Epstein files e crisi dell’informazione: cosa ci insegnano i file sul nostro presente

Cristian Arcidiacono

Quello della “Epstein Class” è uno degli argomenti dell’anno, uno di quelli che maggiormente hanno scosso l’opinione pubblica e ci hanno fatto scannare. Si tratta di un caso che ha creato sentimenti contrastanti.

Da un lato assistere a certe immagini giustamente crea angoscia e disgusto, ma dall’altro ha indubbiamente generato consapevolezza in parecchi cittadini. La mia speranza, naturalmente, è che il risveglio che in molti hanno vissuto sia la benzina di un cambiamento politico in Occidente, soprattutto negli Stati Uniti.
La consapevolezza che in molti è nata, tuttavia, è soprattutto politica e valoriale. Ed è sacrosanta, sia chiaro, ma rimane incompleta. Scopriamo in questo articolo che cosa manca.

L’eccessiva quantità di file

Il punto di inizio del discorso sono i cosiddetti “Epstein files”, che nel 2026 hanno fatto scoppiare il dibattito sul caso, già noto da molti anni ma diventato molto popolare solo di recente. Da qui è nata un’ondata informativa ricca di immagini, video, screenshot delle mail, eccetera; a volte questi dati sono stati divulgati bene, ma molte altre sono stati usati per fare disinformazione.  

Questo ammontare di informazioni è veramente grande, un’enorme quantità di file digitali. Tutti questi dati che abbiamo sono utili per capire meglio cosa c’era dietro Epstein; infatti comprendiamo meglio i suoi legami e interessi politici, le sue relazioni personali con personaggi pubblici e celebrità, i crimini che ha commesso e tanto altro. 

In questa sede non ci interessano i suoi ovvi misfatti, sui quali comunque si può dire tanto. Il dettaglio fondamentale da tenere a mente, per comprendere la riflessione che segue, è solo questo: la quantità. 

Come si è arrivati a questa situazione

La grande mole di file, se ci pensate, è figlia della nostra epoca. Se dovessi trovare un singolo aggettivo per descrivere il mondo occidentale, forse userei “abbondante”, in senso neutrale. Proliferano moltissimi tipi di intrattenimento, di lavoro, di stile di vita, di prodotti di consumo. Ma, soprattutto, abbonda l’informazione di qualunque tipo, tra immagini, audio, video, informazioni testuali, passaparola, leak, chi più ne ha più ne metta.

Come siamo arrivati a questo punto? Guardiamoci un attimo indietro e pensiamo al passato, dato che troviamo la risposta nell‘evoluzione tecnologica. A meno che l’umanità non viva un regresso, il progresso della tecnologia in genere aumenta le possibilità. Oggi sappiamo usare il fuoco come gli homo erectus di 1,5 milioni di anni fa, ma possiamo anche fare tantissime cose in più, grazie a un’evoluzione progressiva. 

Se guardiamo la storia dell’uomo, notiamo che l’innovazione ha gradualmente reso più veloce, facile e capillare la diffusione di informazioni. Prima la scrittura, poi le lettere, poi la stampa, poi la fotografia, e infine si arriva alla nostra situazione, in cui abbiamo internet e i social, nei quali gira una quantità di informazioni molto maggiore rispetto anche solo a un secolo fa. 

Non solo girano sempre più dati, ma nel corso di pochi decenni abbiamo vissuto un aumento mai visto prima. Un esempio sono gli scambi privati; infatti per analizzare un personaggio storico e la sua corrispondenza privata, uno studioso dovrà al massimo avere a che fare con qualche centinaio di lettere. Se invece si vuole analizzare il privato di un personaggio vissuto nel XXI secolo, tendenzialmente ci si trova di fronte a centinaia di chat, migliaia di mail, messaggi e contenuti audiovisivi, che sono il risultato di scambi quotidiani.

Questa abbondanza che viviamo costantemente non dipende solo dal fatto che la popolazione globale sia aumentata, ma proprio dallo stile di vita e dalla tecnologia. Oggi un singolo individuo, tendenzialmente, produce e consuma molte più informazioni. 

Un altro esempio è la fotografia, partita come mezzo elitario e diventata uno strumento di massa e facile da utilizzare. Un po’ tutti scattiamo foto in maniera quotidiana per i motivi più disparati. Potrei citare molti altri casi, come i video, la pubblicità, i film, i videogiochi, eccetera.

In sintesi: l’aumento di possibilità garantito dall’innovazione si è tradotto, tra le altre cose, in una maggiore quantità di informazioni diffuse e potenzialmente condivisibili.

Una consapevolezza sull’informazione

Dunque, i file non sono un unicum, bensì sono pienamente inseriti in questa tendenza informativa. È solo uno dei tanti casi, anche se a mio avviso è un caso simbolico vista la sua portata storica.

Siamo dentro quella che mi piace chiamare “Società positiva”. Cosa intendo? Viviamo in un mondo pieno di inguaribili ottimisti? No, è un discorso più sottile, e lo spiego facendomi aiutare dal filosofo Byung-Chul Han.

Nel suo testo “La società della stanchezza” usa la parola “positività”, ma non come sinonimo di “ottimismo”. Nel pensiero di Han la positività è l’eccesso di possibilità; è l’eccesso di cose che possiamo fare, di attività che possiamo svolgere. L’enorme numero di strade che possiamo scegliere, unito alla cultura tossica del successo, ci porta a diventare schiavi di noi stessi, a riempire le nostre giornate, e genera una saturazione psicologica. Non c’è nessuno che ti costringa dall’esterno, bensì tu stesso scegli di auto-sfruttarti e di fare troppe cose, il che crea esaurimento.

In questo senso, possiamo applicare il termine “positività” all’informazione del presente e anche ai file di Epstein. Semplicemente, abbiamo tantissime possibilità informative e noi stessi contribuiamo a crearne di nuove. E mi riferisco alle informazioni nel senso più generale possibile: anche una foto su Instagram è un’informazione.

Questo flusso informativo continuo ha dei vantaggi, dato che ci permette di avere intere enciclopedie in tasca; tuttavia, non mancano certo i lati negativi. Facciamo un esempio proprio con i file di Epstein: quanto è facile farsi un’idea generale guardandoli autonomamente? È molto difficile, perché non appena li apriamo veniamo travolti dalla mole di dati che contengono; ed è molto facile venire distratti da dettagli inutili, come molte conversazioni del criminale statunitense con i propri amici. 

Proprio questa è una delle parole chiave: distrazione. Oggi è molto più facile che la nostra attenzione venga frammentata dagli stimoli esterni e, come dice Byung-Chul Han stesso, la nostra mente rischia un continuo multitasking. Nessuno formalmente ci obbliga al multitasking, ma nella pratica siamo indotti a farlo, così come siamo indotti ad auto-sfruttarci.

Naturalmente, anche l’eccesso di informazioni può creare saturazione psicologica. Basti pensare agli effetti negativi creati dal doom scrolling o dall’esagerato utilizzo dei social media.

La società positiva di cui parlo è un po’ diversa dal concetto di “infodemia”. Il sovraccarico informativo di cui parlo è molto più pervasivo; è una condizione giornaliera ed esistenziale che soltanto un uomo del XXI secolo può capire. Qui sta la differenza: io parlo di una sovrabbondanza continua, da cui è molto difficile sottrarsi, e che ci influenza nella vita quotidiana.

Provocando conseguenze psicologiche, la società positiva ha delle ricadute sul modo in cui viviamo la nostra esistenza. L’affaticamento mentale cambia il nostro rapporto con il mondo esterno e con le persone; le vecchie foto possono cambiare e distorcere la percezione del nostro passato; la frequente ricerca di stimoli a cui siamo indotti può cambiare le nostre relazioni e persino i nostri valori.

Ci sarebbero tante cose da dire, ma mi concentro soltanto su un punto per dare uno spunto. Quando sul letto di morte ripensi alla tua vita, ti basi sui ricordi che si trovano nella tua mente, ma su cosa si plasmano i ricordi? Prima nascevano quasi solo dalle nostre esperienze personali trasformate in memoria, ma adesso abbiamo molte fotografie del passato nei nostri archivi, e questo può cambiare il nostro ricordo. 

Pensateci: quando riguardiamo le foto del passato ci ricordiamo di dettagli che altrimenti avremmo dimenticato. Oppure, guardandole, può nascere una nostalgia che distorce il passato e te lo fa sembrare ancora più bello, perché magari hai scattato foto solo durante bei momenti.

La memoria, in fondo, è una forma di ricostruzione di ciò che vediamo, e le fotografie ci danno del materiale in più per fare delle ricostruzioni che in caso contrario non avremmo fatto, e quindi ci creano una forma di ricordo che nelle epoche precedenti non esisteva (o esisteva molto di meno). Le fotografie sono una forma di riaggiornamento che nel passato mancava. Questo ha delle conseguenze sul modo in cui guardiamo il nostro passato e, quindi, sul modo in cui giudichiamo la nostra intera esistenza, che diventa molto più ricostruita. E, sia chiaro, non penso che la ricostruzione sia necessariamente qualcosa di sbagliato.

La soluzione esiste

Se hai letto fino a questo punto, forse pensi che questo sia un articolo disfattista, ma non è così. Certamente l’informazione oggi ha dei problemi, ma ha anche molti vantaggi. È molto più facile informarsi approfonditamente, avere notizie in tempo reale, uscire dalle proprie bolle, avere maggiore autonomia, eccetera eccetera. Il progresso tecnologico ci pone delle sfide, a volte crea anche problemi, ma non per questo va arrestato. 

La tecnologia salva e migliora le vite, ma va affrontata e gestita con cognizione di causa. Cosa ci serve in questo caso?

La soluzione è l’educazione digitale, che ha vari scopi. Crea consapevolezza sulla frammentazione dell’attenzione, insegna a selezionare le fonti e a riconoscere le fake news, aiuta a capire la propaganda e il suo funzionamento nella rete. Un esempio di ottima educazione digitale è il recente video di Massimo Polidoro “PROPAGANDA. Come ci manipolano la mente”, che spiega i meccanismi propagandistici in maniera rigorosa e senza scadere nel complottismo.

La parola “selezione” è molto importante e deve essere una bussola per chi sceglie di approfondire bene l’attualità, perché di fronte all’eccesso essere selettivi diventa imperativo. 

Dunque, questo è ciò che ci insegnano gli “Epstein files”. Essi ci ricordano che viviamo in una società positiva, in cui la grande quantità di dati fa da padrona. L’educazione e lo spirito critico, a questo punto, diventano degli alleati imprescindibili.

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