Michael, le biopic e il nuovo cinema

Mattia Mezzetti

Si può comunque dire, fatte salve queste due eccezioni degne di nota, che Michael sia stato un progetto fortemente caldeggiato dalla famiglia Jackson.

La biografia di Michael Jackson è una nuova attestazione di come il cinema abbia bisogno di nutrirsi delle storie di figure iconiche e leggendarie per colmare il vuoto dovuto a una carenza di idee ultimamente molto evidente, e lo faccia volentieri nutrendosi di un genere che piace molto: le biopic delle star della musica. Queste pellicole riscuotono sempre grande successo in sala.

Michael, la biopic dedicata a Michael Jackson, è uscita a fine aprile e ha fatto molto parlare di sé.

Qualcuno ne ha tessuto le lodi, qualcun altro ne ha attaccato il fatto che sia imparziale, incompleta e forse persino un po’ faziosa. Comunque la si veda, è innegabile che abbia avuto un grande successo, come normalmente accade con questo genere biografico, che continua a riscuotere buoni incassi.

il trailer del film “Michael “

La storia di Michael Jackson, raccontata dalla sua famiglia

La biopic su Michael Jackson, intitolata semplicemente con il suo nome, vede il coinvolgimento diretto di due suoi parenti stretti. Il primo è Prince Jackson, il figlio maggiore, che ha svolto il ruolo di produttore esecutivo, battendosi innanzitutto perché il progetto partisse e, in secondo luogo, coadiuvando le attività del produttore Graham King sul set della pellicola e affiancando il regista Antoine Fuqua.

Anche il protagonista principale, che recita nelle vesti di MJ, è un parente stretto del Re del Pop. Si tratta di Jaafar Jackson, figlio del fratello di Michael, Jermaine, ingaggiato, diversamente da quanto si potrebbe pensare, dopo una ricerca lunga, durata circa due anni, che non ha riguardato soltanto i parenti della superstar ma anche cantanti e ballerini capaci di imitare l’artista nelle movenze e nel timbro vocale. 

In aggiunta a questi due, va aggiunto che la biopic coinvolge altri fratelli di Michael, come per esempio LaToya, che viene anche nominata nel film, quando si ricostruiscono gli albori della carriera dell’artista, assieme ai Jackson 5. Anche Jackie, Tito, Jermaine e Marlon, gli altri quattro dei 5 sono ripresi, sia da adolescenti che da adulti. Gli attori che li hanno interpretati hanno ricevuto dritte e consigli su come ritrarre al meglio le loro emozioni e i loro stati d’animo reali.

L’intera Jackson Estate, che sovrintende alla cessione dei diritti di Michael Jackson, ha avallato la produzione del film e ha allargato l’invito a partecipare a tutti i membri della numerosa famiglia Jackson. C’è però stato anche chi ha declinato, come per esempio Paris, seconda figlia di Jacko, che ha rifiutato ogni tipo di coinvolgimento nel progetto, o sua sorella Janet, la più celebre della famiglia dopo Michael, che oltre a non farsi coinvolgere ha anche chiesto di non venir ritratta in alcun modo, estraniandosi completamente dal film per scelta personale. Janet ha mostrato una certa coerenza prendendo questa decisione, dal momento che ha espresso più volte, in interviste rilasciate ai media, la sua volontà di fare memoria privata delle esperienze vissute accanto al celebre fratello.

Si può comunque dire, fatte salve queste due eccezioni degne di nota, che Michael sia stato un progetto fortemente caldeggiato dalla famiglia Jackson, la quale probabilmente desiderava dedicare una produzione hollywoodiana a un personaggio che è parte della storia della musica  della cultura americana. E magari monetizzare qualcosa.

Non ci è dato sapere se anche la scelta degli episodi sia dipesa da loro o sia stata portata avanti dal regista Fuqua, il quale ha quasi 30 anni di esperienza tra cinema e tv ed è un professionista abile e capace. Il film non arriva agli anni ‘90, i più discussi nella carriera di Jackson, ma si ferma all’inizio del tour dell’album Bad, risalente alla conclusione degli anni ‘80. È lecito pensare che ci sia voluti estraniare dagli anni più complessi e divisivi della vita della popstar, per ritagliare un omaggio più positivo, che si tenesse lontano da possibili critiche.

Un personaggio che continua a far discutere

Michael Jackson è molto più di un mito. Se il suo nome è destinato a far parlare di sé ancora per decenni (come ci ricorda il celebre meme di TikTok secondo il quale ci sono numerosi suoi fan che devono ancora essere concepiti dai loro genitori) si deve al fatto che la sua figura fu un caso più unico che raro. MJ era un talento artistico di rarissima fattura, segnato da una storia familiare cruda e violenta, nella quale non solo non ha potuto vivere in tranquillità l’infanzia (come, va detto, capita a numerosi talenti precoci che sacrificano la serenità dei primi anni di vita per iniziare a costruire un’immagine e una carriera) ma ha anche fatto esperienza dell’avarizia e della crudeltà di un padre – manager che amava più il portafogli che i suoi figli. 

Fin dalla tenerissima età, Jackson ha vissuto con un riflettore puntato addosso. Tutte le sue vicende diventavano immediatamente, o quasi, note a livello mondiale. Ciò non può che aver causato enormi pressioni su un artista tanto fragile quanto talentuoso.

L’inizio ufficiale della carriera di Michael Jackson risale al giorno del suo settimo compleanno, il 29 agosto del 1965, presso il centro commerciale Big Top di Gary, nell’Indiana, dove risiedeva la famiglia. I Jackson 5 erano attivi da un anno ma non avevano mai avuto occasione di esibirsi in pubblico. Tra il 1966 e il 1968, il complesso si esibì come resident act presso il Chitlin’ Circuit, locale per soli neri piuttosto noto nel Midwest e abitualmente frequentato da spogliarellisti. Dover essere esposto fin da un’età così tenera ad atti libertini provocò alcuni traumi nel piccolo Michael, che faticò per tutta la vita a legarsi sentimentalmente in maniera stabile e costruttiva.

Il suo status di icona planetaria è dovuto probabilmente proprio all’incredibile dicotomia tra l’animale da palcoscenico, impareggiabile sotto i riflettori, e l’uomo, estremamente vulnerabile e timido nel privato. Questo ritratto è evidente anche nel film, il quale non arriva a narrare le battaglie legali che lo hanno visto coinvolto, tra gli anni ‘90 e i 2000, e tutti gli episodi che lo hanno riguardato nell’ultima fase della sua esistenza, dall’abuso di farmaci alla gestione della vitiligine fino alle feste tenute nel suo ranch da favola. 

La pellicola segue l’ordine cronologico della sua vita fino a tutti gli anni ‘80 e, quindi, ricalca anche lo sfortunato incidente subito negli studi della Pepsi (18 aprile 1984), quando una scintilla gli incendiò i capelli e ne danneggiò il cuoio capelluto. Tale episodio segnò profondamente il Michael uomo, che si scoprì fragile e debole di fronte agli imprevisti della vita, diversamente da come si sentiva quando si esibiva.

Michael Jackson è l’artista solista più premiato nella storia dello show-business (si contano oltre 1000 premi a suo nome) e un performer il cui talento è naturalmente fuori discussione, ma anche un uomo segnato da un’infanzia triste che, di fatto, gli è stata brutalmente sottratta e ha causato in lui una serie di traumi che, probabilmente, non ha mai risolto nel corso della vita. La stessa fascinazione verso Peter Pan, eterno bambino, culminata nell’edificazione del lussuoso ranch di Neverland, traduzione inglese dell’Isola che non c’è, è per alcuni un innocente meccanismo di coping messo in piedi per riappropriarsi degli anni che ha perduto per dedicarsi alla carriera mentre, per altri un chiaro sintomo di sviluppo interrotto

Perché ci piacciono così tanto le biopic?

Ultimamente, le biopic dedicate ai miti della musica stanno sfondando al cinema. La pellicola che ha consacrato questa moda (ma non quella che l’ha aperta) è stata Bohemian Rhapsody, dedicata ai Queen e, in particolare, alla figura del loro frontman, Freddie Mercury, nell’arco di tempo che lo ha portato dalla fondazione della band al celeberrimo Live Aid del 1985

Come anticipato, non si è trattato puramente della prima, dal momento che è uscita nel 2018 mentre sia Dreamgirls (ispirata alle Supremes) che Cadillac Records (dove si romanzano gli albori della leggendaria Chess Records) sono usciti precedentemente (2006 e 2008, rispettivamente); così come Straight Outta Compton (biopic sugli NWA, 2015), All Eyez On Me (film su Tupac, del 2017) e Notorious (lungometraggio dedicato a Notorious B.I.G., uscito nel 2009), soltanto per citare alcune delle ultime vicende musicali portate sul grande schermo. Il genere cinematografico, in realtà, esiste da decenni, ma è in questo periodo storico che sta davvero facendo tendenza. Negli ultimi 7 o 8 anni abbiamo avuto praticamente una biopic all’anno, talvolta persino di più: Rocketman è del 2019, Respect del 2021, Elvis del 2022, One Love; A Complete Unknown e Back to Black del 2024, A Better Man del 2025 e Michael, appunto, del 2026.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma, e ognuno dei film citati ha riscontrato buon successo. Hanno anche ricevuto svariate candidature agli Oscar e qualche trionfo. I biopic sui cantanti funzionano molto bene perché offrono un’esperienza assolutamente immersiva. Sfruttano la nostalgia verso artisti deceduti o lontani dalle scene e si fanno forza del legame emotivo che il pubblico ha già con le canzoni, prima di sedersi in sala. Trasformano brani orecchiabili, famosi e amatissimi in vere e proprie colonne sonore memorabili. Permettono agli spettatori di sbirciare dietro le quinte del successo e di avvicinarsi come non mai ai loro interpreti preferiti.

Anche nel caso, tutt’altro che raro a dire il vero, in cui la sceneggiatura presentasse difetti, buchi di trama o scelte ben precise, del regista o dei produttori, di non raccontare aspetti negativi, ambigui o contraddittori, i quali molto spesso caratterizzano la vita di queste icone mondiali, la potenza di un brano iconico riarrangiato e reinterpretato su schermo è in grado di cancellare ogni mancanza con un colpo di spugna. 

Il ponte temporale creato dalla musica riconnette i fan più storici e attempati a canzoni che hanno significato molto per loro e permette ai giovani di avvicinarsi a brani immortali – e sensibilmente migliori rispetto alla produzione musicale digitale di basso, se non infimo livello, che oggi va per la maggiore. 

La vita di una rockstar, condita da vittorie e sconfitte; successi clamorosi e tonfi rumorosi; eccessi e momenti fuori dalle righe, è un soggetto perfetto per il grande schermo. Raccontare il rapporto di Michael Jackson con suo padre che voleva essere il suo padrone; quello di Elton John o Freddie Mercury con una sessualità demonizzata; di Bob Marley con la politica; di Elvis Presley con le droghe o di Robbie Williams con il successo è spesso sinonimo di successo clamoroso al botteghino. 

Da un punto di vista puramente emozionale, gli attori preparano il personaggio in maniera tale da eseguire performance incredibili. Tipicamente cantano in playback, lasciando spazio alla potenza delle voci originali e limitandosi, per così dire, a ricreare movenze iconiche e inconfondibili. Questo genera un forte senso di meraviglia e ammirazione, innanzitutto nei fan dell’artista, ma anche negli spettatori occasionali curiosi di apprendere qualcosa di più sulla vita di un grande performer.

La musica può rilanciare il cinema?

L’avvento dei servizi streaming in abbonamento, da Netflix, il principale, a Disney+; da Amazon Prime a Hulu; da Paramount+ a HBO, e così via, ha messo in crisi il cinema. Il settore non attira più come faceva fino a qualche anno fa, e non si è mai davvero ripreso dalla chiusura delle sale dovuta al lockdown, sebbene i numeri di biglietti venduti siano inevitabilmente in rialzo, rispetto a un periodo nel quale i cinema non potevano proprio operare. 

La tendenza è comunque stata soltanto accelerata dal Coronavirus, non creata. Buona parte degli spettatori aveva già iniziato a preferire la comodità degli schermi casalinghi prima del 2020 e l’industria non ha mai davvero disdegnato questo cambiamento di abitudini, proponendo sempre più spesso pellicole visionabili direttamente sui servizi di streaming. Non si tratta soltanto delle produzioni pagate dalle stesse Netflix, Amazon o Disney: anche diverse major hollywoodiane hanno preso l’abitudine di cedere immediatamente i diritti di proiezione, anche in contemporanea con l’uscita del titolo in sala.

Le biopic sono uno di quei generi che si apprezzano in maniera molto diversa al cinema. Impianti audio potenti e schermi di dimensioni imponenti sono ideali per vivere una performance musicale. Il suono avvolgente e la facilità di cogliere ogni dettaglio del ritmo tenuto dal performer non potranno mai essere paragonabili all’esperienza di visione sullo schermo di una tv, di un computer o di uno smartphone.

Un settore che necessita di rilanciarsi, come quello cinematografico, deve puntare sulla musica, oltre che sui titoli di livello. L’uscita in sala di Michael, contemporanea a quella de Il Diavolo veste Prada 2, ha portato buoni incassi alle sale. La formula giusta sembra essere quella di avere due titoli di richiamo simultaneamente. Lo abbiamo visto quando uscirono Barbie e Oppenheimer, quando Dune Parte 2 tirò la volata a Beetlejuice Beetlejuice o quando Superman e Formula 1 attirarono in sala sia giovani sia meno giovani. 

Le biopic non possono essere il principale richiamo del cinema, ma hanno tutta la forza per dimostrarsi un companatico che può attirare in sala pubblico meno interessato alle epopee dei supereroi o alle tragiche storie d’amore. 

Se prendiamo in esame il periodo dell’uscita di Michael, alla fine di aprile, dobbiamo tenere in considerazione che il mese si aprì con l’uscita di Cime tempestose in versione pop, interpretato da Jacob Elordi e Margot Robbie, proseguì con il film dedicato al Re del Pop e il secondo Il Diavolo veste Prada, e lasciò spazio a un successo clamoroso come quello dell’angosciante thriller Obsession, che ha debuttato a inizio maggio. Una line up del genere ha portato moltissime persone a sedersi di fronte al grande schermo, perché comprende film che piacciono a spettatori molto differenti tra loro. Considerando che luglio ha segnato anche il ritorno in sala di Christopher Nolan, con la sua attesa versione dell’Odissea, possiamo attenderci un buon prosieguo di 2026 al cinema.

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