La politica del Brasile oggi dopo la vittoria di Lula su Bolsonaro. Cosa cambia?

Guido Iudicone

Le ultime settimane sono state belle infuocate in uno degli stati simbolo del Sudamerica: il doppio turno di presidenziali, la vittoria al fotofinish di Lula e la precipitosa fuga di uno sconfitto, Bolsonaro, che si dipinge come vittima. Il 25 ottobre, Lula ha battuto, nel ballottaggio decisivo per le elezioni presidenziali in Brasile, Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, diventando Capo dello Stato latino-americano per il quarto mandato. Una tornata elettorale significativa, sotto molti aspetti: l’America Latina che cambia, la riscossa di un presidente “operaio” e le mille ombre di un Bolsonaro jr in fuga. 

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L’analisi di Alessandro Masala sulle elezioni in Brasile

Temi trattati nell’articolo:

  • Un breve recap
  • Povertà, lotta e politica 
  • Il terzo mandato
  • Il figliol (più o meno) prodigo
  • Virata a destra
  • La fuga e cosa sarà del Brasile?

Un breve recap

Il 25 ottobre, ventuno giorni dopo il primo turno, i brasiliani sono stati chiamati ad esprimersi al ballottaggio per l’elezione del nuovo Presidente del Brasile. A vincere, dopo uno spoglio elettorale che ad un certo punto della notte italiana lo dava per quasi perdente, è stato il Capo di Stato uscente Luiz Inacio Lula da Silva, detto semplicemente Lula. 

Già tre volte alla guida del paese, Lula ha battuto, con il 51,8% dei voti, lo sfidante Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro (2018-2023) fermatosi al 48,2%. Una vera e propria rimonta, se consideriamo che al primo turno era stato proprio Bolsonaro jr a mettersi in testa, con il 47% dei consensi, a fronte del solo 45,2% del vincente Lula. 

Un’elezione, quella brasiliana di quest’anno, particolarmente sentita nel paese ed in tutto il Sudamerica, dove il quarto mandato presidenziale del, ad oggi, ottantunenne Lula rappresenta l’ultimo baluardo della sinistra in un continente ormai dalle tinte sempre più conservatrici. 

Per capire meglio questa storia, tocca però fare dei passi indietro. 

Come ha votato il Brasile

Povertà, lotta e politica 

Lula nasce nell’ottobre 1945 a Garanhuns, da una famiglia poverissima e numerosa (settimo di otto figli). I genitori, analfabeti, lo costringono a lasciare la scuola in quinta elementare e, a 12 anni, il giovane Luiz Inacio comincia a lavorare. 

A 13 anni, visto il divorzio dei suoi, Lula si trasferisce con sua madre a San Paolo e lì viene assunto in fabbrica, dove, a causa di un incidente di lavoro, perde a 17 anni il mignolo della mano sinistra. 

Negli anni ‘60, Lula comincia ad avvicinarsi al mondo del sindacato, mentre parallelamente il Brasile cade nell’incubo della dittatura militare. Sin da subito, egli emerge come un ottimo contrattatore, capace di strappare accordi vantaggiosi con i datori di lavoro ed in breve tempo fa carriera. 

Scalate le gerarchie del sindacato, Lula si getta poi nell’attività politica, organizzando scioperi e manifestazioni contro il governo dei militari. L’anno di svolta è il 1980, lo stesso in cui viene incarcerato per un mese: Lula fonda, approfittando dei piccoli sprazzi di apertura che cominciano ad essere gradualmente concessi, un nuovo partito di sinistra, il Partito dei Lavoratori (PT).

Nel 1986 diventa deputato e prende parte alla stesura della nuova Costituzione democratica del Brasile, che porta una sua forte impronta soprattutto in tema di garanzie sociali, nonostante poi il PT si rifiuti di firmarla. 

Tre anni dopo, nel 1989, Lula si candida alla presidenza del Brasile, ma è un fiasco. Ci riprova ancora nel ‘94 e nel ‘98, ma la sua pare destinata ad essere una carriera da eterno secondo. Molti imputano i suoi insuccessi alla marcata retorica antiglobalista di Lula, fortemente critico verso l’ONU e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, visti come strumenti di perpetuazione del dominio dei ricchi sui poveri. 

Corretto il tiro, nel 2002 arriva finalmente la vittoria e Lula inizia il suo primo mandato da Presidente del Brasile. Nel 2006 viene riconfermato alla guida del paese ed anche quando, nel 2010, decide di fare un passo indietro a favore della candidatura vincente di Dilma Rousseff, egli è comunque uno degli uomini più importanti ed influenti della politica brasiliana e non solo. 

Lula festaggia con i suoi sostenitori le rielezione in Brasile

Il 2014 segna però l’inizio dell’apparente fine. Il 17 marzo scatta l’operazione della polizia federale brasiliana “Operação Lava Jato”, entrata negli annali come la più grande operazione anti-corruzione della storia del Brasile. Al centro di tutto vi sarebbe un enorme giro di tangenti che coinvolgerebbe l’azienda petrolifera nazionale Petrobras e lo stesso PT. 

Gli occhi cominciano ad essere puntati oltre che sulla presidente Rousseff, riconfermata lo stesso anno alla guida del paese ma successivamente destituita con un voto del Senato proprio nel maggio 2016 a causa dello scandalo, anche su Lula.

Nel marzo 2016, l’ex presidente viene interrogato dalla polizia nella sua abitazione per ore. Pochi giorni dopo, la stessa Rousseff cerca di renderlo capo del suo staff personale, così da sottrarlo ad eventuali procedimenti, ma un giudice federale blocca la nomina.

Nel 2017, Lula, processato, viene condannato in primo grado a nove anni e mezzo di prigione, ma egli decide comunque di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018, dove pare addirittura favorito. Peccato che sia il secondo grado che la Corte Suprema confermino la sentenza, aumentata a 12 anni. 

Il 7 aprile 2018, dopo aver cercato inizialmente di non consegnarsi ed aver tenuto un discorso ad una folla accorsa in sua difesa, Lula si consegna volontariamente alla Polizia Federale e la Corte Suprema gli revoca i diritti politici e dichiara sospesa la sua candidatura. Le elezioni, come tutti sappiamo, le vincerà il conservatore Jair Bolsonaro. 

Nel 2021, il Tribunale Supremo Federale del Brasile proscioglie Lula da ogni accusa, dichiarandolo eleggibile e riconferendogli i diritti civili e politici. La sentenza mette in luce un certo comportamento parziale assunto dai giudici che hanno condannato Lula, tra cui Sergio Moro, Ministro della Giustizia durante il governo di Bolsonaro.

Appena un anno dopo, Lula si ripresenta alla tornata elettorale del 2022 e batte al secondo turno il presidente uscente Bolsonaro. Per la terza volta, è Presidente del Brasile. 

Lula, nel 2007, durante il World Economic Forum, a Davos. Un anno prima era stato rieletto, per il suo secondo mandato alla guida del Brasile. 

Il terzo mandato

Come è andato il terzo mandato del presidente “operaio”? Proviamo a fare un recap.

Il grande merito del Lula ter è stato sicuramente quello di aver messo mano al tallone d’Achille dell’economia brasiliana: la disoccupazione. All’inizio del 2021, questa si attestava all’8,9%, mentre a metà 2026 è scesa al 3,3%. 

Anche sul tema della povertà ci sono stati dei miglioramenti. La percentuale di cittadini che vivevano sotto gli 8,60 dollari al giorno, andando a vedere i dati del primo biennio di governo, è scesa dal 26,62% al 21,67%. 

Riguardo invece al reddito pro capite, non sono stati fatti grandi passi in avanti. Quello nominale, spinto dall’inflazione, è passato da 47.928,52 real brasiliani a 59.858,98 real. Quello reale invece da 20.607,28 real ad appena 22.240,68. A pagare, in tal senso, è stata la politica fiscale del governo ed il forte deficit pubblico. 

Sul tema della sicurezza, gli omicidi intenzionali appaiono in calo. Se consideriamo il 2022 come anno di riferimento, con il dato simbolico di 100 omicidi intenzionali ogni 100mila abitanti, appena due anni dopo il dato era sceso a 88,58 ogni 100mila. 

In politica estera, Lula ha confermato la stretta vicinanza del Brasile al blocco BRICS. In tal senso, ha fatto discutere la sua posizione sulla guerra in Ucraina e sulla Russia in generale. Nel 2022, prima della sua rielezione, definì, in un’intervista al Time, il presidente ucraino Zelensky responsabile della guerra tanto quanto Putin ed il 9 maggio 2025, in occasione del Giorno della Vittoria, Lula ha preso parte alla cerimonia tenutasi a Mosca. 

Emblematica, relativamente alla collocazione internazionale del Brasile, è la differenza di quota di export tra Cina ed USA: il 30,71% di Pechino contro l’11,03% di Washington. 

Visita tra Lula e Vladimir Putin, a ridosso del 9 maggio 2025

Il figliol (più o meno) prodigo

Veniamo ora allo sfidante, a differenza di Lula figlio d’arte e di famiglia facoltosa. Flavio Nantes Bolsonaro.

Nato nel 1981, è il figlio dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, eletto nel 2018 e sconfitto nel 2022 proprio dallo stesso Lula. A livello ideologico, Flavio porta avanti l’ideologia paterna: forte enfasi sul tema della sicurezza e della lotta al crimine, un marcato conservatorismo, ma soprattutto una forte ostilità verso gli avversari politici (“Lula lotta per il potere, io lotto per il Brasile” ha dichiarato). 

Aggiungiamoci inoltre un taglio economico fortemente neoliberista, con annesso appoggio della classe imprenditoriale brasiliana, opinioni negazioniste sul cambiamento climatico e dichiarazioni discutibili sulla passata dittatura militare (“A quei tempi c’erano sicurezza, un’assistenza sanitaria di qualità e istruzione, c’era rispetto. Al giorno d’oggi, quali diritti hanno le persone? Solo il diritto di votare. E anche in questo caso votano male”) ed il gioco è fatto.

Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, e candidato alle presidenziali del 2026

Nel 2025, Flavio ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali del successivo anno. Una mossa che sa di compensazione per la mancata possibilità del padre Jair, che nel settembre 2025 è stato condannato dal Tribunale Federale a 27 anni e 3 mesi di reclusione. Il motivo dietro la condanna è semplice: Bolsonaro aveva cercato di mettere in piedi un progetto di sovvertimento dell’ordine democratico del Brasile, dopo la sconfitta elettorale del 2022.

Lo scopo era quello di spingere i militari ad agire, bloccando l’insediamento di Lula e la transizione di potere. Tristemente noto fu il tentativo, l’8 gennaio 2023, dei suoi sostenitori di assaltare il Congresso nazionale, nella capitale Brasilia, dopo mesi di bombardamento mediatico dell’ex presidente, che aveva bollato la vittoria di Lula come macchiata da brogli e irregolarità mai provate.

Conseguentemente, la sentenza ha privato Bolsonaro dell’elettorato passivo fino al 2033.

Sostenitori di Bolsonaro nel corso dell’Assalto al Congresso nazionale a Brasilia l’8 gennaio 2023

Tocca quindi al figliol prodigo riportare un Bolsonaro alla guida del paese. Al primo turno, Flavio sembra avvicinarsi all’obiettivo, toccando il 47% dei consensi. Non abbastanza per trionfare senza passare dal ballottaggio, ma che comunque lo pone in vantaggio rispetto ad un Lula chiamato ad inseguire.

Nel giro di due settimane e mezzo, Flavio Bolsonaro compie tuttavia la tragicomica impresa di non consolidare il suo primato elettorale, portando al ribaltone decisivo di Lula. 

La chiave di volta del disastro politico è rappresentata dalla terribile comunicazione politica tenuta da Bolsonaro Jr nei giorni che separavano il primo turno dal secondo. 

Oltre alla buona natura della campagna elettorale di Lula, incentrata sull’evidenziare i successi del governo ed sull’evitare di dare risalto sui social i contenuti dell’avversario tramite attacchi o riferimenti di ogni tipo, a condannare alla sconfitta Flavio Bolsonaro sono state due terribili gaffe, pronunciate in due dibattiti televisivi contro il suo sfidante. 

Nel primo caso, Bolsonaro jr ha sottolineato a Lula come il 75% dei detenuti brasiliani avesse votato per lui. Ebbene, il presidente uscente ha rivendicato quel dato, dichiarando di voler raggiungere il 100% dei consensi, compreso quello di suo padre Jair, anch’egli detenuto.

Nel secondo caso, Flavio Bolsonaro ha invece offeso sul personale Lula, chiamandolo “nove dita”. Di fronte all’attacco, Lula ha ricordato ai telespettatori del perché mancasse di un dito, dell’incidente in fabbrica e di come quell’evento lo avesse spinto a lottare affinché le condizioni di sfruttamento in cui egli versava e in cui ha perso il mignolo fossero cancellate. 

Il Brasile è terra di calciatori, ma certamente Flavio non spiccherebbe tra questi con un passivo di 2 autogol a zero. 

Virata a destra

La partita giocatasi in Brasile, lontana ancora certamente dal terminare, è molto più di una semplice contesa politica ed elettorale. Riguarda invece la metamorfosi politica che il continente latino-americano sta attraversando da tre anni a questa parte.

Nel 2022, agli occhi del mondo, sul Sud America sembrava star sorgendo la rossa alba del sol dell’avvenire. Lula aveva vinto in Brasile, Gustavo Petro, ex attivista di sinistra, era diventato Presidente della Colombia ed in Cile a vincere era stato, nel 2021,  il giovane radicale Gabriel Boric. 

Ad oggi, nel 2026, l’alba appare tramutatasi rapidamente in tramonto. Prima “el loco” Milei in Argentina, nel 2023, poi il cristiano democratico Rodrigo Paz Pereira in Bolivia, dove termina l’egemonia dell’ex sindacalista Evo Morales, e il filo-pinochetista Kast in Cile nel 2025. Quest’anno, il “botto”: Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto, vince di misura in Perù, mentre il filo-trumpiano Abelardo de la Espriella succede a Petro.

Nel giro di tre anni, l’America Latina ha virato prepotentemente a destra. Tutto questo con il beneplacito di Washington e dell’inquilino della Casa Bianca. 

Non è un mistero che la seconda amministrazione Trump abbia puntato sempre di più a presentare gli Stati Uniti come un faro di stabilità e sicurezza per l’America Latina, pronti ad intervenire nella difesa dei suoi interessi nel continente in ogni modo. Il rapimento del presidente venezuelano Maduro nel gennaio 2026 è forse l’incarnazione più dura di questa visione delle cose. 

Gli americani hanno saputo soffiare su uno dei temi cardine della politica latino-americana, quello della sicurezza. Di fronte alla crescita del narcotraffico, Trump è riuscito ad intercettare il bisogno di ordine dei paesi sudamericani, cavalcando le promesse di maggiore sicurezza e di “pugno duro” dei candidati conservatori, sul modello delle misure draconiane di Nayib Bukele in El Salvador. 

Il 7 marzo 2026, Trump ha lanciato “Shields of the Americas”, un’iniziativa multilaterale di lotta al crimine, all’immigrazione clandestina e al traffico di droga. L’obiettivo ufficioso è ovviamente quello di usare l’alleanza come mezzo con cui tenere i paesi sudamericani sotto l’egida a stelle e strisce.

Foto di rito del vertice di Doral, che inaugurò il progetto “Shields of the Americas”. Tra i tanti, riconosciamo il POTUS Trump, il presidente argentino Javier Milei e quello di El Salvador Nayib Bukele.

Ad oggi, secondo il governo americano, 18 sono gli stati ad aver aderito al progetto, tra cui l’Argentina, il Cile, il Perù e la Colombia. Mancano all’appello il Messico e proprio il Brasile.

Centrale è anche la storica questione delle ricche risorse minerarie del Sud America, tornate nel mirino degli industriali per il loro peso nel mercato dell’IA e dei semiconduttori. Parliamo di tecnologie che dipendono in larga parte proprio da queste risorse. 

Le politiche di dura deregolamentazione ed il piglio neoliberista delle ricette economiche dei candidati e dei politici di destra latino-americani appaiono quindi come una manna dal cielo per i profitti dei capitalisti tecnologici ed i loro “compari”.

La vittoria di Lula appare quindi come un ultimo baluardo di resistenza della politica del continente di fronte al dilagare di una marea conservatrice, che ha poco di latinos e molto di americano. Statunitense per la precisione. 

La fuga e cosa sarà del Brasile?

Tre giorni dopo il trionfo di Lula, il Brasile è stato scosso dalla clamorosa notizia della fuga di Flavio Bolsonaro negli Stati Uniti insieme alla sua famiglia. Questo è successo dopo che Bolsonaro jr aveva dichiarato di non riconoscere la sconfitta ed aveva annunciato ricorsi in tal senso. 

Il tutto, secondo le indiscrezioni, sarebbe avvenuto con il coordinamento dei collaboratori più stretti del presidente argentino Milei ed il benestare di Trump, il quale si è dichiarato propenso ad accogliere in Florida, ove si è rifugiato, il politico brasiliano. 

Che Bolsonaro cercasse di scappare dal paese era un’idea che serpeggiava già da tempo all’interno degli apparati di sicurezza brasiliani. 

Flavio Bolsonaro è infatti coinvolto in alcune inchieste di corruzione e riciclaggio di denaro, motivo per cui il suo passaporto era stato annullato e gli era stato richiesto di consegnare gli altri che possedeva, tra cui uno battente bandiera italiana. Ordine a cui non ha obbedito.

Le ultime notizie ci parlano di un Bolsonaro jr che, dai suoi account social, si è definito “il vero presidente eletto del Brasile”, affermando di essere stato costretto a fuggire poiché vittima di una presunta persecuzione politica. In una lettera ha inoltre esplicitamente ringraziato Milei e Trump, mentre gli USA si dichiarano favorevoli a concedergli un visto. 

Parallelamente, il suo partito, il Partito Liberale, ha riconosciuto la vittoria di Lula, distanziandosi dalla posizione del suo candidato.

Adesso la palla, in questo caos interno e geopolitico, passa ad un arzillo Lula, che si appresta a cominciare forse il più complesso dei suoi quattro mandati. I motivi sono molti. 

In primis, il rieletto presidente non dispone di una maggioranza parlamentare vicina alle sue posizioni, tutt’altro: parallelamente al primo turno delle elezioni presidenziali, si è tenuto il voto per il rinnovo del Parlamento brasiliano, che ha visto il Partito Liberale diventare prima forza dell’emiciclo. 

In secundis, il presidente sarà chiamato a tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Innanzitutto, una politica di sicurezza più dura, con ad esempio l’aumento dei poteri investigativi della Polizia federale contro le organizzazioni criminali che operano in più stati. 

In parte vi ha già tenuto fede, riuscendo a far approvare un testo di legge simile al Senato, pur venendo meno alla proposta di abbassare la maggiore età penale dai 18 ai 16 anni. 

Ma soprattutto contano le promesse economiche di aiuto alle fasce più bisognose del paese e il modo in cui Lula riuscirà a finanziarle senza appesantire un deficit pubblico già in affanno.

Infine, una famiglia Bolsonaro che, pur vedendo i suoi componenti in fuga (anche l’altro figlio di Jair, Eduardo, era scappato lo scorso anno negli USA), non rimarrà certo a guardare. Con l’appoggio del tycoon e del vicino “loco”.

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