Cos’è la guerra ibrida e cosa sta facendo l’Italia oggi

Federica Trezza

Guerra ibrida e democrazia sotto attacco: perché l’Europa (e l’Italia) sono più fragili di quanto pensiamo

Quando pensiamo alla guerra immaginiamo ancora carri armati, bombardamenti e linee del fronte, perché è l’immagine che la storia e il cinema ci hanno insegnato a riconoscere: una guerra visibile, rumorosa, fatta di territori da conquistare e di eserciti contrapposti. È una rappresentazione quasi rassicurante, perché almeno in quel caso sappiamo dove si trova il conflitto e chi sono gli attori in campo. Ma oggi la guerra spesso non si presenta più così. Non arriva con il rumore delle sirene e non ha necessariamente un fronte geografico preciso. Sempre più spesso si muove dentro le informazioni che leggiamo ogni giorno, nei contenuti che scorriamo distrattamente sui social media, nei video che condividiamo senza pensarci troppo e nelle narrazioni che lentamente modellano il modo in cui percepiamo la realtà. È una guerra silenziosa, diffusa e spesso invisibile, ed è proprio questa invisibilità a renderla particolarmente insidiosa. Durante un incontro a Roma dedicato alla guerra ibrida è emersa una riflessione che, personalmente, trovo difficile ignorare: le democrazie europee — e l’Italia in particolare — sono più esposte di quanto siamo disposti ad ammettere. Non solo sul piano militare, ma soprattutto su quello informativo, culturale e cognitivo, perché oggi il campo di battaglia non è soltanto territoriale ma sempre più spesso informativo, e questo cambia profondamente le regole del conflitto.

In questo articolo parleremo di:

  • Cos’è la guerra ibrida
  • L’Italia: una vulnerabilità strutturale
  • Non è propaganda: è una strategia
  • Deepfake e libertà: un equilibrio delicato
  • Il vero campo di battaglia: online
  • La risposta europea
  • Un dibattito ancora troppo ristretto
Siamo stati all’evento “Guerra ibrida e difesa dello Stato di diritto in Europa” organizzato dalla Gioventù Federalista Europea

Cos’è la guerra ibrida

Lo scorso 19 marzo, a Roma, nello Spazio Europa “David Sassoli”, si è discusso di guerra, ma non della guerra tradizionale fatta di carri armati e bombardamenti. L’incontro, intitolato “Guerra ibrida e difesa dello Stato di diritto in Europa” e organizzato dalla Gioventù Federalista Europea, ha affrontato un tema che fino a pochi anni fa sembrava appartenere soprattutto agli studi accademici e che oggi invece riguarda direttamente la stabilità delle democrazie europee. La guerra ibrida è una forma di conflitto che combina strumenti diversi come pressione economica, cyber attacchi, campagne di disinformazione, manipolazione dei contenuti digitali, operazioni di influenza e interferenze nei processi democratici. Non è una guerra che distrugge necessariamente infrastrutture o città, ma è una guerra che può indebolire istituzioni, polarizzare società e destabilizzare sistemi politici. In altre parole lavora su qualcosa di estremamente fragile: la fiducia. Fiducia nelle istituzioni, nei media e nella possibilità stessa di distinguere tra vero e falso. All’incontro sono intervenuti il direttore della rappresentanza del Parlamento europeo in Italia Carlo Corazza, insieme ai parlamentari Riccardo Magi, Filippo Sensi e Marco Lombardo. Presenti anche esponenti del mondo europeista e federalista come Debora Striani, Maria Chiara Fazio, Benedetta Scuderi e Salvatore De Meo. Il punto centrale emerso dal confronto è chiaro: la guerra contemporanea non si combatte soltanto con le armi ma sempre più spesso con informazioni, percezioni e narrazioni, e chi riesce a influenzare queste dimensioni può ottenere risultati profondi senza sparare un colpo.

L’Italia: una vulnerabilità strutturale

Dal confronto è emerso un elemento piuttosto evidente: l’Italia è particolarmente esposta alla guerra ibrida. Non soltanto per ragioni geopolitiche, ma anche per alcune fragilità strutturali che rendono più facile la diffusione della disinformazione e delle operazioni di influenza. Tra queste criticità vengono spesso citati un ecosistema mediatico fragile, livelli ancora limitati di alfabetizzazione digitale e un contesto politico che in alcuni casi non sempre contrasta la disinformazione con sufficiente decisione. La guerra ibrida funziona proprio così: non crea le crepe, ma le sfrutta. Dove il dibattito pubblico è polarizzato lo polarizza ancora di più, dove la fiducia nelle istituzioni è fragile la erode ulteriormente e dove l’informazione è debole diventa più facile manipolare la percezione della realtà. Non è un caso che anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia più volte sottolineato quanto sia fondamentale difendere la qualità dell’informazione come pilastro della democrazia. Oggi la sicurezza non riguarda più soltanto l’ambito militare, ma riguarda anche la sicurezza informativa e cognitiva, cioè la nostra capacità collettiva di comprendere il mondo che ci circonda.

Non è propaganda: è una strategia

Uno degli errori più diffusi nel dibattito pubblico è ridurre tutto a una questione di fake news, come se bastasse smentire qualche notizia falsa per risolvere il problema. In realtà la logica della guerra informativa è molto più sofisticata. L’obiettivo non è necessariamente convincere qualcuno di qualcosa, ma spesso è molto più sottile: creare dubbio. Far dubitare delle istituzioni, dei media e persino dell’idea che esista una verità verificabile. Quando tutto diventa discutibile, il dibattito democratico diventa inevitabilmente più fragile. Il dossier presentato dal ministro della Difesa Guido Crosetto ha evidenziato proprio l’esistenza di operazioni coordinate di influenza che sfruttano piattaforme digitali e contenuti manipolati per intervenire nel dibattito pubblico delle democrazie occidentali. Non si tratta quindi di scenari futuristici ma di fenomeni già osservati, documentati e in continua evoluzione.

Deepfake e libertà: un equilibrio delicato

Uno dei temi più delicati emersi durante l’incontro riguarda i deepfake, contenuti audio o video generati artificialmente che imitano persone reali con un livello di realismo sempre più elevato. Per molto tempo abbiamo pensato che immagini e video fossero prove affidabili della realtà, ma oggi questa certezza sta iniziando a vacillare. Le tecnologie di intelligenza artificiale rendono sempre più facile creare contenuti credibili ma completamente falsi e questo apre una questione fondamentale: come difendere lo spazio informativo senza compromettere la libertà di espressione?

Difendere la libertà è essenziale, ma difendere la diffusione di contenuti manipolati in nome della libertà rischia di produrre un paradosso evidente. Una libertà manipolata smette di essere libertà, ed è proprio su questa ambiguità che molte strategie di guerra informativa costruiscono la propria efficacia.

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Il vero campo di battaglia: online

Una parte sempre più rilevante di questo conflitto si svolge nello spazio digitale, che oggi rappresenta uno dei principali terreni di competizione geopolitica. Le piattaforme social non sono semplicemente strumenti di comunicazione, ma ambienti informativi complessi in cui algoritmi, dinamiche di visibilità e logiche di engagement determinano quali contenuti circolano di più e quali invece restano marginali. In questo contesto i contenuti polarizzanti tendono ad essere premiati dagli algoritmi, perché generano più interazioni, più commenti e più condivisioni. Il risultato è un ecosistema informativo in cui messaggi estremi, emotivi o provocatori riescono spesso a diffondersi molto più rapidamente rispetto a contenuti più equilibrati o verificati.

A questa dinamica si aggiunge un altro elemento sempre più rilevante: la presenza di bot e account coordinati, che possono amplificare artificialmente la diffusione di determinati messaggi, creando l’impressione di un consenso più ampio di quello reale. In questo modo è possibile orientare discussioni online, influenzare trend informativi e contribuire a modellare la percezione pubblica di alcuni temi politici o geopolitici.

In questo scenario milioni di utenti partecipano inconsapevolmente alla circolazione di contenuti manipolati. Non necessariamente per cattiva fede, ma perché l’ambiente informativo in cui viviamo rende sempre più difficile distinguere tra informazione, opinione e manipolazione. La velocità con cui i contenuti circolano online rende spesso impossibile verificare ogni informazione prima di condividerla, e proprio questa velocità rappresenta uno degli strumenti più potenti della guerra informativa contemporanea.

L’Unione Europea ha iniziato a reagire introducendo strumenti normativi come il Digital Services Act, che impone nuovi obblighi alle grandi piattaforme digitali in materia di trasparenza, moderazione dei contenuti e gestione dei rischi sistemici legati alla disinformazione. Si tratta di un passaggio importante, perché riconosce ufficialmente che lo spazio digitale è diventato un elemento centrale della sicurezza democratica. Tuttavia la vera sfida non riguarda soltanto l’esistenza delle regole, ma la loro applicazione concreta e la capacità di farle rispettare in un ambiente tecnologico in continua evoluzione.

La risposta europea

Dal confronto emerso durante l’incontro è apparsa evidente una convinzione condivisa tra molti degli intervenuti: la risposta alla guerra ibrida non può essere soltanto nazionale. Le operazioni di influenza, infatti, attraversano confini geografici, lingue e piattaforme digitali con una velocità che rende difficile affrontarle all’interno dei soli sistemi statali.

Per questo motivo sempre più analisti e decisori politici sottolineano la necessità di sviluppare una strategia europea coordinata, capace di integrare sicurezza, politiche digitali e difesa dello spazio informativo. Le campagne di disinformazione raramente colpiscono un singolo Paese isolato; molto più spesso cercano di sfruttare le divisioni interne dell’Unione Europea, amplificando tensioni politiche, sociali o economiche già esistenti.

In questo senso la guerra ibrida rappresenta anche una sfida alla coesione politica dell’Europa. Se una società diventa più polarizzata e meno fiduciosa nelle proprie istituzioni, diventa anche più vulnerabile alle interferenze esterne. Per questo motivo la difesa dello spazio informativo non riguarda soltanto la regolazione delle piattaforme digitali, ma anche la capacità di rafforzare la resilienza delle società democratiche.

Significa investire nell’alfabetizzazione digitale, rafforzare la qualità dell’informazione, sostenere il giornalismo indipendente e sviluppare strumenti di cooperazione tra istituzioni, università e società civile. In altre parole significa riconoscere che la sicurezza democratica passa anche dalla qualità del dibattito pubblico.

Un dibattito ancora troppo ristretto

C’è però un elemento che colpisce più di altri e che durante l’incontro è emerso con una certa preoccupazione. Nonostante la crescente attenzione degli esperti e delle istituzioni, il dibattito pubblico sulla guerra ibrida resta ancora sorprendentemente limitato. Spesso a discuterne sono soprattutto analisti, ricercatori, diplomatici o funzionari istituzionali, mentre il tema fatica ancora a entrare stabilmente nella conversazione pubblica più ampia.

Questo scarto tra la consapevolezza degli specialisti e quella dell’opinione pubblica rappresenta di per sé una vulnerabilità. Mentre il dibattito rimane confinato in spazi accademici o istituzionali, le dinamiche della disinformazione continuano a diffondersi molto più rapidamente all’interno del tessuto sociale.

La guerra ibrida non è invisibile. Semplicemente non ha il rumore della guerra tradizionale. Non produce macerie, non distrugge città e non riempie le strade di carri armati. Ma erode lentamente qualcosa di altrettanto fondamentale: la fiducia su cui si regge una democrazia.

E forse la domanda più scomoda da porsi è proprio questa: quante volte partecipiamo a questo processo senza rendercene conto? Quante volte condividiamo contenuti senza verificarli, contribuendo inconsapevolmente alla diffusione di narrazioni manipolate?

Perché se la guerra ibrida ha davvero un campo di battaglia, quel campo di battaglia oggi non è soltanto nei centri decisionali della politica o nelle strategie geopolitiche degli Stati. È anche lo spazio informativo in cui viviamo ogni giorno, fatto di notizie, commenti, video, post e conversazioni digitali.

Ed è proprio lì che si giocherà una delle sfide più decisive per il futuro delle democrazie europee.

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