Il bluff di Vučić: perché le dimissioni del Presidente serbo non hanno fermato i manifestanti

Michele Cacciapuoti

Dalla tragedia di Novi Sad al passo indietro del leader, come hanno fatto gli studenti a travolgere un partito che governava da oltre un decennio?

Com’è stato possibile che in 20 mesi, in Serbia, un settore della società come quello studentesco abbia portato alla caduta del governo prima e del Presidente poi, arrivando a vincere le elezioni?

Ma, soprattutto, perché c’era chi non si accontentava né si fidava delle dimissioni del Presidente Vučić?

Il 25 ottobre, la Lista degli Studenti ha vinto le elezioni parlamentari anticipate con circa il 51% dei voti, battendo la coalizione di governo guidata dall’SNS: ad annunciarlo, prima della Commissione Elettorale, è stato lo stesso Vučić.

A partire da novembre del 2024, un tragico incidente avvenuto nel Nord del Paese ha suscitato manifestazioni studentesche prima in sostegno delle vittime, poi in risposta alla repressione governativa e dunque di carattere sempre più nazionale, su temi come la corruzione, la libertà dei media e i fondi per l’istruzione – allargandosi ad altri segmenti del popolo serbo, come gli insegnanti, i sanitari e i giornalisti.

Finché le proteste non hanno raggiunto caratura internazionale, coinvolgendo la stessa Unione Europea – ma il tema era già presente in nuce all’inizio di tutta questa storia.

Il retroscena

Dopo le sanguinose guerre che negli anni ‘90 hanno visto la disgregazione della Jugoslavia, rimase formalmente in vigore una Repubblica Federale con questo nome, nei fatti ristretta a Montenegro e Serbia, con le sue regioni autonome di Vojvodina, a nord (a forte presenza ungherese) e Kosovo, a sud (a maggioranza albanese e impegnato in una guerra indipendentista).

Il Partito Socialista, con il fallimento e la caduta del suo leader Milošević (accentratore e nazionalista), negli anni Duemila fu costretto a cedere il passo a una coalizione di partiti d’opposizione, mentre crollavano anche altri eredi di Milošević: i Radicali di Nikolić (quelli fondati dal criminale di guerra cetnico Šešelj).

Nel frattempo, il Montenegro ottenne prima l’autonomia in una semplice unione confederale con la Serbia (2003) e poi l’indipendenza (2006), dichiarata anche dal Kosovo nel 2008: mentre i Socialisti tornavano a sinistra abbracciando l’europeismo, anche Nikolić cominciò a vedere di buon occhio l’UE.

Per questo Šešelj, dalle aule dell’Aia, lo espulse dal partito: a Nikolić non restò che fondare i Progressisti (SNS), partito populista, eclettico, economicamente liberista ed europeista. Nel farlo, si portò dietro Vučić, altro ex-radicale.

Nikolić e Vučić al congresso fondativo dell’SNS, 2008.

L’SNS arrivò al governo nel 2012, con i Socialisti, e non ci volle molto perché Vučić diventasse premier: il partito non ha più lasciato il potere fino a oggi, attraversando diverse elezioni anticipate e periodi di forte instabilità anche regionale, nei rapporti con il Kosovo e con i serbo-bosniaci della Republika Srpska.

Nel frattempo Nikolić era divenuto Presidente, un incarico che condivide il potere esecutivo con il premier (benché la Serbia, come l’Italia, sia una repubblica parlamentare), lasciando la guida del partito a Vučić; alle presidenziali del 2017 Nikolić fece un ulteriore passo indietro, lasciando che fosse Vučić a succedergli.

Nel frattempo, la postura internazionale dell’SNS è divenuta più ambigua: se sin dall’inizio dello scorso decennio si era avvicinato al centrodestra liberale europeista della CDU tedesca e dei Popolari europei (PPE), contemporaneamente stringeva accordi con Russia Unita, il partito di Putin (che del resto non era ancora unanimemente percepito come nemesi di quella parte d’Europa, e anche il Fidesz ungherese di Orbán era accolto nel PPE).

Nella seconda metà del decennio l’SNS di Vučić si avvicinò proprio a Fidesz, generando qualche accusa di ipocrisia contro il PPE che continuava a mantenere i rapporti col Presidente serbo; subito dopo Vučić si avvicinò al Partito Comunista Cinese, altra stella polare del sovranismo euroscettico orbaniano (a differenza di altri, come quello polacco).

E sono proprio questi legami al centro dello scandalo che ha fatto partire le proteste, anche se su una scala molto più locale.

La tragedia di Novi Sad

Foto Zorana Jevtić / Reuters.

Nel novembre del 2024 alla stazione di Novi Sad, capoluogo della Vojvodina autonoma, una tettoia è crollata, uccidendo 16 persone (alcune sul colpo, altre in seguito alle ferite) e comportando l’amputazione degli arti di altre 3.

Costruita negli anni ‘60, quella tettoia era stata ristrutturata nel 2021 da aziende statali cinesi (CRIC-CCCC) sotto la supervisione di un istituto statale serbo (CIP) con consulenti ungheresi, nell’ambito della cosiddetta Nuova Via della Seta, chiamata anche Belt and Road Initiative o, in cinese, Una cintura, una via.

Si tratta di un programma di investimenti cinesi nelle infrastrutture di diversi Paesi, lanciato nel 2013 da Xi con la prospettiva di un miglioramento della globalizzazione e di un aiuto ai Paesi in via di sviluppo, ma contestato dal punto di vista ambientale, economico e politico.

Nell’UE hanno aderito, fra le altre, Ungheria, Bulgaria, Croazia e Italia (durante il governo gialloverde, fino all’uscita annunciata da Meloni); nei Balcani, la Cina ha investito anche in Albania e Montenegro, finito per questo in enorme debito con Xi Jinping.

Non è detto che sia stata la ristrutturazione a determinare il crollo: potrebbe essere dovuto alla corrosione di alcuni componenti della tettoia, che però nella ristrutturazione ha ricevuto ulteriore peso da una nuova struttura in acciaio sopra a quella in cemento armato; in ogni caso, i ristrutturatori hanno negato di aver compiuto lavori sulla tettoia.

L’evoluzione delle proteste

Inizialmente il governo serbo ha reagito alla tragedia, dichiarando il lutto pubblico e avviando indagini (comunque conclusesi in un nulla di fatto e oggi sotto ricorso), mentre si dimetteva il ministro Momirović.

La situazione è degenerata pochi giorni dopo, quando una manifestazione silenziosa per le vittime di Novi Sad tenutasi all’Università delle Arti di Belgrado è stata interrotta dall’aggressione di alcuni militanti forse dell’SNS, portando all’occupazione della facoltà. Viene difficile non ricordare un altro ateneo artistico, l’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, da dove partì nel 1986 la dissoluzione della Jugoslavia.

Nei mesi successivi le manifestazioni si sono moltiplicate, spesso all’orario della tragedia e con lo slogan Zastani (“Stai fermo”), anche nella notte di fine anno (come fu nel 1996 contro Milošević) e con la partecipazione dei professori, trasformandosi in veri e propri scioperi. Fra le istituzioni bersaglio delle accuse, la Corte Costituzionale, l’agenzia d’intelligence BIA e il Municipio di Novi Sad.

Nel frattempo le richieste dei manifestanti raggiungevano una più vasta scala: non più solo luce e giustizia sulla tragedia della tettoia, ma la denuncia un più ampio quadro di corruzione nel Paese, nonché l’aumento dei fondi all’istruzione. Nonostante qualche promessa iniziale di Vučić, il governo ha annunciato la repressione delle proteste, accusate di essere “rivoluzioni colorate” come quelle post-sovietiche, ipoteticamente organizzate dalla Croazia.

I manifestanti hanno iniziato a subire diverse aggressioni, fra cui auto lanciate sulla folla, ma soprattutto l’attacco da parte di manifestanti dell’SNS a gennaio del 2025: ammettendo la provenienza partitica degli aggressori, il premier Vučević ha annunciato subito le dimissioni.

Milos Vučević nel 2022.

Mentre agli studenti si univano giornalisti, minatori, sanitari e persino sindacati della polizia (con un manifesto noto come Editto degli Studenti, in riferimento a quello dell’imperatore di origine serba Costantino) e cresceva il dissenso nell’SNS dopo l’arresto di un dirigente pubblico, il governo ha effettivamente aumentato i fondi all’istruzione; intanto, il partito di governo cominciava a organizzare contro-manifestazioni con i veterani di Milošević, chiamate Studenti 2.0.

Intanto, l’ex-ministro Vesić e il sindaco di Belgrado venivano accusati di essere fuggiti a Trieste. Le pressioni e le minacce governative denunciate dai media sono cresciute e, nella primavera del 2025, una manifestazione a Belgrado è stata dispersa forse con l’ausilio di armi soniche; le proteste si sono allargate a un progetto di ristrutturazione finanziato da Kushner, il genero di Trump, in qualche modo anticipando quelle albanesi.

Gli studenti hanno ricevuto supporto anche in Montenegro e Macedonia del Nord, anche dopo il coinvolgimento di Vučić nella risposta a un incendio in un nightclub macedone.

I manifestanti hanno anche organizzato una pedalata, il Tour a Strasburgo, non tanto in quanto sede dell’Europarlamento, ma piuttosto del Consiglio Europeo (slegato dall’UE), con la sua Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Qualche settimana dopo, una ventina di studenti ha svolto una maratona di 18 giorni fino a Bruxelles, altra sede dell’Europarlamento, che ha ufficialmente condannato la repressione governativa solo lo scorso autunno, mentre si raggelavano anche i rapporti con i Popolari.

Le dimissioni di Vučić

Gli studenti hanno iniziato a invocare elezioni parlamentari anticipate già dalla primavera del 2025 (la legislatura scadrebbe a fine 2027), ma è solo lo scorso 27 giugno che il Presidente ha annunciato le proprie dimissioni.

Vučić due giorni dopo le dimissioni.

Il giorno scelto non è peraltro casuale: è la vigilia degli anniversari dell’attentato di Sarajevo (1914), della prima Costituzione jugoslava (1921), dell’espulsione jugoslava dal Cominform (1948) e, secondo alcune interpretazioni, della Battaglia di Piana dei Merli in Kosovo (1389).

Come mai allora la sua scelta non sembrava aver soddisfatto i manifestanti?

In primo luogo, le dimissioni di Vučić erano molto vaghe in quanto a tempistiche, che sono state chiarite solo più tardi; inoltre, sembravano implicare certamente delle elezioni presidenziali, ma non parlamentari, a meno della dissoluzione della camera (poi avvenuta). Inoltre Vučić ha già esaurito i mandati da Presidente e infatti si era ricandidato nuovamente a premier.

Più in generale, un cambio del volto al potere non avrebbe significato necessariamente il rinnovo dell’intera classe dirigente, né un allontanamento dell’SNS: quando il premier Vučević si è dimesso in seguito al pestaggio di gennaio del 2025, è comunque rimasto in carica per altri quattro mesi prima di essere sostituito da Macut, un medico leale a Vučić; del resto, già nel 2023, in un momento di dissidi interni al partito, Vučić ne aveva formalmente lasciato la leadership a Vučević, senza che vi siano dubbi sul suo potere ancora oggi nell’SNS.

Nel farlo aveva lanciato un proprio movimento sovra-partitico, il PZND, che avrebbe dovuto raccogliere realtà da tutto l’arco che va dai Socialisti agli Zavetnici di estrema destra, passando per i Verdi. Era dal 2022 che Vučić prospettava questo movimento, ma oggi sembra ancora un guscio vuoto, sinonimo dell’SNS – tanto che fra i cofondatori ci sono i due premier Vučević e Macut, e il Presidente l’ha rilanciato proprio in contrasto alle proteste studentesche.

Ora gli Studenti hanno vinto, ma resta da capire come esprimeranno un governo, data anche la loro organizzazione estremamente orizzontale e assembleare.

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