Non so voi, ma io da un film su Spider-Man non pretendo la fisica quantistica. Mi aspetto, piuttosto, di emozionarmi, di vedere un eroe imperfetto che prova a fare la cosa giusta e di non uscire dalla sala con la sensazione che la sceneggiatura sia stata scritta durante una pausa caffè troppo corta.
Eppure, eccoci qui. Parlare del quarto capitolo della saga con Tom Holland significa fare i conti con un’amara verità: la magia, per questo quarto capitolo, si è rotta. Ma prima di capire come siamo finiti a storcere il naso davanti a un’opera che doveva essere il fiore all’occhiello della Marvel, vale la pena fare un piccolo passo indietro e ricordarci da dove eravamo partiti.
RIPASSIAMO UN PO’…
Il debutto di Tom Holland nei panni di Peter Parker, in Spider-Man: Homecoming (2017), aveva portato con sé un’ondata di entusiasmo e freschezza raramente vista nel panorama dei cinecomic. Il film ha introdotto con successo un eroe giovanissimo e insicuro, diviso tra la vita scolastica ed il desiderio di dimostrare il proprio valore a Tony Stark, affrontando le minacce di quartiere legate all’Avvoltoio e al suo traffico d’armi aliene.
Con il secondo capitolo, Spider-Man: Far From Home (2019) – arrivato nelle sale in un momento emotivamente carico, a poca distanza dalla scomparsa del papà della Marvel Stan Lee nel novembre 2018 -, la narrazione ha provato a fare un salto di maturità. Il film ha portato Peter fuori dal guscio rassicurante di New York per una gita scolastica in Europa, mettendolo di fronte al lutto per la morte di Iron Man e all’inganno dei finti attacchi elementali orchestrati da Mysterio.
Il punto di massima espansione emotiva e commerciale si è toccato poi con Spider-Man: No Way Home (2021), un evento cinematografico in cui l’identità svelata di Peter spinge il Dottor Strange a un incantesimo che squarcia il multiverso. Il ritorno degli storici Spider-Man del passato, Tobey Maguire e Andrew Garfield, ha regalato ai fan un’esperienza potente, culminata con il tragico sacrificio finale di Peter: farsi dimenticare da tutti per salvare la realtà, rimanendo completamente solo.
E ora arriviamo al quarto capitolo: Spider-Man: Brand New Day. Bisogna partire con una doverosa premessa: i cinecomic, volente o nolente, devono essere adatti anche ai bambini. Quindi via le parolacce e gli atteggiamenti da duro. Ma non si fa così!

IL NO SENSE DELLA TRAMA
La trama vede Spider-Man non riuscire a far pace col fatto che gli amici e la sua MJ non si ricordino di lui, e questa cosa lo tocca nel profondo facendolo diventare un workaholic. Il suo stato d’animo viene intercettato anche dalla villain di questo capitolo: Jean Grey, una mentalista con poteri psionici e di possessione che manipola le persone con lo scopo di arrivare al Damage Control e capire cosa sia successo alla sorella Sara. Questo è tutto.
E tutto ciò è stato raccontato in ben 2 ore e 30 minuti di film.
Per quanto io sia affezionata a Spider-Man, non riesco a non essere delusa. Delusa perché i dialoghi non erano veri, i personaggi li ho visti più patetici e anche le emozioni che li muovevano sembravano dei gran cliché. La scena in cui MJ bacia Peter (tenetela a mente per dopo) che poi si rivela essere la mentalista nel suo corpo posseduto… boh. Anche perché, se davvero la Grey poteva muoversi con salti di dieci metri e passare da un corpo all’altro, dov’era un secondo prima? Per questo dico: sembrano scene adatte a bambini che non hanno in mente le banali regole di causa- effetto.

Mi sono chiesta anche come fosse scesa dall’elicottero qualche minuto prima, e perché il suo target era Zendaya.
Se l’obiettivo era arrivare al direttore Bill Metzger, cosa c’entrava Spider-Man??? Ed è qui che tutta la sceneggiatura si rivela essere, a posteriori, ridicola e pesante. Per non parlare del turning point dove alla fine si scopre che la Grey era la vera vittima di tutta la storia (bell’idea, per carità), ma ha reso il film davvero tedioso a livello di trama, per non parlare del discorso finale fatto all’interno della coscienza di Peter con la zia May che parla con lei. Davvero stucchevole. Adatto a bambini, appunto.
E gli amici di Peter? Non voglio mentirvi, ho letteralmente mandato a quel paese lo schermo quando ho visto il finale del film. Due ore e mezza di visione, di ritorni mancati, di angoscia accumulata e per risolvere le cose bastava semplicemente… ripetere quel saluto? Davvero? Un trucchetto da quattro soldi per sistemare un nodo drammatico che doveva essere il cuore emotivo di tutta la saga.
Se torniamo alla scena della festa: Peter ci va senza un minimo di senso, si infila dritto nella stanza di Ned che nemmeno si chiede perché un perfetto estraneo si trovi lì dentro, in camera sua, con dei fiori in mano. Zero senso, che uccide qualsiasi realismo. E qualche scena dopo, MJ? “Hai una miss-Spider-Man?” Così, sparata a caso. Quel dialogo che nelle intenzioni degli sceneggiatori doveva farci rosicare e soffrire per il fatto che lei non si ricordi di lui mi ha solo fatto salire il nervoso: sembrava un’interazione forzatissima, scritta a tavolino e per niente naturale.
Ecco, hanno forzato TROPPO su ogni singola leva emotiva, finendo per rendere tutto ridicolo e patetico.
A questo si aggiunge la solita mania di inserire citazioni e strizzate d’occhio da fan service buttate lì senza troppa convinzione: dalle solite citazioni pop alla saga de Il Signore degli Anelli, fino alla ridicola rievocazione della scena iconica del bacio al contrario con metà maschera sollevata (quella storicamente stampata nella memoria di tutti dal primo film di Sam Raimi del 2002 con Tobey Maguire e Kirsten Dunst). Solo che se lì faceva la storia del cinema, qui sembra solo un’operazione nostalgica priva di qualsiasi magia.

E ANCHE IL POST CREDIT…
E arriviamo alla scena post-credit. Ora, qui a parlare è una persona estremamente paziente, una di quelle che riesce a sopportare senza battere ciglio persino i ritardi di trenta minuti dei propri amici. Ma doversi sorbire dieci minuti infiniti di crediti sulla poltrona, per poi assistere a 10 secondi sullo spidy-tracker… ma boh??? Un finale che lascia solo una gran sensazione di grande presa in giro.
QUALCHE (MA PICCOLA) NOTA POSITIVA
Ma per onestà intellettuale, passiamo alle cose positive: le scene d’azione sono davvero notevoli. I combattimenti e la fotografia mi sono piaciuti, con una pulizia visiva che ti permetteva finalmente di capire cosa stesse succedendo sullo schermo momento per momento. Se c’è una cosa che ho sempre sopportato poco nei cinecomic moderni sono proprio quelle scazzottate caotiche e confuse in CGI dove non si capisce un tubo; qui invece l’impatto e la regia sono spettacolari.
Ma tirando ora le somme: tutto sommato il film va bene così com’è. Non si può pretendere sempre il massimo (anche con milioni di budget, a quanto pare).
Il prossimo capitolo andrò a vederlo al cinema? Assolutamente sì. Perché si parla pur sempre dell’Uomo Ragno! Perché Spider-Man lo si guarda lo stesso, a prescindere da tutto!
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