- Di cosa parleremo nell’articolo
- Elezioni Israele 2026: chi ha vinto e quanti seggi ha ottenuto
- Chi sono Netanyahu ed Eisenkot e cosa pensano della Palestina
- Benjamin Netanyahu: il premier della guerra a Gaza
- Gadi Eisenkot: l’ex generale che vuole sostituirlo
- Gli altri protagonisti dell’opposizione israeliana
- Il voto arabo-palestinese: 19 seggi e una rappresentanza storica
- Ultraortodossi, sionismo e servizio militare: le fratture della società israeliana
- Che cos’è il sionismo
- Ultraortodossi e sionisti religiosi: quali differenze?
- Perché gli ultraortodossi si oppongono alla leva
- Shas e UTJ: i partiti degli ultraortodossi
- Chi governerà Israele? Le possibili coalizioni
- IPOTESI 1: Un governo Eisenkot con il sostegno dei partiti arabi
- IPOTESI 2: Un accordo con i partiti ultraortodossi
- IPOTESI 3: Un governo di unità nazionale
- IPOTESI 4: Il rischio di tornare alle urne
- Cosa cambia per Gaza e Cisgiordania?
- Le conseguenze per i giovani di Israele e Palestina
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Netanyahu non ha più i numeri per governare, Eisenkot cerca una maggioranza e i partiti arabo-palestinesi conquistano 19 seggi. Ecco chi ha vinto, quali sono gli ostacoli alle alleanze e perché un cambio di governo potrebbe non cambiare il futuro di Gaza e Cisgiordania.

Di cosa parleremo nell’articolo
- Elezioni Israele 2026: chi ha vinto e quanti seggi ha ottenuto
- Chi sono Netanyahu ed Eisenkot e cosa pensano della Palestina
- Gli altri protagonisti dell’opposizione israeliana
- Il voto arabo-palestinese: 19 seggi e una rappresentanza storica
- Ultraortodossi, sionismo e servizio militare: le fratture della società israeliana
- Chi governerà Israele? Le possibili coalizioni
- Cosa cambia per Gaza e Cisgiordania?
- Le conseguenze per i giovani
Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 hanno lasciato entrambi i principali schieramenti senza una maggioranza. Benjamin Netanyahu non ha più i numeri per governare con i suoi alleati, ma il suo avversario Gadi Eisenkot non dispone di un’alternativa già pronta. Il risultato delle liste arabe mette alla prova la disponibilità dei partiti ebraici a collaborare con loro.
Le trattative si aprono in un Paese attraversato da profonde fratture politiche, religiose e sociali. Sullo sfondo rimangono le conseguenze della guerra a Gaza, l’occupazione della Cisgiordania e il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Elezioni Israele 2026: chi ha vinto e quanti seggi ha ottenuto
Il 27 ottobre gli israeliani hanno eletto i 120 membri della Knesset, il Parlamento nazionale. Per ottenere la maggioranza assoluta sono necessari almeno 61 seggi. Secondo il conteggio completo pubblicato dalla Commissione elettorale il 30 ottobre, il blocco che sostiene Netanyahu ha conquistato 53 seggi, contro i 48 dello schieramento guidato da Eisenkot. I restanti 19 sono andati alle due liste arabe, che nella precedente legislatura disponevano complessivamente di 10 parlamentari.
Il Likud di Netanyahu rimane il primo partito con 27 seggi, seguito da Yashar, la formazione fondata da Eisenkot, con 21. B’Yachad, la lista di Naftali Bennett e Yair Lapid, ne ottiene 12; la Lista congiunta araba 11, mentre i Democratici e Ra’am conquistano 8 seggi ciascuno.
Seguono Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e Giudaismo Unito della Torah, con 7 seggi ciascuno. Shas e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich ne ottengono 6 a testa.
L’affluenza nazionale raggiunge il 77,9%, la più elevata degli ultimi decenni. I risultati saranno formalmente presentati al presidente Isaac Herzog il 4 novembre.
Netanyahu perde 15 seggi rispetto alla precedente maggioranza. La difficoltà di raggiungere i 61 seggi non rappresenta una novità nella politica israeliana, storicamente caratterizzata da governi di coalizione. Questa volta gli ostacoli riguardano soprattutto la partecipazione dei partiti arabi, il servizio militare degli ultraortodossi e la questione palestinese: temi sui quali le forze dell’opposizione hanno posizioni molto differenti.

Chi sono Netanyahu ed Eisenkot e cosa pensano della Palestina
Le divergenze tra Netanyahu ed Eisenkot riguardano la leadership, la gestione delle istituzioni e le responsabilità per il 7 ottobre. Sulla sovranità palestinese, invece, emergono anche importanti convergenze.
Benjamin Netanyahu: il premier della guerra a Gaza
Benjamin Netanyahu guida il Likud, principale formazione della destra israeliana. È il primo ministro rimasto più a lungo alla guida del Paese e, dal dicembre 2022, governa con una coalizione che comprende partiti nazionalisti, religiosi e di estrema destra. Tra i suoi alleati figurano Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, e Bezalel Smotrich, esponente del Sionismo Religioso. Entrambi sostengono l’espansione del controllo israeliano sui territori palestinesi e si oppongono alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Netanyahu era alla guida del governo il 7 ottobre 2023, quando Hamas e altri gruppi armati attaccarono Israele, uccidendo circa 1.200 persone, tra civili e appartenenti alle forze di sicurezza, e prendendo numerosi ostaggi.
La ricostruzione di quella giornata solleva ancora interrogativi sulle responsabilità dell’esercito e delle istituzioni israeliane. Le inchieste del quotidiano Haaretz e le indagini della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite hanno documentato episodi riconducibili alla cosiddetta direttiva Annibale, una controversa procedura militare concepita per impedire la cattura di soldati israeliani.
Nel rapporto pubblicato nel giugno 2024, la Commissione ONU ha documentato l’impiego della direttiva in alcune circostanze e concluso che il fuoco israeliano ha provocato la morte di almeno 14 civili israeliani. Non ha però stabilito una quantificazione complessiva di tutte le vittime potenzialmente causate dalle forze israeliane durante gli attacchi.
Netanyahu è stato criticato per essersi opposto all’istituzione di una commissione statale indipendente d’inchiesta sul 7 ottobre. La successiva offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza ha provocato decine di migliaia di vittime palestinesi, distruzioni estese e una gravissima crisi umanitaria.
Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze israeliane hanno commesso genocidio contro i palestinesi di Gaza. Alla stessa conclusione è giunta l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, nel rapporto Our Genocide, pubblicato nel luglio dello stesso anno. Il governo israeliano respinge queste accuse, mentre le responsabilità giuridiche rimangono oggetto di procedimenti internazionali.
Il riconoscimento di uno Stato palestinese incontra una forte opposizione, soprattutto tra la popolazione ebraica israeliana. Secondo un sondaggio dell’Institute for National Security Studies del giugno 2026, il 25% degli intervistati sosteneva la soluzione dei due Stati, il 27% preferiva una separazione dai palestinesi e un altro 25% l’annessione completa senza riconoscere loro diritti civili. Tra gli intervistati arabi, invece, il 57% sosteneva la soluzione dei due Stati. Netanyahu continua a opporsi alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente e difende il mantenimento del controllo israeliano sulla sicurezza.
Gadi Eisenkot: l’ex generale che vuole sostituirlo
Gadi Eisenkot, fondatore di Yashar, è stato capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano dal 2015 al 2019. Dopo gli attacchi del 7 ottobre entrò nel governo di emergenza, partecipando come osservatore alle riunioni del gabinetto di guerra ristretto. Nel dicembre 2023 perse il figlio Gal, venticinquenne, morto mentre combatteva nella Striscia di Gaza. Durante il periodo di lutto tornò a partecipare alle riunioni del gabinetto.
Nel giugno 2024 lasciò il governo insieme a Benny Gantz, criticando Netanyahu per la gestione strategica del conflitto, per le decisioni sulla liberazione degli ostaggi e per l’assenza di un piano convincente per il dopoguerra.
Eisenkot è legato alla cosiddetta dottrina Dahiya, una strategia militare da lui illustrata nel 2008 che contemplava l’impiego di una forza estremamente intensa e distruzioni estese delle infrastrutture nelle aree dalle quali Hezbollah avesse condotto attacchi contro Israele. L’ex generale continua, inoltre, a opporsi alla nascita di uno Stato palestinese indipendente, sostenendo che Israele debba mantenere una responsabilità predominante sulla sicurezza.
Ha costruito la propria campagna elettorale sull’obiettivo di sostituire Netanyahu, accusandolo di responsabilità politiche per le falle nel sistema di sicurezza israeliano emerse durante gli attacchi del 7 ottobre 2023.

Gli altri protagonisti dell’opposizione israeliana
Il fronte che sostiene Eisenkot riunisce leader con storie e orientamenti differenti, accomunati dalla volontà di sostituire Netanyahu.
Naftali Bennett e Yair Lapid
Naftali Bennett è stato primo ministro tra il 2021 e il 2022. Proviene dalla destra nazionalista e religiosa e si oppone alla nascita di uno Stato palestinese indipendente. Nel 2021 guidò un governo sostenuto anche da Ra’am, il partito arabo di Mansour Abbas.
Yair Lapid, ex giornalista e primo ministro nel 2022, rappresenta invece un’area centrista e liberale. Durante il suo mandato sostenne pubblicamente la prospettiva dei due Stati, subordinandola a precise condizioni di sicurezza per Israele. Alle elezioni del 2026 Bennett e Lapid si sono presentati insieme nella lista B’Yachad, che ha ottenuto 12 seggi.
Avigdor Lieberman
Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beytenu ed ex ministro della Difesa, proviene dalla destra laica israeliana e sostiene una linea rigorosa sulle questioni di sicurezza. Una delle sue principali battaglie politiche riguarda l’obbligo del servizio militare per gli ebrei ultraortodossi, che storicamente hanno beneficiato di esenzioni o rinvii. Il suo partito ha conquistato 7 seggi.
Yair Golan e i Democratici
Yair Golan è un ex vicecapo di Stato maggiore dell’esercito israeliano e guida i Democratici, formazione nata dall’unione tra il Partito Laburista e Meretz. Si è distinto per le critiche a Netanyahu, alle violenze dei coloni estremisti in Cisgiordania e all’assenza di una prospettiva politica per risolvere il conflitto. Golan rappresenta una delle poche voci dell’opposizione favorevoli alla collaborazione con i partiti arabi per costruire un governo alternativo. I Democratici hanno ottenuto 8 seggi.
Il voto arabo-palestinese: 19 seggi e una rappresentanza storica
Secondo le dichiarazioni del leader della Lista congiunta Yousef Jabareen, l’affluenza dell’elettorato arabo è passata dal 38% del 2022 a quasi l’80% del 2026. Le due principali formazioni arabe hanno conquistato complessivamente 19 seggi, raggiungendo il massimo storico della rappresentanza parlamentare.
Il risultato riguarda i cittadini arabi israeliani, la cui condizione è diversa da quella dei palestinesi che vivono nei territori occupati. Rappresentano circa un quinto della popolazione dello Stato. Molti discendono dai palestinesi rimasti entro i suoi confini dopo la guerra del 1948, durante la quale centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case. È l’evento conosciuto come Nakba, termine arabo che significa catastrofe.
I cittadini arabi israeliani hanno diritto di voto alle elezioni della Knesset. I palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, invece, non eleggono il Parlamento israeliano. Lo stesso vale generalmente per i residenti palestinesi di Gerusalemme Est occupata, salvo coloro che hanno acquisito la cittadinanza israeliana. Il successo delle liste arabe riguarda quindi la rappresentanza politica dei cittadini palestinesi di Israele, pur potendo incidere anche sul dibattito relativo ai territori occupati.

Chi sono Mansour Abbas e Yousef Jabareen
La Lista congiunta, guidata da Yousef Jabareen, ha ottenuto 11 seggi. Riunisce forze differenti, tra cui Hadash, Ta’al e Balad, accomunate dalla richiesta di uguaglianza per i cittadini arabi israeliani e dal sostegno all’autodeterminazione palestinese.
Ra’am, guidato da Mansour Abbas, ha conquistato 8 seggi. È un partito di ispirazione islamica che negli ultimi anni ha adottato una strategia pragmatica, concentrandosi su istruzione, edilizia, servizi pubblici, investimenti e contrasto alla criminalità nelle comunità arabe. Le due formazioni condividono alcune rivendicazioni, ma adottano strategie politiche differenti.
Il precedente del governo Bennett-Lapid
Nel 2021 Ra’am entrò nella coalizione parlamentare guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Fu un passaggio storico: un partito arabo indipendente partecipava formalmente a una maggioranza di governo israeliana.
L’accordo contribuì all’approvazione di programmi pluriennali di investimento nelle comunità arabe, tra cui un piano da circa 30 miliardi di shekel per il periodo 2022-2026, destinato a ridurre le disuguaglianze in istruzione, infrastrutture, occupazione e servizi pubblici. L’attuazione degli interventi incontrò ritardi e difficoltà, ma il precedente mostrò che la partecipazione politica araba poteva tradursi in decisioni concrete. Sul riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente e sulla fine dell’occupazione della Cisgiordania, invece, quel governo non raggiunse un accordo.
Ultraortodossi, sionismo e servizio militare: le fratture della società israeliana
Anche il rapporto tra le comunità ebraiche ultraortodosse, le istituzioni dello Stato e l’obbligo del servizio militare pesa sulle trattative per il governo. Per orientarsi occorre distinguere le diverse correnti religiose e politiche presenti in Israele, a partire dal loro rapporto con il sionismo.
Che cos’è il sionismo
Il sionismo è il movimento nazionale ebraico sviluppatosi alla fine dell’Ottocento, in un’Europa segnata dall’antisemitismo e dalla crescita dei nazionalismi. Tra i suoi principali protagonisti vi fu Theodor Herzl, che nel 1896 pubblicò Lo Stato ebraico e nel 1897 promosse il primo congresso sionista a Basilea.
Il movimento perseguiva la costruzione di una patria nazionale per il popolo ebraico nella Palestina storica, territorio dal profondo significato religioso e culturale per gli ebrei e già abitato prevalentemente da una popolazione araba. Fin dalle origini, il sionismo comprendeva orientamenti differenti: laici, socialisti, liberali, nazionalisti e religiosi.
La nascita dello Stato di Israele nel 1948 rappresentò il principale risultato politico di quel movimento, ma coincise anche con la Nakba palestinese. Le diverse interpretazioni del sionismo continuano a influenzare il rapporto tra identità ebraica, istituzioni statali, religione e territorio.
Ultraortodossi e sionisti religiosi: quali differenze?
Gli ebrei ultraortodossi, conosciuti come haredim, attribuiscono un ruolo centrale allo studio della Torah, alla vita comunitaria e all’osservanza religiosa. Il loro rapporto con il sionismo è complesso. Alcune correnti rifiutano per ragioni teologiche la fondazione di uno Stato ebraico prima dell’arrivo del Messia. Altre partecipano alla vita politica israeliana, pur privilegiando l’autonomia religiosa e comunitaria.
Gli ultraortodossi non devono essere confusi con i sionisti religiosi nazionalisti. Questi ultimi, tra cui le formazioni vicine a Bezalel Smotrich, attribuiscono al controllo israeliano della Cisgiordania anche un significato religioso e sostengono l’espansione degli insediamenti.
Nel loro linguaggio politico, la Cisgiordania viene spesso indicata con i nomi biblici di «Giudea e Samaria». La denominazione è utilizzata anche nell’amministrazione israeliana, ma nella retorica della destra nazionalista religiosa assume un preciso significato politico: presentare quei territori come parte integrante della patria ebraica, rafforzando la rivendicazione israeliana e l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese sovrano.
Per molti haredim, invece, le principali priorità politiche riguardano l’istruzione religiosa, la tutela delle comunità e le esenzioni dal servizio militare.
Perché gli ultraortodossi si oppongono alla leva
In Israele il servizio militare obbligatorio riguarda gran parte dei cittadini ebrei, mentre gli studenti delle scuole religiose ultraortodosse hanno storicamente beneficiato di esenzioni o rinvii. Per molte famiglie haredim, dedicare la propria vita allo studio della Torah rappresenta un dovere religioso fondamentale. Per numerosi israeliani che prestano servizio nell’esercito, quelle esenzioni costituiscono invece una disparità nella distribuzione degli obblighi verso lo Stato.
Nel giugno 2024 la Corte Suprema israeliana ha stabilito che, in assenza di una base legislativa valida, il governo non potesse continuare a esentare indiscriminatamente gli studenti ultraortodossi dalla coscrizione. La questione è diventata ancora più controversa durante la guerra a Gaza, mentre migliaia di militari e riservisti venivano impegnati nelle operazioni.
Il tema è affrontato anche da Cecilia Sala nel documentario Ultraortodossi – Il nemico interno del sionismo, dedicato al rapporto tra comunità religiose, crescita demografica, Stato israeliano e obbligo militare. Le famiglie ultraortodosse hanno mediamente un numero di figli molto elevato. La crescita della loro popolazione rende sempre più importante il confronto su istruzione, lavoro, spesa pubblica e servizio militare.
Shas e UTJ: i partiti degli ultraortodossi
I due principali partiti ultraortodossi sono Shas e Giudaismo Unito della Torah, conosciuto come UTJ. Shas, guidato da Aryeh Deri, rappresenta soprattutto una parte dell’elettorato religioso sefardita e mizrahi, mentre UTJ è legato prevalentemente alle comunità ultraortodosse ashkenazite.
Alle elezioni del 27 ottobre hanno ottenuto rispettivamente 6 e 7 seggi, per un totale di 13 parlamentari. Tradizionalmente alleati di Netanyahu, i due partiti attribuiscono grande importanza alla tutela dell’istruzione religiosa e alle norme sull’arruolamento degli studenti delle yeshivot, le scuole dedicate allo studio dei testi sacri.
Chi governerà Israele? Le possibili coalizioni
Il presidente Isaac Herzog dovrà avviare le consultazioni e individuare il parlamentare con le maggiori possibilità di ottenere la fiducia della Knesset. I numeri consentono diverse combinazioni, ma ciascuna richiede accordi su questioni che hanno diviso i partiti durante la campagna elettorale.
IPOTESI 1: Un governo Eisenkot con il sostegno dei partiti arabi
La prima ipotesi riguarda un’intesa tra il fronte di Eisenkot e le liste arabe. Sommando i 48 seggi dell’opposizione ai 19 parlamentari arabo-palestinesi si raggiungerebbe quota 67, superiore alla maggioranza assoluta.
L’ostacolo principale riguarda le promesse elettorali. Yashar, B’Yachad e Yisrael Beytenu hanno escluso di formare una coalizione con i partiti arabi, mentre i Democratici di Yair Golan si sono mostrati favorevoli alla collaborazione. Una possibilità è il sostegno esterno delle formazioni arabe, che consentirebbe di appoggiare un governo senza parteciparvi con propri ministri.
Il 31 ottobre Ahmad Tibi, esponente della Lista congiunta, ha dichiarato la disponibilità del partito a sostenere dall’esterno un governo alternativo a Netanyahu, senza chiedere incarichi ministeriali. Il presidente della lista, Yousef Jabareen, ha inoltre riferito di primi contatti con alcuni leader dell’opposizione.
Tra le richieste avanzate figurano un piano contro la criminalità nelle comunità arabe, misure sulle demolizioni delle abitazioni palestinesi e l’avvio di un percorso diplomatico verso la costituzione di uno Stato palestinese. Quest’ultima condizione è particolarmente difficile da conciliare con le posizioni di Eisenkot e di altri partiti del suo schieramento.
IPOTESI 2: Un accordo con i partiti ultraortodossi
Un’altra ipotesi coinvolge Shas e Giudaismo Unito della Torah, che dispongono complessivamente di 13 seggi. Shas ha ribadito il proprio legame con Netanyahu, mentre alcuni esponenti di UTJ hanno mostrato maggiore apertura verso una possibile collaborazione con Eisenkot.
La principale difficoltà riguarda il servizio militare. Eisenkot e diversi suoi alleati hanno promesso di modificare il sistema delle esenzioni, mentre gli ultraortodossi chiedono garanzie per gli studenti delle scuole religiose. Un eventuale accordo richiederebbe quindi compromessi su uno dei temi più controversi della politica israeliana.
IPOTESI 3: Un governo di unità nazionale
Un terzo scenario riguarda una coalizione tra il Likud e alcune forze dell’opposizione, eventualmente senza il coinvolgimento dei partiti arabi. Una simile intesa consentirebbe di superare l’attuale frammentazione parlamentare, ma richiederebbe a diversi leader di rivedere gli impegni assunti durante la campagna elettorale.
Eisenkot ha costruito la propria candidatura sull’obiettivo di sostituire Netanyahu. Un accordo con il suo principale avversario rappresenterebbe quindi una scelta politicamente difficile da giustificare. Anche Netanyahu potrebbe incontrare resistenze da parte degli alleati religiosi e dell’estrema destra, soprattutto qualora l’intesa richiedesse di escluderli dal nuovo esecutivo.
IPOTESI 4: Il rischio di tornare alle urne
Se nessun candidato riuscisse a ottenere una maggioranza nei tempi previsti dalla legge, Israele potrebbe affrontare nuove elezioni.
I 19 deputati delle liste arabe possono risultare decisivi per costruire una maggioranza, ma alcune delle forze che avrebbero bisogno del loro sostegno continuano a escluderne la partecipazione al governo. La possibilità di un accordo dipenderà dalla disponibilità a rivedere queste posizioni e a negoziare sulle richieste delle diverse forze.

Cosa cambia per Gaza e Cisgiordania?
Un governo guidato da Eisenkot potrebbe modificare il rapporto tra potere politico e istituzioni, promuovere una diversa gestione delle responsabilità del 7 ottobre e introdurre cambiamenti nelle politiche interne.
La sostituzione del premier non garantirebbe però la fine dell’occupazione della Cisgiordania, l’arresto dell’espansione degli insediamenti o il riconoscimento della sovranità palestinese. L’opposizione a Netanyahu comprende sia formazioni favorevoli alla prospettiva dei due Stati sia partiti che la rifiutano apertamente.
Anche la presenza dei partiti arabi in una maggioranza potrebbe produrre risultati differenti a seconda degli accordi raggiunti. L’esperienza del 2021 dimostra che è possibile ottenere programmi di investimento per le comunità arabe israeliane senza raggiungere un’intesa sulla questione palestinese.
I palestinesi di Gaza e Cisgiordania continueranno a subire direttamente le conseguenze delle decisioni del governo israeliano. Il loro futuro dipenderà dalle politiche del nuovo esecutivo, non soltanto da chi riuscirà a guidarlo.
Le conseguenze per i giovani di Israele e Palestina
I giovani cittadini israeliani si confrontano con le conseguenze del servizio militare, della guerra, della mobilitazione dei riservisti e delle divisioni politiche e religiose. La crescita demografica delle comunità ultraortodosse pone inoltre nuovi interrogativi sulla distribuzione degli obblighi e delle risorse dello Stato.
I giovani cittadini arabi israeliani affrontano le conseguenze delle disuguaglianze sociali, della criminalità nelle proprie comunità e delle difficoltà di accesso alle stesse opportunità economiche e politiche dei connazionali ebrei.
Per i giovani palestinesi di Gaza e Cisgiordania, il futuro rimane strettamente legato alle condizioni di vita nei territori occupati, alle conseguenze della guerra e alle possibilità di autodeterminazione.
Resta da capire quanto spazio il prossimo governo riconoscerà a queste esigenze. Le trattative per la maggioranza decideranno chi governerà Israele; saranno poi le scelte dell’esecutivo a mostrare se il voto avrà aperto una prospettiva diversa anche per i palestinesi.
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