per attaccare le persone LGBT+? è nel Medioevo che nasce il termine sodomia per indicare qualsiasi comportamento sessuale non procreativo.
Levitico 18:22 e 20:13
Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.
Se un uomo giace con un altro uomo come con una donna, entrambi avranno commesso un abominio.
Il Levitico è il terzo libro della Torah ed è stato scritto con una funzione molto precisa: regolare la vita religiosa e rituale di Israele in quell’epoca. È, di fatto, un manuale per sacerdoti (da qui “Levitico”, cioè il libro dei leviti), che definisce: come si svolgono i sacrifici, come mantenere la purezza rituale, quali comportamenti sono ammessi nel culto, quali pratiche distinguono Israele dai popoli vicini, come preservare l’ordine familiare e sociale secondo la mentalità dell’epoca.
Dentro ci trovi prescrizioni diverse, tra cui su alimenti, abbigliamento, rapporti sessuali, norme agricole. L’obiettivo del testo è tracciare un confine netto tra il “puro” e l’“impuro”.
E da qui, negli anni si è creato un bias cognitivo per i versetti che vi ho riportato qua sopra. Infatti le “sette” religiose utilizzano questi versetti in modo decontestualizzato per demonizzare l’omosessualità, quando in realtà sono stati scritti con altri scopi.
Il Levitico appartiene a una cultura in cui la distinzione tra puro e impuro, era fondamentale per mantenere l’identità del popolo ebraico di fronte ai culti pagani (tenete a mente questa frase, perché tornerà molto spesso nelle interpretazioni dei versetti). Molti studiosi sottolineano che i versetti sull’uomo che “giace come con una donna” sono collegati a pratiche presenti nei riti di fertilità dei popoli vicini, oppure a norme che proteggevano l’ordine sociale maschile dell’epoca, in cui essere “passivo” era considerato degradante, indipendentemente dal desiderio.
In nessun caso il testo parla di orientamento sessuale, un concetto che nascerà oltre duemila anni dopo.
Chi oggi invoca il Levitico per condannare l’omosessualità sceglie di applicare alla lettera due versetti, ignorandone altri centinaia che regolano la dieta, la barba, i tessuti e il ciclo mestruale. Se dovessimo prendere sul serio ogni precetto, le cucine italiane dovrebbero svuotarsi da un giorno all’altro, metà dei vestiti andrebbero bruciati e chi va dal barbiere sarebbe considerato impuro.
Lettera ai Romani 1:26-27
“Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento”
Tra i versetti più citati per giustificare le terapie riparative e le politiche anti-LGBT+ c’è questo.
In realtà, nella lettera ai Romani, quello che Paolo sta descrivendo è: l’idolatria e le pratiche rituali dei culti pagani del I secolo.
Il testo dice che “le donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura” e che gli uomini “si sono accesi di passione gli uni per gli altri”. Paolo utilizza un’espressione greca specifica, παρὰ φύσιν (para physin), tradotta oggi come “contro natura”. Nel mondo greco-romano, “contro natura” non significa “contro la biologia”, né tantomeno “contro un ordine morale universale”: indica ciò che è fuori dalla norma culturale personale, ciò che non è tipico della propria condizione o del proprio ruolo sociale.
Paolo, inoltre, non conosce l’idea di “sessualità” come identità. Lui sta parlando di pratiche cultuali, nello specifico, dei rituali idolatrici diffusi nei culti della fertilità del mondo romano: banchetti orgiastici, prostituzione sacra, rapporti rituali con valenza simbolica e gerarchica. Queste pratiche erano note a qualsiasi lettore del I secolo. Non hanno nulla in comune con una relazione affettiva e consensuale tra due adulti dello stesso sesso.
Il riferimento alle donne, spesso spacciato per “condanna del lesbismo”, non regge: il giudaismo e il cristianesimo antico non avevano categorie morali dedicate al sesso tra donne. Gli studiosi contemporanei leggono quel versetto come un richiamo a pratiche cultuali femminili che prevedevano inversione di ruoli, rituali estatici o comportamenti simbolici che rompevano l’ordine sociale.
Poi ci sono gli uomini “accesi di passione gli uni per gli altri”. Paolo sta descrivendo eccessi rituali; usa un linguaggio volutamente iperbolico, tipico della retorica giudaica del tempo: mostrare come chi abbandona Dio si perda in comportamenti confusi, spinti dall’ebrezza e dall’idolatria.
E soprattutto, la finalità del discorso paolino è un altro: tutti: pagani, ebrei e cristiani sono fallibili e hanno bisogno della grazia.
Corinzi 6:9
“Né adulteri, né effeminati, né sodomiti erediteranno il regno di Dio”
Il problema di questo testo, derivante dalla lettera di Paolo ai Corinzi, è la traduzione errata, dal greco. Infatti quelle parole “effeminati” e “sodomiti” non esistono nel greco originale.
Nel testo autentico compaiono due termini: μαλακοί (malakoí) e ἀρσενοκοῖται (arsenokoîtai).
Due vocaboli quasi intraducibili, che non hanno alcun riferimento all’omosessualità.
Malakoí significa letteralmente “morbidi”. Nel linguaggio dell’epoca poteva indicare persone viziate, incapaci di autocontrollo o, come confermano molte fonti extra-bibliche, giovani maschi sfruttati nella prostituzione. La traduzione “effeminati” è una scelta culturale: trasforma un termine morale generico in un giudizio specifico sulla mascolinità, cosa che Paolo non aveva alcuna intenzione di fare.
Il secondo termine, arsenokoîtai, è ancora più complicato da tradurre: è, infatti, un neologismo, probabilmente inventato da Paolo stesso. Compare talmente poco nella letteratura antica che gli studiosi devono ricostruirne il senso attraverso contesti simili. Le ipotesi più accreditate parlano di sfruttamento sessuale, rapporto di potere, clienti della prostituzione maschile o abusi economico-sessuali.
La parola “omosessuali” compare nelle Bibbie per la prima volta nel 1946, quando una traduzione inglese (la RSV) traduce erroneamente malakoí e arsenokoîtai come “homosexuals”. Una scelta contestata persino dagli stessi traduttori negli anni successivi, ma ormai diffusa in tutto il mondo cristiano come se fosse un dato filologico.
La realtà è che Paolo in realtà sta parlando di sfruttamento e ingiustizia in una società in cui il sesso era spesso intrecciato con il potere, lontanissimo dall’idea moderna di una relazione consensuale tra adulti.
Focus sull’Italia: Courage e EnCourage
Ammetto che è stato complicato scovare online un sito o un’associazione che dichiarasse in modo esplicito di praticare ancora nel 2025 le terapie di conversione. Probabilmente è qualcosa che si tramanda in segreto, per via orale, come tutte le questioni più mistiche e riservate. Però, considerato il vuoto normativo, possono agire indisturbati, coperti dall’omertà e dal silenzio dei fedeli più devoti.
L’unica realtà che si mostra senza filtri al pubblico è Courage. È un’associazione internazionale, ma che ha anche una sede fisica a Roma, che promette di aiutare le persone che si dichiarano omosessuali e le loro famiglie; quest’ultima sezione prende il nome di EnCourage. L’associazione è nata negli anni ’80 negli USA e il padre fondatore è Padre John Harvey. Nel tempo si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo.
Promuove l’idea di mantenere la castità tra persone dello stesso sesso perché, secondo la loro visione, gli omosessuali non potranno mai avere un rapporto sessuale procreativo. In pratica, pur ammettendo che anche gli eterosessuali non compiano l’atto sessuale solo per fini riproduttivi, ritengono che non sia un peccato vero e proprio perché, almeno teoricamente, esiste sempre la possibilità remota che il rapporto possa generare un nuovo essere umano.
Ora vi presento l’associazione, anzi, vi mostro direttamente il testo l’incipit della loro presentazione: “Courage è un gruppo di cattolici che provano attrazione per lo stesso sesso e che si sono impegnati ad aiutarsi vicendevolmente a vivere una vita casta segnata dalla preghiera, dall’amicizia e dal sostegno reciproco”.
I principi su cui si basa sono: vivere in castità (in virtù degli insegnamenti della Chiesa Romana sull’omosessualità), dedicare l’intera vita alla preghiera e alle funzioni religiose, circondarsi di persone “simili” così da condividere i propri pensieri con altri omosessuali, sostenersi reciprocamente ( ndr:solo in amicizia, mi raccomando), dare il buon esempio agli altri. Anche lo scopo principale di EnCourage, letto da fuori, sembra nobile: comprendere i bisogni dei familiari omosessuali e stabilire un rapporto sano con loro… peccato che proprio qui l’intenzione diventi ancora più evidente, cioè aderire alla lettera a ciò che, secondo loro, avrebbe detto Gesù Cristo:
“Accettare una persona significa che amiamo e accogliamo quella persona con tutti i suoi punti di forza e di debolezza. Quando veniamo a conoscere le debolezze di un’altra persona, dovremmo essere sensibili alle sue vulnerabilità e mostrare compassione. Se altri deridono o giudicano male qualcuno per la sua debolezza, dobbiamo essere i primi a difendere quella persona”.
Fin qui niente di negativo, no? Però ecco dove inciampano in modo brutale:
“L’accettazione di un altro essere umano non significa necessariamente che saremo d’accordo con tutte le sue decisioni e scelte. A volte l’amore ci impone di far conoscere il nostro disaccordo. Ad esempio, un cattolico praticante non può in buona coscienza partecipare a un matrimonio dello stesso sesso, poiché ciò implicherebbe l’approvazione di un’unione che la fede ci dice essere contraria al piano di Dio per gli esseri umani”.
È evidente una contraddizione, oltre che una forma di discriminazione: perché, se accetti un tuo amico o parente omosessuale, non puoi partecipare al suo matrimonio con la persona che ama? Solo perché un vecchio vetusto del Medioevo ha tradotto male un passo della Bibbia? Testo che, peraltro, ha subito secoli di traduzioni e interpretazioni in base alla morale dell’epoca, dall’oralità al greco e, presumo, anche dal latino?
È curioso anche il fatto che Courage comunica che non si riferisca mai ai suoi membri con i termini “gay” o “lesbica”. La contraddizione qui è lampante: inizialmente dicono di farlo quasi per rispetto, per non etichettare le persone in una casella precisa della comunità LGBTQ+. In pratica stanno parlando di persone queer senza saperlo!
E anche qui inciampano di nuovo: preferiscono evitare questi termini perché credono che possano spingere gli individui a perseguire una relazione omosessuale attiva; avvicinarsi al mondo dell’attivismo LGBTQ+, o allontanarsi dagli insegnamenti della Chiesa Cattolica, dato che “il mondo spesso propone l’idea che tutte le cose ‘gay’ sono buone”.
Inoltre sono convinti che, trattando spesso con persone giovani, che sul sito descrivono come non ancora mentalmente sviluppate dal punto di vista psicosessuale, l’uso di queste etichette potrebbe favorire un ulteriore sviluppo psicosessuale. Per questo motivo non ammettono ai loro gruppi minori di 18 anni: secondo loro i minori hanno ancora un’identità fluida e in via di sviluppo, e seguirli in eventuali percorsi li potrebbe “fossilizzare” nell’omosessualità. In pratica, sono i fan numeri uno della classica frase dei boomer “è solo una fase”.
I metodi di Courage
Il principale metodo adottato da Courage nei suoi incontri è preso in prestito dai 12 passi degli Alcolisti Anonimi: il fondatore lo ha ritenuto utile come approccio per permettere agli omosessuali di rientrare nei cinque “dogmi” dell’associazione.
I 12 passi degli AA nascono negli anni ’30 per aiutare persone con una dipendenza cronica all’alcol.
Sono pensati per un contesto di malattia medica, con un modello spirituale/auto-riflessivo molto forte.
Il cuore del programma è: riconoscere di non avere il controllo, affidarsi a un “Potere Superiore” (non per forza una divinità), fare i conti con i propri “difetti”, riparare i danni fatti, mantenere vigilanza morale e aiutare altri alcolisti. Fin qui tutto ok. Il problema nasce quando qualcuno utilizza questo metodo per qualcosa che non è una dipendenza, ma un orientamento sessuale non patologico. E qui Courage fa esattamente questo.
Ecco: Qua sotto vi riporto i 12 passi degli alcolisti anonimi e sotto quello che, gli adepti di Courage, vogliono intendere.
- Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol [nel caso di Courage “alcol” è da sostituire con omosessualità] e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
Nel contesto di Courage: patologizza l’orientamento sessuale, come se fosse una forza maligna o una dipendenza.
- Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
Con questo passo Courage insinua che l’omosessualità sia irrazionale, “contro natura”, e che si debba “tornare alla ragione”
- Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.
L’omosessualità diventa qualcosa da “guarire” tramite obbedienza religiosa.
- Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.
Diventa una forma di auto-colpevolizzazione morale dell’orientamento, come se provare attrazione per una persona dello stesso sesso fosse un peccato.
- Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.
Convincere la persona appartenente alla comunità LGBTQ+ che il “torto” è la propria identità. Questo passaggio è psicologicamente devastante: crea vergogna interiorizzata.
- Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.
- Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.
Considerare l’omosessualità un “difetto di carattere” da eliminare. Qui ci troviamo già nel territorio delle terapie riparative mascherate da spiritualità, nonostante Courage cerchi in tutti i modi di non esplicare nel suo sito di cosa si occupa in realtà, facendo un giro di parole assurdo.
- Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.
- Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.
Suggerisce che l’essere appartenenti alla comunità LGBTQ+ abbia fatto del male a qualcuno. Questo, talvolta, diventa: chiedere scusa alla famiglia per “essere così”. È una forma sottile di colpevolizzazione sociale.
- Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.
Mantenere costante vigilanza e autocensura sulle proprie emozioni e sensazioni. È una dinamica di controllo e repressione dell’identità.
- Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.
Legare la “guarigione” dal proprio orientamento alla volontà divina. Qui il rischio è l’autopunizione: se senti ancora attrazione, ti convinci che “stai fallendo spiritualmente”
- Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività
Spingere i partecipanti a diventare testimoni e “evangelizzatori” di un percorso che patologizza l’orientamento sessuale. Rende il sistema auto-perpetuante: è la logica dei gruppi di auto-aiuto che diventano ideologici.
Lascio a voi, cari lettori e care lettrici, le vostre riflessioni: ci troviamo o non ci troviamo davanti a un tentativo di terapia di conversione?

Le agghiaccianti testimonianze dei convertiti
Ora andiamo avanti e vi faccio vedere alcuni stralci della testimonianza di Peter che ha frequentato i gruppi di Courage: potrete leggere le storie integrali sul sito dell’associazione.
Cercherò di farvi un riassunto pulito e ordinato, in quanto il testo originale presente sul sito oltre ad avere una traduzione italiana raffazzonata, assomiglia più a un flusso di coscienza Joyciano. Questo stralcio però ci tengo a mostrarvelo integralmente:
“Ti ricordi quando eri un bambino? Voi ragazzi ad un certo punto avete iniziato a sentirvi come uno dei ragazzi e voi ragazze avete iniziato a sentirvi come una delle ragazze. Questo è un bisogno di amore tra pari. È un vero bisogno di base e dura per tutta la vita. E prima di quel momento, voi ragazzi avevate bisogno di sentirvi amati da vostro padre e voi ragazze avevate bisogno di sentirvi amate da vostra madre. Otteniamo da queste persone l’accettazione e lo spazio per essere noi stessi. In altre parole, otteniamo amore incondizionato. Riuscire a soddisfare quel bisogno quando siamo bambini è importante per noi. E quando non viene soddisfatto, possiamo incorrere in dei problemi. In quelle prime fasi, il mio bisogno di amore incondizionato rimase in gran parte insoddisfatto. Sicuramente non mi sentivo come uno dei ragazzi e sicuramente non sentivo la sicurezza dell’amore di mio padre. Penso che quasi tutto sia iniziato lì, per me.”
Concentratevi in particolar modo sulle frasi che ho sottolineato. Se siete stati dei lettori e delle lettrici temerarie e avete letto il mio articolo integralmente, non potete non ricondurre questo pensiero a quello che dicevano Freud e i vari professionisti dell’APA: l’omosessualità è determinata da una mancata risoluzione del complesso Edipico in età infantile, con conseguente arresto dello psico-sviluppo.
Ma ora andiamo avanti con la storia di Peter:
Durante l’adolescenza e poi al college, Peter comincia a provare sentimenti che non riesce a capire, molti dei quali dovuti all’infanzia difficile con il padre alcolista. Però spicca anche la sensazione di provare attrazione per le persone dello stesso sesso.
Un terapeuta, al college, gli propone per la prima volta l’idea che possa essere gay, e così Peter si interfaccia con la comunità LGBTQ+ della zona. Inizia a frequentare altri uomini con cui vive i primi rapporti sessuali e si immerge per cinque anni in quello che definisce “l’ambiente gay”: eventi sociali, flirt, relazioni sentimentali. Alterna momenti di accettazione e senso di appartenenza a un dolore di fondo che non riesce a elaborare.
In questo momento di vulnerabilità, Peter torna verso la fede, è sempre stata una persona molto cattolica. È in questa fase che una collega, Mimì, lo accompagna verso un gruppo cristiano che si occupa di “questioni legate all’omosessualità”. Per un anno e mezzo, Peter vive una fase che lui descrive come positivamente trasformativa: abbandona il sesso e la masturbazione, costruisce amicizie maschili non sessualizzate, si sente finalmente “sulla strada giusta”. Alla fine però lascia il gruppo perché non è cattolico, e questo lo riporta a una nuova ricaduta: torna a cercare sesso con uomini, si isola e cade in un periodo di disperazione che dura quattro anni.
La svolta arriva quando, durante una notte di crisi, dice di “sentire la voce di Gesù” che lo invita a rimettersi in carreggiata. Pochi giorni dopo, un conoscente della chiesa lo contatta per caso e, ascoltando la sua storia, gli propone di partecipare a Courage, un gruppo cattolico internazionale che promuove la castità per persone con “attrazione per lo stesso sesso”. Per Peter è la conferma che Dio lo stia guidando. Partecipa alla conferenza annuale dell’associazione e poi alle riunioni settimanali, dove conosce la parola “castità” come disciplina spirituale. Racconta che, iniziando a praticarla, la sua vita cambia: sente nascere nuove amicizie con uomini, un senso di maturità personale e un contenimento delle tentazioni sessuali.
In parallelo intraprende un percorso con un counselor cattolico, che lo aiuta a rielaborare il rapporto con suo padre. Secondo Peter, affrontare quel dolore e giungere al perdono diventa un passaggio essenziale: il rancore “si dissolve” e arriva una nuova stabilità emotiva. Le tentazioni verso gli uomini, dice, non scompaiono del tutto, ma diventano più gestibili grazie alla pratica religiosa, alle confessioni frequenti e al supporto della comunità.
Nella sua vita attuale, Peter racconta di uscire con donne senza provare più l’ansia che aveva in passato e di non voler avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Racconta di provare un iniziale interesse romantico verso donne con tratti più “maschili” e considera la castità come il cammino che gli ha portato maggiore serenità.
Riflessione finale sulle testimonianze dei convertiti
Avrei bisogno di un copioso numero di pagine per esprimere nel dettaglio cosa penso della situazione di Peter. In breve posso solo dirvi che: sicuramente ha avuto un’infanzia per niente facile, quindi i sentimenti di ansia e isolamento probabilmente son giustificati da quello. Le sensazioni di distonia provate (cioè il non accettare quello che lui è in realtà, una persona omossessuale ) probabilmente erano già presenti dentro di lui da tempo, derivante dall’educazione cattolica estremista che ha ricevuto.
Nonostante ciò non mi sento di condannarlo per come si è comportato; so che non possiamo esprimere una vera opinione leggendo una testimonianza di parte come questa presente sul sito ufficiale dell’associazione, però se Peter è felice di questo nuovo equilibrio che ha trovato chi siamo noi per giudicare? Il lavoro su di lui sarebbe dovuto essere fatto già dall’adolescenza o prima età adulta. Ormai la sua vergogna per il suo orientamento sessuale la potremo definire strutturale.
Nonostante ciò non trovo corrette le metodologie utilizzate da Courage, barbare e antiscientifiche; tuttavia non colpevolizzerei Courage in quanto tale ma quella specifica corrente cattolica che crede ancora al peccato di Sodomia.

La proposta di legge firmata da oltre 1 milione di cittadini europei (60.000 italiani)
Ed eccoci finalmente arrivati al punto più atteso: la proposta di legge depositata al Parlamento europeo da parte dei cittadini europei.
L’obiettivo è introdurre un divieto giuridico vincolante contro le pratiche di conversione rivolte alle persone LGBT+ in tutta Europa e garantire supporto a chi, in passato, ne è stato vittima.
Queste terapie sono considerate torture dalle Nazioni Unite e, dopo tutto ciò che vi ho raccontato finora, il motivo è evidente.
I dati pubblicati sul sito dell’iniziativa cittadina, seppur scarsi, sono comunque allarmanti: secondo il Williams Institute, nel 2019 circa 700.000 cittadini statunitensi dichiaravano di aver subito pratiche di conversione; nel Regno Unito, il 5% dei partecipanti al National LGBT Survey del 2017 ha riferito di aver ricevuto proposte di trattamenti di conversione, percentuale che sale all’8% tra le persone transgender; in Svezia si arriva al 16%. Numeri che, con ogni probabilità, sono sottostimati e che variano sensibilmente da Paese a Paese.
L’intento di chi ha scritto la proposta è chiaro. Vi riporto un sunto degli obiettivi, che potrete leggere integralmente se lo desiderate.
L’iniziativa chiede all’UE un divieto totale e uniforme delle terapie riparative, basato su una definizione ampia che includa qualsiasi pratica: sanitaria, religiosa, educativa o comunitaria, volta a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Il divieto dovrebbe essere valido ovunque e per chiunque, senza eccezioni né giustificazioni basate sul “consenso”, considerato inapplicabile in questo contesto.
La proposta prevede l’applicazione del divieto attraverso strumenti penali, civili e amministrativi, con sanzioni realmente dissuasive. Particolare attenzione è riservata ai minori e agli adulti vulnerabili: se coinvolti, le pene dovrebbero essere aggravate e includere misure come la revoca delle licenze professionali o la chiusura delle strutture che offrono tali pratiche.
Gli Stati dovrebbero garantire indagini rapide sulle denunce, perseguire i responsabili e assicurare alle vittime supporto legale, medico e psicologico, oltre a concrete possibilità di ottenere giustizia e risarcimenti. Nessun fondo pubblico dovrebbe essere destinato a programmi di conversione.
Infine, l’iniziativa invita a rafforzare il ruolo delle istituzioni nazionali per i diritti umani e degli organismi per la parità, promuovere campagne educative, raccogliere dati sulla diffusione del fenomeno e abrogare qualsiasi normativa che, direttamente o indirettamente, lo favorisca. Gli Stati membri sono sollecitati ad adottare (o aggiornare) leggi di divieto conformi agli standard fissati da ONU e Consiglio d’Europa.
Siamo già a buon punto: abbiamo raggiunto quasi 1 milione e 130 mila firme. Ma il lavoro non è finito, soprattutto in alcuni Paesi dell’Est Europa, come Bulgaria, Estonia e Ungheria, dove i firmatari sono sotto il 30% richiesto, a differenza di Paesi come il Belgio, nel quale i firmatari superano il 320% delle firme richieste.
In conclusione, la proposta dei cittadini europei è qualcosa di necessario. Viviamo in un mondo che, pur con differenze da Stato a Stato, è sempre più aperto nei confronti della comunità LGBTQ+: in molti Paesi dell’Unione Europea le persone omosessuali e trans possono sposarsi, adottare, vivere liberamente la propria identità. E un’Unione che voglia davvero chiamarsi tale e non solo a parole , ha il dovere di mettere fine, una volta per tutte, a pratiche dolorose come le terapie riparative.
Se sei arrivata o arrivato fin qui, e tutto ciò che ho cercato di raccontare ti è arrivato in modo chiaro, sappi che puoi ancora fare la tua parte. L’Italia ha già raggiunto il numero di firme necessario, ma ogni voce, e in questo caso ogni firma, conta. Attivati, attiviamoci:è così che si fa davvero cittadinanza attiva.
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