- Un esperimento editoriale (fallito)
- La trama (e i problemi)
- La mediocrità che spaventa
- Due approcci, due risultati
- Il vero problema
- La morte (letterale) dell’autore
- Creatività vs calcolo probabilistico
- Un caso diverso – l’IA a servizio dell’uomo
- Nuovi parametri (e nuovi problemi)
- Conclusioni
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Recensione onesta del primo romanzo italiano scritto interamente dall’Intelligenza Artificiale

Abbiamo letto il primo romanzo italiano scritto con intelligenza artificiale. Spoiler: molte scene sembrano uscite da una fanfiction su Wattpad, i dialoghi sono infodump maldestri e l’antagonista principale ha un’aura misteriosa che l’autore continua a dirti di avere, ma che non riesce a mostrare.
Per non parlare della protagonista: Sara/Bianca, una diciassettenne che legge Lovecraft, veste dark e frequenta metallari nei boschi del Varesotto. E già così sembra un meme.
Un esperimento editoriale (fallito)
Il romanzo si chiama Bestie, pubblicato da SEM (gruppo Feltrinelli) nel novembre del 2025. Sulla copertina (chiaramente generata con IA) leggiamo “Loro si muovono nell’ombra. Lei deve solo sopravvivere”. Ma non solo lei, forse anche il lettore.
La descrizione ufficiale, fornita dalla casa editrice, è questa:
Il primo Artificial Crime
Ideato e scritto insieme a una macchina, mescolando eclatanti casi di cronaca alla finzione narrativa, Bestie scava a fondo nel ventre dell’Italia profonda e dell’animo umano, dove le verità non hanno mai una sola faccia e le ferite dell’adolescenza sono sempre aperte.
Tanta roba insomma.
Ma c’è un ultimo colpo di scena: Andrea Damasco, l’autore, non esiste. È uno pseudonimo, dietro cui si nasconde un collettivo di esperti del settore guidato da Michele Rossi (direttore editoriale di SEM). Come hanno scritto il libro? Non l’hanno fatto o, meglio, hanno assunto il ruolo di editor e hanno trattato l’IA come uno scrittore esordiente.
La trama (e i problemi)
A grandissime linee la trama è questa: Sara, la protagonista che un tempo si chiamava Bianca, si è avvicinata per vie traverse (cotte e curiosità adolescenziali) alle Bestie di Satana, la famosa setta che ha terrorizzato la Lombardia nei primi anni del 2000. Vent’anni dopo, una giornalista la rintraccia quando viene ritrovato un nuovo cadavere. La narrazione alterna il presente dell’intervista all’adolescenza di Bianca.
Ma andiamo dritti al punto: il romanzo non funziona.
La struttura è quasi documentaristica, a larghi tratti sembra più un report giornalistico che un’opera di narrativa. Una scelta dettata, ipotizziamo, anche dal desiderio di mascherare i limiti creativi della macchina, ma senza riuscirci.
Quando l’IA prova a raccontare, si ha la sensazione che applichi, in modo pedissequo, una sorta di vademecum della scrittura creativa, per di più con scarsi risultati: battute che presentano personaggi in modo troppo palese, descrizioni stereotipate degli alternativi anni Novanta, il personaggio del prete inserito perché, almeno così pare a chi scrive, fa molto “piccola realtà italiana”.
Dal punto di vista stilistico, la paratassi è ossessiva anche dove non serve e il ritmo risulta terribilmente piatto per più di duecento pagine. Le emozioni vengono nominate, mai mostrate concretamente e i personaggi appaiono, in questo modo, bidimensionali e manichei. In altre parole, non c’è nessuna profondità psicologica.
E poi c’è anche un altro problema: il romanzo mescola i fatti reali delle Bestie di Satana con infiltrazioni mafiose totalmente inventate. Nessuna sentenza, nessuna indagine ha mai collegato il caso alla criminalità organizzata. Si vuole forse indicare un’altra pista, certo, ma il libro la presenta senza distinguere la cronaca dalla fantasia, finendo per trasformarsi in un fantasioso thriller complottista.
La mediocrità che spaventa
Come scrive Walter Siti sul Domani: «Non è un granché, si confonde nella massa della produzione di quel genere». Ed è proprio questo ciò che spaventa: l’IA può produrre mediocrità indistinguibile, senza bisogno di uno scrittore professionista.

A dire la verità, c’è un altro caso italiano di cui, l’anno scorso, si è parlato molto di più: Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, pubblicato da Tlon all’inizio del 2025. Anche qui l’autore, Jianwei Xun, presunto filosofo cinese di Hong Kong, è inesistente. Su internet si possono trovare foto del suo volto, biografie e interviste finte. Ma in realtà, dietro a tutto questo, vi era solo Andrea Colamedici (fondatore di Tlon) che lavorava con la “fantasia” di Claude e ChatGPT.
In sostanza, l’intera operazione era un esperimento che performava esattamente ciò che il libro teorizzava, ossia la manipolazione della percezione della realtà attraverso le tecnologie digitali.
Due approcci, due risultati
Le differenze tra Ipnocrazia e Bestie sono enormi:
Innanzitutto Colamedici, che studia filosofia dell’intelligenza artificiale, ha investito due milioni di caratteri di conversazioni con l’IA prima ancora di iniziare a scrivere, poi ha sviluppato un metodo dedicato di Prompt Thinking che oggi insegna all’Istituto Europeo di Design. Il risultato? Un saggio che ha ottenuto ristampe, traduzioni, presentazioni a festival culturali e ha generato un dibattito che ha travalicato i confini italiani. La rivelazione dell’inganno, invece di affossare il libro, ne ha amplificato il successo: una brillante operazione di marketing.
Ma anche Ipnocrazia ha i suoi problemi.
Molte pagine soffrono di una certa vaghezza che cerca di essere illuminata da frasi accattivanti che, tuttavia, dicono ben poco. Lo stile, in qualche modo, ricorda quello minimal di Byung-Chul Han e la struttura argomentativa emerge in modo non lineare. Alcuni concetti vengono ripetuti più volte inutilmente, e dopo la diagnosi sociologica le soluzioni proposte sembrano, almeno apparentemente, superficiali. Stai meno sui social, parla di più, consuma in modo eterogeneo. Quello che direbbe uno studente di filosofia per impressionarti. Non che ci sia niente di male, io ero uno tra questi.
In breve, Ipnocrazia ha un progetto forte, Bestie no. Uno è un esperimento consapevole che divide, l’altro è un fallimento che unisce tutti nel giudizio.
Il vero problema
Ma il punto è un altro. Il fatto è che entrambi i testi dipendono dalla novità dell’IA più che dal loro valore intrinseco. Ma cosa resta quando la novità svanisce? Forse stiamo assistendo all’alba di una diversa forma di scrittura, più nebulosa, in cui l’importanza dell’autore si dissolve e la qualità diventa sempre più difficile da definire.
Seppur scadente, una pubblicazione come quella di Bestie, fa riflettere quantomeno su un punto: cosa succederebbe se il costo della produzione letteraria scendesse a zero?
Intuitivamente mi verrebbe da rispondere che, se scrivere non ti è costato nulla (in termini di fatica e riflessione) allora nemmeno leggerti vale nulla.
La morte (letterale) dell’autore
Il filosofo Luciano Floridi parla di distant writing, cioè scrittura a distanza, senza contatto diretto col testo. È esattamente ciò che succede con progetti come questo, dove gli umani coinvolti non hanno scritto ma curato. L’atto creativo è stato delegato a un algoritmo che, per definizione, non può avere intenzionalità.
Negli anni Sessanta Roland Barthes parlava della morte dell’autore. Il suo scopo era quello di capovolgere il modello della critica letteraria tradizionale e affidare il significato ultimo del testo al lettore e non più alle intenzioni dell’autore. Era una provocazione intellettuale.
Oggi, però, diventa realtà. Un’IA non ha biografia, emozioni, esperienze, contesto culturale o inconscio, ma con un piccolo grande problema: questo tipo di morte dell’autore non migliora l’esperienza di lettura, la peggiora.
Creatività vs calcolo probabilistico
La creatività umana si basa sull’abduzione, cioè quel salto mentale che collega elementi diversi in modi inaspettati, senza una regola matematica. Charles Sanders Peirce, filosofo americano, la indicava come l’unica operazione logica capace di introdurre un’idea nuova. Paradossalmente, è un processo extra-logico, perché solo per l’autore avrà sempre un senso.
L’intelligenza artificiale, invece, fa un calcolo probabilistico e per questo valorizza statisticamente ciò che ricorre nei dati di addestramento. Non può fare un salto creativo, può solo rimasticare pattern.
Gli umani fanno salti, aprono fenditure, fanno collegamenti imprevisti ed errori fecondi. L’IA non può sbagliare creativamente, può solo sbagliare male. Non può strappare.
Un caso diverso – l’IA a servizio dell’uomo
C’è un altro caso che vale la pena citare. La scrittrice giapponese Rie Kudan ha vinto l’Akutagawa Prize (il più prestigioso premio letterario giapponese) con un romanzo che conteneva circa il 5% di testo generato da ChatGPT. Ma l’uso era limitato e giustificato dalla trama (che parlava proprio di IA), e soprattutto il 95% era umano. Non ha delegato la creatività, l’ha aumentata.
Si può ridefinire l’autorialità, allora, come un atto di fatica intenzionale. Quando quella fatica scompare, scompare anche la connessione tra chi scrive e chi legge. Forse è questo il vero problema di Bestie: non manca solo di qualità tecnica ma manca anche, banalmente, di presenza umana.
Nuovi parametri (e nuovi problemi)
Stiamo assistendo a una sempre maggiore diffusione di testi di narrativa scritti da IA. Servono allora nuovi parametri di analisi e di interpretazione. Dovremmo chiederci, ad esempio: quale modello linguistico è stato usato? Quale dataset di addestramento? Quali bias algoritmici sono stati incorporati o espunti? Ma questo trasforma la critica letteraria in un’analisi tecnica.
Sul fronte legale, nel settembre 2023 l’Authors Guild ha intentato una class action contro OpenAI e Microsoft a nome di 17 autori, tra i quali figurano John Grisham, George R.R. Martin e Jonathan Franzen. L’accusa è quella di violazione massiccia di copyright, con centinaia di libri piratati per addestrare LLM (Large Language Models) senza consenso né compenso. Per Mary Rasenberger, CEO dell’Authors Guild, l’IA rappresenta una minaccia esistenziale per la professione di scrittore se non viene regolamentata.
Conclusioni
Lo scenario peggiore è già realizzabile: collane intere di libri mediocri prodotti a livello industriale, con costi contenutissimi. Amazon ora richiede agli autori di dichiarare se il contenuto è generato da IA, ma questa informazione non viene mostrata ai lettori.
È arrivato il fast fashion della letteratura.
Bestie e Ipnocrazia dimostrano due cose. La prima è che l’IA può produrre testi formalmente corretti, e la seconda è che, senza fatica e intenzionalità umana, questi testi sono vuoti.
Scrivere è un atto di resistenza alla superficialità. Leggere è cercare una connessione con un’altra mente o con un’altra vita. L’IA può solo offrirne un’imitazione, può solo produrre simulazioni disincarnate, perché manca proprio di quella presenza umana che rende la letteratura un’esperienza di senso.
La prossima volta che leggi qualcosa, chiediti: questo è costato fatica a qualcuno? Se la risposta è no, vale la tua?
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