Backrooms è l’horror più originale dell’anno? La nostra recensione

Camilla Fois

Torniamo nella nostra rubrica delle recensioni cinematografiche per parlare di un altro fenomeno degli ultimi mesi: Backrooms.

Backrooms è un film horror del 2026 diretto da Kane Parsons, classe 2005, basato sull’omonima creepypasta nata nel 2019 su 4chan. Lo stesso Parsons aveva già creato una web serie su YouTube dedicata alle Backrooms, ampliandone la lore e realizzando le scenografie animandole con Blender, un software open source.

Grazie ad A24 ha avuto l’opportunità di dirigere questo film, che è diventato il maggior incasso nella storia della casa di produzione: oltre 340 milioni di dollari al botteghino a fronte di un budget di circa 10 milioni.

Che cosa sono le backrooms?

Prima di parlare del film secondo me è necessario fare un piccolo passo indietro e spiegare che cosa sono le backrooms così che anche chi non ne ha mai sentito parlare possa averne un’infarinatura.

Le Backrooms nascono nel 2019 su internet, più precisamente sul forum 4chan. Tutto inizia con una fotografia pubblicata da un utente: un insieme di stanze vuote, illuminate da luci al neon ronzanti, con pareti giallastre e una moquette dall’aspetto consumato. 

Sotto quella foto compare un breve testo che diventerà uno dei racconti horror più famosi della cultura online contemporanea. A volte, a causa di un errore della realtà, più precisamente un glitch, è possibile uscire accidentalmente dal nostro mondo e finire nelle Backrooms, uno spazio infinito nascosto dietro le quinte dell’esistenza.

Una volta entrati non ci sono finestre, vie di uscita o punti di riferimento. Davanti a voi si estende un labirinto interminabile di corridoi e stanze quasi identiche tra loro, l’aria è stagnante e ogni ambiente sembra familiare e alieno allo stesso tempo. È come trovarsi in un luogo che si ha la sensazione di aver già visto, senza però riuscire a ricordare dove. L’orrore e la paura nascono da una sensazione psicologica molto precisa: la perdita dell’orientamento.

Con il passare del tempo la comunità online ha iniziato ad ampliare questa idea, diventando una gigantesca mitologia collettiva. Sono comparsi diversi livelli delle backrooms, creature misteriose e intere teorie sul funzionamento di questo universo. Oggi esistono centinaia di livelli diversi, ciascuno con caratteristiche proprie: alcuni sembrano centri commerciali abbandonati, altri complessi industriali, hotel deserti, scuole vuote o addirittura intere città apparentemente prive di esseri umani.

Probabilmente il motivo per cui hanno colpito così tanto la Generazione Z è che incarnano una paura contemporanea, quella di trovarsi improvvisamente soli in un mondo artificiale e senza punti di riferimento.

Di che cosa parla il film

Il vero protagonista del film non è Clark, ma le Backrooms stesse. I personaggi umani si contano sulle dita di una mano e quelli davvero centrali sono soltanto due: Clark e la sua psicologa Mary.

Clark è un uomo solo e pieno di rimpianti. Ha da poco divorziato, non ha amici né una famiglia su cui contare e trascorre le giornate gestendo un fallimentare negozio di mobili , nonostante abbia sempre sognato di diventare architetto. Ogni settimana riversa le proprie frustrazioni nelle sedute con Mary, mentre cerca di convivere con l’alcolismo e con un problema che non riesce a spiegarsi: bollette dell’elettricità astronomiche.

Una sera qualunque, nel negozio che ormai è diventato anche la sua casa, Clark sente ancora una volta il ronzio incessante delle luci al neon. È un rumore fastidioso, quasi ipnotico, che sembra provenire dalle fondamenta stesse dell’edificio. Deciso a scoprirne l’origine, scende nel seminterrato.

È lì che accade qualcosa di impossibile. Come nella creepypasta originale, Clark attraversa un muro e si ritrova improvvisamente nelle Backrooms.

Se vi aspettate un horror capace di farvi saltare dalla sedia, avete probabilmente scelto il film sbagliato. In Backrooms non troviamo neppure uno jumpscare. L’inquietudine nasce dalle backrooms stesse,  un labirinto infinito di stanze che sembrano estendersi in ogni direzione all’infinito: verso l’alto, verso il basso e lateralmente. Più Clark si addentra in questo mondo, più gli spazi diventano assurdi e disturbanti. Una porta può comparire sul soffitto, una finestra sul pavimento, mentre mucchi di oggetti deformi, da vecchi mobili a cavi elettrici o vestiti sporchi e maleodoranti, si accumulano in ogni dove.

Come nella fiaba di Hansel e Gretel o nel labirinto di Dedalo, la domanda che attanaglia lo spettatore durante le scene all’interno delle backrooms è una sola: Clark riuscirà a trovare la strada di casa oppure rimarrà intrappolato nelle Backrooms per sempre?

Da questo punto in avanti fermatevi se non avete visto il film: iniziano gli spoiler!

Analizziamo insieme

La trama di questo film è piuttosto scarna e gira quasi interamente attorno a Clark. È un uomo che da giovane aveva grandi speranze di diventare una persona di successo e invece si ritrova a gestire un negozio di mobili che non ama, incapace di accettare la propria condizione.

Per questo motivo non ho potuto fare a meno di vedere in lui qualcosa che ricorda molti Millennial. Una generazione cresciuta con il mantra “se studi e ti impegni diventerai qualcuno”, per poi ritrovarsi a quarant’anni con un pugno di mosche in mano e un potere d’acquisto spesso inferiore a quello dei propri genitori, che per tutta la vita hanno lavorato in fabbrica come operai.

Non so se Kane Parsons e lo sceneggiatore Will Soodik avessero davvero intenzione di inserire una critica sociale di questo tipo, soprattutto considerando che il film è ambientato negli anni Novanta e la  giovanissima età dei creatori. Tuttavia è stata una delle prime letture che mi è venuta in mente osservando il personaggio di Clark e il modo in cui affronta il proprio fallimento.

Anche la figura della psicologa Mary è piuttosto ambigua. Cerca in tutti i modi di aiutare Clark, ma lui rifiuta costantemente qualsiasi tentativo di sostegno, rimanendo intrappolato nel proprio dolore e nella convinzione che tutti i suoi problemi siano colpa degli altri.

A metà film vediamo anche un interessante flashback dedicato proprio a lei. Da bambina viveva chiusa in una casa dalla quale la madre, affetta da problemi psichiatrici, le impediva di uscire. La scena non viene spiegata apertamente e sul momento sembra quasi fuori posto. Solo più avanti scopriamo che nelle Backrooms compare una riproduzione quasi identica di quella stanza, suggerendo un legame inquietante tra il luogo e la famiglia della psicologa.

Dopo la sua prima incursione nelle Backrooms, Clark prova a raccontare alla psicologa ciò che ha visto attraversando il muro del negozio. Il problema è che spiegare che cosa siano le Backrooms a qualcuno che non le ha mai viste è praticamente impossibile. Lui stesso le descrive con una frase che mi è rimasta impressa: «È come chiedere a una persona che non ha mai visto un cane di disegnare un cane».

Proprio per dimostrare che non sta impazzendo, Clark decide di tornare nelle Backrooms insieme a due suoi dipendenti armati di videocamera. Il suo obiettivo è documentare tutto e mostrare le prove alla psicologa.

Da qui parte una delle sequenze che ho apprezzato di più dell’intero film. Le riprese vengono mostrate attraverso la tecnica del found footage, quindi vediamo direttamente il materiale registrato in modo amatoriale dai personaggi. L’ho trovata una scelta estremamente efficace, quasi sperimentale, che aumenta ancora di più il senso di smarrimento e rende l’esplorazione delle Backrooms incredibilmente immersiva, ricordando i primi prodotti pubblicati da Parsons su YT, realizzati proprio con questa tecnica.

Naturalmente, trattandosi a tutti gli effetti di un horror, le cose non possono andare bene per tutti. I due dipendenti finiscono infatti uccisi in uno dei livelli più profondi delle Backrooms da una misteriosa creatura che, scelta molto intelligente da parte del film, non viene mai mostrata chiaramente allo spettatore.

Il tavolo da pranzo

Dopo l’assassinio dei suoi collaboratori, Clark decide di non uscire più dalle Backrooms. Si stabilisce definitivamente in quei corridoi infiniti e soffocanti, trasformandoli nella sua nuova casa. Nessuno si preoccupa della sua scomparsa. D’altronde Clark è un quarantenne burbero, alcolista, appena divorziato, senza amici e senza una rete affettiva che gira intorno a lui. Ha lasciato la casa all’ex moglie e continua a pagarle il mantenimento. Nel mondo reale non ha più nulla che lo trattenga, ed è per questo che sceglie di rifugiarsi nelle Backrooms: un luogo che, per quanto inquietante, percepisce come più accogliente della vita là fuori che lo aspetta.

L’unica persona che prova a capire che fine abbia fatto è Mary, la sua psicologa, dopo aver saltato la seduta che non salta mai. Sì, la scelta infrange completamente il setting terapeutico, ma per un momento possiamo sospendere l’incredulità. Mary si reca nel negozio di Clark e lo trova completamente deserto. All’ingresso si accumulano decine di lettere mai ritirate, questo suggerisce come siano passati ormai diversi giorni dalla sua sparizione.

Anche il negozio sembra anticipare le Backrooms. Il negozio di Clark è spoglio, freddo, impersonale, privo di qualsiasi elemento che possa invitare un cliente a entrare o acquistare qualcosa. È uno spazio che comunica abbandono e disperazione.

Seguendo le sue tracce fino al seminterrato, anche Mary finisce per oltrepassare la soglia ed entrare nelle Backrooms. Le esplora con crescente inquietudine, finché non ritrova Clark.

Dopo essere fuggita da alcune creature prive di volto, Mary si risveglia legata a un tavolo. Davanti a lei c’è Clark, circondato da figure che ricordano delle persone reali ma che risultano profondamente disturbanti. Sembrano imitazioni imperfette dell’essere umano con espressioni innaturali e corpi che ricordano quasi dei pupazzi modellati con la plastilina.

Clark racconta di aver finalmente “sbloccato la realtà”. Dice di essere felice di vivere lì, di non avere alcuna intenzione di tornare indietro e che, fuori dalle Backrooms, per lui non esiste più nulla. Quel labirinto è diventato tutto ciò che ha sempre desiderato. È anche il momento in cui prova a dare una spiegazione a quel luogo:  le Backrooms sono uno spazio che ricostruisce i ricordi delle persone in modo casuale e distorto, generando stanze, ambienti e individui ispirati alla memoria di chi le attraversa, ma sempre deformati, incompleti e inquietanti.

Clark mentre affronta questi discorsi sta delirando. E Mary, dopo tante sedute inconcludenti nel suo studio, gli dice finalmente quello che anche lo spettatore ha sempre voluto urlare al protagonista. Il problema di Clark non sono gli altri, ma Clark stesso. Per tutta la vita ha attribuito ogni fallimento a qualcuno o a qualcosa: sono i clienti a non capire il suo negozio, è stata l’ex moglie a impedirgli di diventare architetto, è sempre il mondo a essere contro di lui. Non si assume mai la responsabilità delle proprie scelte e preferisce costruirsi una realtà in cui ogni colpa appartiene a qualcun altro.

Questa fuga dalla responsabilità finisce per materializzarsi davanti ai suoi occhi. Compare una creatura che è una versione grottesca di lui stesso, vestita da pirata con lo stesso costume utilizzato precedentemente in uno spot pubblicitario del negozio. Sarà proprio questa versione distorta della sua identità a divorarlo. Nelle Backrooms non sono i mostri a ucciderti. Sei tu a essere divorato da ciò che continui a rifiutare di affrontare.

La fuga

Il comportamento di Mary è diametralmente opposto a quello di Clark. Se lui ormai considera le Backrooms casa sua e non ha alcuna intenzione di uscirne, la psicologa non le trova per niente accoglienti e vuole scappare a tutti i costi.

L’ultimo atto del film è infatti una lunga fuga che vede protagonisti Mary e la versione pirata e deformata di Clark. Sullo schermo compaiono stanze di ogni tipo: corridoi circolari, quartieri di villette a schiera e ambienti che sembrano normali, ma che diventano subito inquietanti per un dettaglio. Non esiste un cielo. Al suo posto c’è sempre un soffitto, come se tutto fosse rinchiuso dentro un edificio infinito.

L’ultima scena della fuga si svolge in una replica del negozio di Clark, dove Mary viene salvata dagli agenti dell’ASYNC, vestiti con tute che ricordano quelle degli astronauti.

L’ASYNC è un’azienda che in passato produceva macchinari per la risonanza magnetica. Dopo aver scoperto l’esistenza delle Backrooms, però, ha deciso di studiare questo fenomeno per capire che cosa siano realmente. Mary chiede se finalmente potrà uscire da quel luogo e tornare alla normalità, ma non ottiene alcuna risposta.

Il film si conclude con un finale aperto. Vediamo ancora una volta una lunga carrellata delle stanze vuote e giallastre delle Backrooms. Poi una sedia. Seduta su quella sedia c’è una versione malformata di Mary. È rimasta intrappolata lì per sempre? Oppure quella è solo una copia e la vera Mary è riuscita a scappare? Per scoprirlo dovremo probabilmente aspettare Backrooms 2, perché il film sembra chiaramente voler dare il via a una saga.

È un film da guardare?

Secondo me sì, soprattutto se vi piace il cinema horror e i film che cercano di fare qualcosa di diverso dal solito. Backrooms è un film unico nel suo genere e anche molto moderno. Dietro ai mostri e ai corridoi infiniti racconta un tema molto attuale: la solitudine.

L’elemento predominante del film è il vuoto. Il nulla. Lo sconosciuto. Le Backrooms diventano quasi una rappresentazione delle paure della nostra generazione: la paura di restare soli, di vivere in una società sempre più individualista e di non avere una vera rete di supporto come, forse, esisteva di più in passato.

È un horror particolare. Non è il classico film che ti fa saltare dalla sedia ogni cinque minuti e, personalmente, l’ho trovato inferiore a Obsession. Però bisogna anche considerare che questa è la prima opera del regista, realizzata quando aveva appena 18 anni. Quanti di noi, a quell’età, sarebbero stati capaci di dirigere un film che ha incassato oltre 300 milioni di dollari?

Backrooms mi è sembrato un’introduzione a un universo molto più grande. È un mondo che si presta a essere esplorato ancora più a fondo e che ha ancora tantissimo da raccontare. Per certi aspetti mi ha ricordato la trilogia di Cube.

Il successo del film dice anche un’altra cosa: i ragazzi hanno ancora voglia di andare al cinema, soprattutto se vengono proposte idee originali e fresche. In un periodo in cui molti blockbuster, soprattutto quelli del mondo Marvel e supereroistico, sembrano aver perso parte del loro fascino, Backrooms dimostra che una storia nata dal web può ancora incuriosire milioni di persone.

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