L’Odissea: quella volta in cui Nolan giocò a fare Omero

Eugenio Grindatto

Recensione de L’Odissea di Nolan, partendo dal presupposto che si tratta di un’interpretazione del mito e non una fedele trasposizione.

Quando si parla di un film sull’Odissea si deve sempre tenere a mente un dettaglio fondamentale. È un’opera di circa 2700 anni fa. Sebbene le ovvie modifiche hollywoodiane alla trama, possano creare agitazione tra una vastissima gamma di appassionati, bisogna ricordare sempre che è una delle storie più narrate per antonomasia e questo fa sì che le sue versioni, più crude o edulcorate, a colori o in bianco e nero, visibili da un cinema Imax o dal display di un vecchio cordless, abbiano tutte subito dei rimaneggiamenti, siano essi più o meno grossolani. Perfino a scuola alcune parti vengono eliminate dagli insegnanti, perché talvolta considerate troppo violente ed impressionanti. Addirittura, la versione che noi consideriamo l’originale di Omero (per il quale ad oggi esistono dubbi sulla sua stessa reale esistenza e sulla sua paternità unica di Iliade e Odissea) forse venne rimaneggiata e trasposta anche da chi gli succedette direttamente nell’antica Grecia. È molto difficile quindi trovare un’oggettività nel narrare il racconto delle fatiche di Odisseo e dei prodi Achei verso Itaca. Tuttalpiù possiamo dare un nostro personale parere, su come SECONDO NOI, il film di Christopher Nolan sia stato coerente con i fatti narrati, ad oggi celeberrimi dai tempi delle elementari, cercando poi di stabilire, da dietro lo schermo dei nostri telefoni, se il nuovo volto in altissima definizione di Matt Damon nei panni del Re di Itaca, riesca a fare giustizia alla versione della storia a cui siamo stati più abituati. Cercheremo quindi di esaminare il film, per quanto da un punto di vista puramente soggettivo, partendo dai dettagli più di forma e più memabili, fino a commentare la messa in scena dei fatti più salienti della trama.

AGAMENNONE CAPO DEI MARANZA

Per descrivere la chiacchieratissima armatura di Agamennone, sarebbe meglio iniziare facendo un piccolo sforzo di fantasia. Proviamo ad immaginare un film ambientato nel ‘900. Facciamo finta per un istante di avere di fronte agli occhi una scena immaginaria del film “Il Ponte delle Spie”, con Tom Hanks nei panni dell’avvocato newyorkese James B. Donovan. Sta guidando la sua macchina per la città, una New York di fine anni ’50, nel periodo peggiore della Guerra Fredda, pochi anni prima dell’apice sfiorato dalla crisi dei missili di Cuba. In questo momento l’inquadratura è molto stretta su di lui e, man mano che scorre il tempo, si allarga prendendo dettagli sempre più evidenti della sua automobile. A questo punto ci accorgiamo di un fatto piuttosto disturbante, ovvero che non è a bordo di una tipica auto americana dell’epoca, come potrebbe essere una lussuosa Cadillac Coupé de Ville, color crema e con le manopole del quadro comandi in bachelite bianca, ma sta guidando una Byd elettrica fabbricata in Cina e con il computer di bordo collegato ad Apple Car Play. Il tutto nella cornice cupa e mesta dell’America post maccartista. L’armatura indossata da Agamennone provoca lo stesso identico impatto visivo. Non si tratta di un costume esteticamente brutto da vedere, così come la Byd di Donovan sarebbe una macchina di tutto rispetto per un avvocato di grido come lui, ma è del tutto fuori contesto. Un condottiero acheo, come il Re di Micene in persona, dopo aver combattuto una guerra fra le più tragiche e strazianti dell’epica classica come l’assedio di Troia, non può indossare un’armatura che sembra disegnata da Mercedes Benz, per essere regalata a Dua Lipa prima di un concerto. Dovrebbe essere piena di graffi e ammaccature, ossidata dalla continua brezza marina, con schizzi di sangue raffermo circondati dalle mosche e segni del pus che cola dalle piaghe dovute allo sfregamento tra la pelle ed il metallo. Invece, sembra che sia appena stata verniciata a polveri in un’officina non troppo lontana dal Circuito del Mugello. È un accessorio che dovrebbe incutere terrore e mostrare il peso della guerra, attraverso il suo rigido metallo, incline a diventare rovente sotto al sole ellenico, trasformandola quindi in un grosso forno per stufare la carne umana. Invece, è un capo d’abbigliamento estremamente “trap”, che potrebbe trovarsi bene in un videoclip, tra una Lamborghini e una pila di banconote, per poi diventare il sogno di qualche gruppo di quattordicenni in giro alle due di notte in periferia, con sottobraccio una cassa bluetooth. Non esattamente l’obiettivo che Nolan si era prefissato.

ELENA E NYONG’O, TRA ICONICITA’ E RUMORE SOCIAL

Per quanto suoni sessista, il vero motivo per cui Elena è ricordata come il casus belli dell’assedio di Troia è proprio la sua bellezza fisica. Per questo motivo tutte le attrici, che dai tempi delle tragedie greche fino all’8K, hanno indossato i panni della moglie di Menelao, sono state scelte perché avevano delle fattezze che non potevano essere semplicemente racchiuse nei nostri canoni di bellezza. Dovevano invece possedere un aspetto incredibile, riconoscibile fra milioni di persone somiglianti ed altrettanto sensuali, in un mix perfetto di pura femminilità e regalità aristocratica, il tutto condito da un tocco personale e dettagli, unici al punto da far tremare la terra al passaggio prima di cavalli e catapulte, poi di carri armati e batterie di missili a medio raggio. Lupita Nyong’o, per quanto considerata da una fetta del pubblico inadatta al ruolo, dato il colore della sua pelle, è calata nella parte alla perfezione proprio per questo esatto dettaglio. Certo, Omero non avrebbe mai potuto pensare che i panni della femme fatale ellenica per definizione, sarebbero stati indossati un giorno, da una donna nata a Città del Messico, ma sarebbe stato il primo a desiderarla in questo ruolo, se un diverso colore della cute potesse conferire proprio quell’elemento a sorpresa, che avrebbe reso la sua Elena così indimenticabile. In fondo, è proprio grazie a questo dettaglio che masse di persone si sono schierate, da una parte o dall’altra, per fare rumore sui social. Proprio per la pelle nera di Lupita Nyong’o. Un dettaglio che, anche senza essere voluto da una fascia più conservatrice (e per questo rumorosa) del popolo di Internet, non è potuta passare inosservata. Proprio come non sarebbe mai passata inosservata l’autentica moglie di Menelao. Una Elena nera è difficile da dimenticare essendo unica rispetto a tutte le altre sue rappresentazioni. È una voce fuori dal coro ed è proprio questo che potrebbe renderla, oltre che bella al punto da assediare Troia, anche resistente allo scorrere degli anni e delle mode. Dopotutto, Omero non avrà certamente previsto una Elena di etnia messicano-americana (seppur per un minutaggio ridicolo, date le poche scene in cui compare), ma non avrebbe nemmeno potuto concepire un Ulisse con le stesse fattezze di Jason Bourne (l’agente CIA, molto belloccio e yankee interpretato da Matt Damon nei primi anni 2000), seppure dopo i cinquanta e con la barba da vecchio saggio. 

IMAX: L’ALTISSIMA RISOLUZIONE PER VEDERE MEGLIO GLI STRAFALCIONI

L’altro grande meme che ci ha accompagnati fino all’ingresso del cinema, momento in cui ci è stato chiesto di attivare la modalità aerea, è proprio la volontà granitica del regista di riprendere tutto il film in Imax. Un formato ottenibile solo con l’uso di pesantissime cineprese analogiche, trasportate in giro per locations mozzafiato, molto spesso difficili da raggiungere senza un corretto allenamento, attraverso la forza e la pazienza di operatori e tecnici di cui, ancora oggi, è possibile sentire l’eco delle fragorose bestemmie, tendendo l’orecchio verso l’orizzonte. Un sistema di ripresa che ha richiesto un budget altissimo per l’acquisto della rarissima pellicola (montata a mano in modo artigianale nell’epoca della propaganda di guerra fatta con l’AI generativa), compatibile solamente con poco più di 1800 cinema al mondo (da suddividere per 8 miliardi di umani), nei quali è possibile vedere il film a schermo intero e senza che l’inquadratura risulti ritagliata (in gergo “croppata”) ai bordi. Un’esperienza visiva che, sulla carta, dovrebbe essere considerata come l’ennesimo schiaffo sul grugno di chiunque stia fuori dall élite, questa volta non tanto in termini economici, quanto in termini geografici, dato che le sale compatibili con il formato sono presenti in meno di 90 paesi nel mondo (in Italia ne abbiamo 8). Tuttavia, il danno a chi non ha un cinema Imax sotto casa, non è poi così grave. La resa sul grande schermo è quella di un qualsiasi altro film e la fotografia (oggettivamente superlativa), può essere estremamente godibile, senza dover vedere teste mozzate dai margini dello schermo, o personaggi in scena solo per metà. Il vero problema delle riprese dell’Odissea di Christopher Nolan è proprio quello che troppe scene mettono in mostra, spesso in pompa magna. Un esempio eclatante sono i costumi dei proci, i quali non rappresentano in nessun modo la stilistica della Grecia Classica, tuttalpiù sono una rappresentazione posticcia di uno strano Medioevo nordico, trapiantato a Sud dei Balcani e per questo mai esistito. Ne è un esempio Antinoo, interpretato da un magistrale Robert Pattinson, che lo caratterizza in modo deliziosamente velenoso e manipolatore, ma che nell’outfit (taglio di capelli a caschetto compreso) sembra in cosplay da cavaliere della Tavola Rotonda di Re Artù. Un altro esempio è lo stesso cane di Ulisse: Argo. Nella prima scena in cui compare, mentre Ulisse ed Omero selezionano il cane da guardia del Palazzo Reale, gettando i cuccioli meno graditi dalla rupe su cui sono seduti (momento sofferto dagli animalisti, ma tristemente veritiero se si pensa all’epoca), è un cucciolo di Cocker Spaniel, con le orecchie alla vista estremamente morbide e gli occhi molto grandi e dolci. Successivamente, durante tutto il suo minutaggio Argo si trasforma in un vecchio Podengo Portoghese, con il naso a punta ed il pelo ispido. A questo bisogna aggiungere le navi degli achei, molto vichinghe e troppo poco mediterranee. E che cosa si potrebbe dire, allora, del paesaggio in cui il film è ambientato? Così nordeuropeo e freddo al punto da intravedere un inizio di nevicata, durante la sequenza dei Lestrigoni? Eppure, ciò che viene mostrato dai vecchi catafalchi a pellicola di Nolan, non è tutto da buttare via. Senza di essi non potremmo, ad esempio, cogliere tutta l’umanità nello sguardo di Anne Hataway, forse la miglior Penelope nella storia del cinema.  

FLASHBACK: LA VERA PERVERSIONE DI CHRISTOPHER

Albert Einstein aveva dimostrato che il tempo fosse un valore relativo e non un dato fisso. Nolan ha sempre fatto di tutto per dimostrare, in modo maniacale, la stessa teoria in ogni suo film, in particolare da Interstellar ad oggi. Nei lungometraggi del regista, infatti, viene sempre dato ampio spazio ad eventi passati, che si susseguono in parallelo con il tempo presente della trama, con spesso riferimenti e sprazzi di immagini verso il futuro in cui la vicenda dei personaggi andrà a parare. Le diverse linee temporali nei film stanno a Nolan, come gli scacchi multidimensionali stanno a Sheldon Cooper in The Big Bang Theory. Flashback, passato che viene vissuto nel presente, accenni al futuro collegati al passato e molto altro ancora, sono il vero motivo per cui troppo spesso lo spettatore medio esce dalla sala, sentendosi come se si fosse appena scolato un’intera bottiglia di Whiskey, senza nemmeno darsi il tempo di prendere fiato. Tuttavia, in questo film l’elemento del ricordo, il quale emerge più volte essendo anche una componente del mito, è molto ben inserito. Anziché, essere estremamente contorto, aiuta a vivere in modo stranamente lineare i fatti narrati. L’inizio è basato su questo. Penelope e Telemaco, assediati dai proci in casa propria fanno teorie e congetture su che fine abbia fatto il loro amato Re e tutto quello che hanno a disposizione sono i ricordi di lei, i racconti di veterani a Troia (i quali non sono sempre reali testimoni) ed i canti sul prode Odisseo (usati a mo’ di primordiale notiziario, per quanto ridondante e scarno). Anche la vicenda stessa della trama, raccontata con i ricordi dello stesso Ulisse, che cerca di ritrovare la memoria in compagnia di Calipso, è esposta in modo avvincente. Vi è poi il racconto di Menelao a Telemaco, sui giorni in cui avvenne l’inganno del Cavallo di Troia ed il successivo assedio (un momento di altissimo cinema contemporaneo). Il ricordo ed il passato, quindi, hanno finalmente assunto una funzione di completezza ed arricchimento, qualità rare per i film di Nolan. 

POLIFEMO, GLI ACHEI E LE PECORE… MANCA SOLO NESSUNO

Un regista che sbaglia il Polifemo girando l’Odissea, è come uno chef romano sulla guida Michelin, che sbaglia la ricetta della Cacio e Pepe. Il vero problema non è l’estetica del gigante. In fondo, un ciclope sarà sempre una creatura inventata (fortunatamente) e per questo motivo non è obbligatorio seguire dei rigidi canoni estetici. il Polifemo di Nolan, quindi, con le sue sembianze quasi aliene ed un volto reso strano non solo dall’unico occhio, ma anche dal colore grigiastro della pelle e dalla forma storta del naso, potrebbe funzionare perfettamente, proprio come il Polifemo dello sceneggiato Rai che venne trasmesso negli anni ’70, con la barba incolta, la pelle olivastra e dei tratti molto più mediterranei. Perfino l’urlo di dolore dopo l’accecamento ha un grande potenziale. È lo strazio di una creatura non umana, di cui nemmeno Omero ha potuto dimostrare la voce, dati i suoi limiti tecnologici, ma che certamente avrebbe dovuto incutere un senso di terrore, dolore, disgusto per la terribile mutilazione inferta e per questo (seppur in forma ridotta) un qualche tipo di compassione per un essere che, alla sua solitudine, dovrà aggiungere una delle più angoscianti menomazioni: la cecità. Nonostante l’immenso potenziale di questa scena, ciò che scricchiola emettendo un cigolio insopportabile è la grammatica con cui si svolge il tutto. Il più grave errore è indubbiamente la totale assenza di dialogo tra Ulisse e Polifemo. Nolan ha deciso di amputare ogni possibile forma di conversazione fra i due in modo estremamente grossolano, quasi come se stesse potando una pianta piena di rami secchi. La presentazione che fa di sé Ulisse, battezzandosi temporaneamente “Nessuno”, è il grande assente della pellicola, così come la successiva sequenza in cui il ciclope, ormai ceco e dolorante, chiede aiuto al padre Poseidone. Lo si vede invece seduto in posizione fetale, a borbottare qualcosa in una lingua resa incomprensibile dal mix dell’audio. Nemmeno la capacità del gigante di parlare tra sé e sé convince Ulisse, seppure incoraggiato dai suoi uomini, ad aprire un dialogo con lui. Tuttavia, la scena non finisce così, dal momento che continua con l’atto forse più infantile che il Re di Itaca potesse mai escogitare. Una volta uscito dalla caverna con i suoi compari, Ulisse si gira verso il gigante e scocca una freccia nella direzione di ciò che resta dell’occhio di Polifemo, dando vita ad un lungo e sgangherato inseguimento dalla grotta alle navi achee, il quale ha tutte le dinamiche di un grottesco film dell’orrore degli anni ‘80, con il gigante che si trascina (con troppa precisione per un cieco) fino alla costa e gli achei che scorrazzano per il bosco, come bambini che giocano durante un barbecue di montagna. La scena del Ciclope è forse il punto più basso dell’intero film di Nolan. 

ZENDAYA, LA DIVINA APPARIZIONE

Una componente fondamentale dei miti di Omero è rappresentata dalle incursioni delle Divinità del monte Olimpo. Può sembrare banale dirlo, ma questo tipo di scenario è molto difficile da rappresentare al cinema, senza scadere nel trash. Ora come allora, la spiritualità è una componente molto intima dell’animo umano ed ogni individuo la vive (se e quando la vive) in modo estremamente personale. Che si tratti di un presagio, un miraggio, un dialogo interiore, una visione durante il coma o dopo il lutto di una persona estremamente cara, il modo in cui la nostra spiritualità o religiosità si palesa è un qualcosa che non si può né vedere, né capire, fino a che non lo si prova in prima persona (cosa che può non avvenire nel corso di una vita intera). Come può quindi una videocamera dimostrarci l’indimostrabile? Esattamente come hanno fatto le pesanti e rugginose cineprese Imax di Christopher Nolan. Nella sua Odissea vediamo infatti, il rapporto interiore di Ulisse con la Dea Atena, la sua grande protettrice interpretata nel film da Zendaya, la dolce metà di Tom Holland (Telemaco). La divinità si manifesta in vari momenti, ed Ulisse è l’unico a poterla vedere, lasciando lo spettatore con il dubbio che Atena possa essere solo una mera allucinazione, oppure un’apparizione mistica voluta da un’entità superiore all’essere umano. Questo spazio lasciato alle congetture sul personaggio di Zendaya, rende ancora più intima (e per questo realistica) la spiritualità di Ulisse e del rapporto che gli antichi avevano con i loro dei, esattamente come noi oggi veneriamo il nostro Dio e (per chi ci crede) nostri i Santi. 

L’INGANNO DEL CAVALLO E L’ASSEDIO DI TROIA: SUA MAESTA’ IL GRANDE CINEMA

In questa Odissea, dato che uno degli intenti di Nolan era condannare l’orrore della guerra, sono state dedicate ampie parti alla battaglia finale di Troia, quella messa in atto proprio grazie all’inganno più celebre di Ulisse: la realizzazione di un gigantesco cavallo di legno, spacciato come dono per il tempio cittadino alla Dea Atena, ma predisposto al suo interno per essere pieno di achei, che una volta entrati nella città dentro al loro gigantesco sarcofago, avrebbero dato vita ad una terribile battaglia, cancellando per sempre Troia dalla cartina geografica. L’intera sequenza, divisa in due episodi durante la visione del film, è stata realizzata in modo magistrale ed è una vera lezione di cinema, su come si possa descrivere una guerra per immagini. La prima parte della vicenda ci viene mostrata attraverso i ricordi di Menelao, mentre racconta la vicenda a Telemaco, durante il suo viaggio disperato per tentare di reperire notizie sul padre. Osserviamo quindi la realizzazione del cavallo e soprattutto l’attesa, all’interno di esso, di Ulisse e degli achei a lui fedeli, prima che i troiani si accorgano dell’oggetto sulla spiaggia. In questa fase loro devono vivere in silenzio nonostante la fame, la sete, il caldo, la presenza e l’odore dei loro escrementi, non potendo mai uscire dalla struttura. Attendono disciplinati nonostante la morte di alcuni di loro, dal momento che il cavallo è sistemato in verticale sulla spiaggia e la marea che sale si infiltra nel legno, senza dare scampo a coloro che abitano la parte più bassa dell’animale. Successivamente si assiste all’arrivo dei troiani che, una volta convinti della veridicità del dono ad Atena, trascinano il pesantissimo oggetto ligneo (farcito di soldati particolarmente incattiviti), fino al tempio della divinità. Per farlo Nolan ci mostra, in modo estremamente realistico, come un centinaio di schiavi lavori con lunghe corde e la sola forza delle braccia. Dopo il difficile trasporto, la prova del 9: un soldato infilza con la spada la struttura, per verificare che non ci sia nessuno all’interno. In questo modo pugnala la spalla di un acheo a cui prontamente viene tappata la bocca con forza. Una volta calata la notte poi, i soldati escono dal sarcofago e Nolan ha la delicatezza di mostrarci come, una volta scesi da una corda appesa nel ventre del cavallo, abbiano la necessità di barcollare per pochi secondi dovendosi riabituare al terreno dopo i tanti sobbalzi, prima di riprendere le forze, uccidere le guardie in giro per la città ed aprire le porte della fortezza di Troia, per far entrare i numerosi achei appostati all’ingresso. L’intera scena è condita dalla tenue (ma estremamente realistica) luce arancio-giallastra dei bracieri dell’epoca. La seconda parte, forse meno geniale nella sua grammatica, è altrettanto significativa soprattutto per il messaggio che vuole portare. Si assiste al saccheggio della città. si sentono urla, si vedono soldati che incendiano il tetto delle abitazioni, sgozzano uomini e fanno inginocchiare donne urlanti per poi accanirsi su di loro. In questa fase la cinepresa si concentra sullo sgomento di Ulisse, di fronte al dramma che lui stesso ha inscenato. È l’unico responsabile dello strazio che lo circonda, il quale non avrebbe mai avuto un principio, senza l’inganno del cavallo. Si sente perduto osservando i suoi fedelissimi mentre ghermiscono Troia, come farebbe un ghepardo affamato sul cucciolo indifeso di un elefante. La guerra è anche fatta dai bambini piangenti che osservano terrorizzati le truppe marciare, dalle donne disperate che supplicano il loro carnefice prima di subire violenze indicibili ed essere poi freddate impunemente. È composta dagli edifici sprangati dall’esterno per essere bruciati, proprio perché zeppi di persone, a cui è stata sentenziata frettolosamente la pena di morte più terribile. Tutto questo è di fronte ad Ulisse. Il Re di Itaca è così perduto che, nel momento in cui i suoi uomini decapitano la statua di Atena, ha una visione della Dea stessa, tenuta inginocchio e immobilizzata per le braccia, prima di fare la stessa fine della statua in suo onore. Per Ulisse, la guerra che ha iniziato è un rimorso grave al punto, da sentirsi responsabile anche per la morte della divinità, di cui lui stesso è un protetto. Un senso di malessere che nemmeno un lungo e trascinato contrappasso come l’intera Odissea, potrà mai ripulire dalla sua coscienza. 

I LESTRIGONI VEGANI DEL TRONO DI SPADE

Se non avessimo mai letto l’Odissea integralmente e se, per questo, non avessimo mai sentito parlare dei Lestrigoni, di certo non li avremmo riconosciuti nel film di Christopher Nolan. La scena in cui (non) sono rappresentati, è breve, sbagliata nel suo svolgimento e sembra trapiantata nel film da un’altra sceneggiatura (probabilmente di una serie fantasy). I Lestrigoni, infatti, vengono dipinti come omaccioni minacciosi, con indosso armature forse troppo all’avanguardia anche per le stesse Crociate, che sbucano da una foresta così fuori contesto per l’Odissea, che durante la scena inizia addirittura a nevicare (dopotutto il vero set è la Culbin Forest, un bellissimo appezzamento boschivo in Scozia, molto lontano dal Mediterraneo e dalle disgrazie originali di Ulisse). Anche in questo caso, però, il problema dell’estetica non è il principale. Certo, le armature sono così moderne che forse, una volta indossate, è possibile collegarle al bluetooth del telefono, ma così come per Polifemo, ognuno vede le creature mostruose a proprio modo, quindi perché non fare dei Cannibali anche i custodi di una tecnologia del tutto inedita ed avveniristica rispetto al loro periodo? Il vero elefante nella stanza è, come sempre, la meccanica con cui il tutto si svolge. I Lestrigoni non parlano e nessuno fra gli achei li riconosce. Gli uomini di Ulisse si limitano a fuggire o tentano di difendersi combattendo, mentre i Cannibali, essendo alti più del doppio delle loro prede, li uccidono con facili colpi di spada, o li prendono da braccia e gambe per sbatacchiarli qua e là, in giro per i boschi di Sua Maestà Re Carlo III Windsor. Una volta che gli Achei hanno raggiunto le navi, i Lestrigoni addirittura assaltano queste ultime, facendone a pezzi due su tre, fra le urla di disperazione di chi è rimasto a bordo. Da notare però che i Cannibali, sadici mangiatori di uomini, nonostante la distesa di cadaveri che hanno lasciato sulla spiaggia e per i boschi, non li si vede mangiare nessun acheo e nemmeno raccogliere dal suolo il loro potenziale pranzetto, da poter arrostire in un secondo momento. In realtà, durante la sequenza, sono così sazi da non essersi portati neanche un pacchetto di crackers. Per questo motivo, quindi, perché uno spettatore che non sia uno studente delle medie o un appassionato dell’Odissea, dovrebbe ricordarsi immediatamente di loro guardando il film di Nolan?

CIRCE E L’INCANTESIMO CHE NON TI ASPETTI

Sebbene l’isola della Maga Circe ricordi la Nuova Zelanda e la sua casa sembri la vecchia roulotte di una nonna ex sessantottina, con le piantine di marijuana laddove prima erano montate le ruote, la scena in cui la donna trasforma gli achei in maiali è un altro grande goal di Christopher Nolan. È una sequenza quasi orrorifica, in cui Circe prima lascia che gli uomini di Ulisse si ingozzino, poi inizia l’incantesimo, prendendoli uno ad uno per la testa e cambiandone i connotati manualmente in un sadico massaggio in cui allunga nasi, strappa capelli, appiattisce fronti, in un furbesco gioco di vedo e non vedo fatto dalla cinepresa, per dare solo cenni allo spettatore di cosa stia avvenendo, lasciando fare il resto alla sua immaginazione. Tutto questo nel tripudio delle urla sguaiate degli sventurati achei in preda al panico. Una sequenza che fa accapponare la pelle ed è estremamente corretta con l’insieme, trattandosi comunque di un’interpretazione del mito originario, in cui i cambi di programma, se ben contestualizzati, possono rivelarsi estremamente interessanti. Allo stesso modo, possono avere valore anche le variazioni sul tema che sono state apportate nella sequenza successiva, in cui assistiamo alle profezie di Tiresia. Per quanto la scena presenti diversi cambi rispetto ad Omero, rimane un momento del film interessante, soprattutto per quanto riguarda l’estetica dei i suoi paesaggi.

IL CANTO DELLE SIRENE: VIETATO L’ASCOLTO A CHIUNQUE NON SIA ULISSE

Ebbene sì, il Canto delle Sirene è da 30 e lode. Nolan è riuscito, con pochissimi effetti ma con grandissima astuzia, a rendere la scena come la più immersiva in assoluto del suo film. Le sirene, infatti, si possono intravedere soltanto, essendo circondate da una sottile nebbiolina che, anche in questo caso, lascia molto spazio all’immaginazione di ognuno di noi, sulle loro reali fattezze e sensualità. La cosa che però rende geniale la scena è il canto…. CHE NOI NON SENTIAMO! È proprio questo il bello. Tutta la sequenza è girata come se la cera nelle orecchie l’avessimo anche noi in sala. L’unica cosa che possiamo percepire sono le urla di Ulisse, il quale, legato all’albero maestro della sua nave, si contorce e dimena per potersi liberare. Anche i suoi lamenti, però, ci arrivano ovattati e possiamo ascoltarli solo perché lui è molto più vicino alla nostra posizione rispetto alle sirene. Si sentirà successivamente la sua voce narrante che descrive il loro canto, dandoci però quella che certamente è una sua interpretazione, non di certo la loro reale descrizione. Il canto vero, noi non lo possiamo sentire, non essendo forti come Ulisse. È come se Nolan ci intimasse di essere pazienti e di non cedere alla tentazione di sentir cantare le sirene, perché noi come gli achei potremmo esserne corrotti ed impazzire, rischiando anche di perdere la vita. Tutti noi in sala, per quanto comodi sulle poltrone, viviamo le stesse emozioni e curiosità di tutti gli uomini a bordo e, per questo motivo, nonostante i grossolani errori della pellicola, il Canto delle Sirene rimescola tutte le carte del mazzo e non può che alzare il voto finale che daremo al film. 

SCILLA E CARIDDI, UN MOMENTO BREVE MA NON INTENSO

Dopo aver goduto a piene mani del Canto delle Sirene, rimaniamo profondamente delusi. I due leggendari mostri dell’Odissea, Scilla e Cariddi, ci danno la stessa sensazione di un coito interrotto. La sequenza dura molto poco, quando potrebbe avere un minutaggio molto più ampio (in fondo, su quasi tre ore di film, 5 minuti in più avrebbero fatto poca differenza) ed i mostri sono molto meno epici di come potrebbe rappresentarli la stessa AI generativa. Cariddi (dei due è forse quello più accurato) è un gigantesco gorgo, dal quale gli achei fanno di tutto per stare lontani, sebbene gli passino molto vicino, rimanendo effettivamente indenni. Nulla di eccezionale rispetto alla trama originale, se non per gli effetti speciali. Il vero problema è Scilla. Dopo il gorgo, infatti, gli achei del mito originale comprendono di essere a pochi passi dal mostro per i latrati emessi dalle sue teste di cane. Christopher Nolan, dato l’immenso budget usato per il film, avrebbe potuto rendere questo momento un altro grande capolavoro, mixando l’audio di questa creatura per renderlo raccapricciante (esattamente come l’urlo di dolore di Polifemo), dandoci la possibilità di immaginare chissà quale mostro, prima di poterlo vedere e saltare sulle poltrone per questo. Invece così non è stato. Dopo Cariddi, gli achei subiscono la rapida incursione di uno Scilla che sbuca dall’alto dello schermo, per piluccare alla svelta qualche acheo e volare in fretta e furia nella grotta da cui era sbucato. Una scena non spaventosa, perché anche l’effetto sorpresa della sua apparizione è molto sgonfiato rispetto a quelle che erano (forse) le aspettative di Nolan e troppo breve per una creatura come il terrificante Scilla. I due mostri più cattivi e spaventosi del mito greco sembrano stati scelti fra le comparse di quello che fu il Muppet Show. 

IL RITORNO AL TEMPO PRESENTE E “L’AMERICANATA” FINALE

A questo punto, le vicende che si susseguono fino alla fine del film sono molteplici. I prodi achei di Ulisse, ormai allo stremo delle forze, approdano sull’isola del Dio del Sole e, nonostante le severe rimostranze del loro Re, uccidono una delle sue grasse e succulente mucche, per potersi finalmente rifocillare. La scelta li condannerà a morte, dando quindi una forma tangibile alle profezie di Tiresia. Successivamente Ulisse naufragherà sull’isola di Calipso che, innamorata di lui, lo curerà convincendolo a nutrirsi di loto, affinché lui dimentichi la sua vita e rimanga con lei. Odisseo resterà sull’isola per 7 lunghi anni, fino a quando sentirà il bisogno di ricordare le sue origini, lo scopo del suo viaggio e, soprattutto, chi lo attende ancora a casa. Una volta ricomposta la sua psiche, Ulisse raffazzona una zattera, con le assi rimaste dalla sua vecchia nave e ricomincia il viaggio. Finalmente ad Itaca, il prode Odisseo inscena il suo ultimo inganno per non essere riconosciuto dai proci, fingendosi un mendicante di nome Sinone. Il film, quindi, arriva alle sfide finali. Organizzate da Penelope, serviranno a selezionare in modo definitivo, chi diventerà il nuovo Re di Itaca. A questo punto, la pellicola ci ripropone un altro colpo basso. Nel mito originale, infatti, una volta che Ulisse si è rivelato a tutti, il primo a cui pianta una freccia in gola è proprio Antinoo, nel film di Nolan il più sofisticato e crudele dei contendenti (un grande banco di prova attoriale per il suo bravissimo caratterista Robert Pattinson). Purtroppo, però, questo non accade siccome il procio di Pattinson sarà l’ultimo a morire, non prima di una lunghissima scena d’azione, sbagliata anche sul piano registico, siccome le inquadrature sono tutte buie e mosse, contribuendo in modo massiccio a smontare tutta la grande retorica, sulle prodezze dell’incredibile formato Imax. In questa sequenza non solo Antinoo muore troppo tardi, ma da cattivo estremamente ben connotato si trasforma in un ragazzino in preda al panico che passa i suoi ultimi istanti, a gridare ai compagni di cercare delle armi. Il tutto mentre Ulisse (da solo e con pochissime energie) sta facendo a pezzi, con un vecchio arco ed un paio di pugni ben assestati, un’orda di omaccioni particolarmente incattiviti e molto meglio nutriti. Una volta sconfitti i proci più spietati, si appresta (finalmente) a freddare Antinoo. Prima di farlo però, gli infila in bocca un vecchio pezzo di legno, proveniente da suo fratello ormai morto, sussurrandogli un’ultima frase ad effetto. Un vero finale a Stelle e Strisce! L’unico dettaglio che manca a questa sequenza è una comparsata di Silvester Stallone che, con i muscoli in bella vista ed un pesante mitra a tracolla, uccide tutti e conclude con una battuta per paragonare i proci ai Vietcong. 

PAGELLA FINALE: UNA MEDIA MOLTO BILANCIATA

“Si lascia guardare”. È un’espressione molto gergale ma estremamente azzeccata, per definire l’ultimo “Grande Capolavoro” di Christopher Nolan. Nel 2026, molti rimaneggiamenti storiografici potrebbero anche essere perdonati. Basti pensare al film Troy, sull’Iliade, in cui gli achei appena approdati sulla spiaggia di Troia, si riparano dalle frecce in arrivo, praticando una formazione a Testuggine. Una delle tattiche di combattimento più conosciute dell’Antica Roma… Impossibile dimenticare anche il concubino di Achille, Patroclo, trasformato nel film in un innocuo cugino, per impedire che l’Achille di Brad Pitt sfigurasse come icona sexy, di fronte ad un pubblico all’epoca molto poco woke ma particolarmente attento ai bombardamenti USA in Medio Oriente, essendo un film del 2004 con ancora l’11 settembre nello specchietto retrovisore. Allo stesso modo, l’ultimo film di Nolan è valido per essere guardato la domenica dopo pranzo e nulla di più. Se potessimo dargli un voto come a scuola, probabilmente quest’ultimo sarebbe un 6, risultante da una media estremamente bilanciata fra alcuni 10 e lode, con gelato offerto dalla maestra ed altri imbarazzanti 1-, con lavaggio dei sanitari scolastici per punizione. È un film che avrebbe del grandissimo potenziale ma che purtroppo, sempre restando a scuola, è l’incarnazione plastica dell’alunno bravo che non si applica. Pensando alla retorica che ha accompagnato il pubblico, partendo dal suo annuncio ufficiale, è un vero peccato, ad oggi, dover fare questo genere di ragionamenti. L’unica cosa che possiamo sperare, quindi, è che l’alunno Nolan si presenti alle interrogazioni di recupero con i compiti fatti e che fra di essi non ci sia un film, sviluppato su nove archi temporali diversi.        

E se questa fosse proprio una tattica, per confondere l’insegnante ed indurlo al 6 politico? 

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