- La “gara delle promesse elettorali” si scontra con il debito pubblico
- Parliamo di numeri concreti…
- Il DDL S. 550 obbligherebbe la politica italiana alla trasparenza
- Perché il DDL Cottarelli è così importante per la nostra generazione?
- È davvero impossibile chiedere: “Quanto mi costa?”
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La campagna “Quanto mi costa?” vuole combattere le promesse irrealizzabili dei partiti in campagna elettorale. Per la Gen Z, impossibile è accettare una politica che non racconta la verità.
Ad ogni campagna elettorale, la politica sforna un “libro dei sogni” pieno di promesse allettanti, ma sistematicamente prive di coperture finanziarie. Il risultato è un debito pubblico che ha superato i 3.100 miliardi di euro e che rischia di ipotecare del tutto il futuro delle nuove generazioni. Ma è davvero impossibile pretendere trasparenza prima di dare il nostro voto? In questo articolo analizziamo i dati reali del problema e vi raccontiamo perché il DDL Cottarelli e la campagna “Quanto mi costa?” puntano a dire basta alle scorciatoie contabili e pretendere una politica responsabile e ancorata alla realtà.
La “gara delle promesse elettorali” si scontra con il debito pubblico
Nel corso di ogni campagna elettorale, le forze politiche in competizione rispettano una regola mai infranta, che nessuno ha il coraggio di mettere davvero in discussione, a cominciare dai media: comprare il voto dei cittadini con promesse matematicamente irrealizzabili e scaricarne il costo sulle generazioni future, sotto forma di nuovo debito pubblico.
Alla fine di ogni legislatura, si ripete una gara passivamente accettata a chi “vende” il prodotto più allettante, a chi scrive il libro dei sogni più lungo, a chi “osa di più”, fingendo di ignorare gli oltre tremila miliardi di debito che gravano sul nostro Paese. Infatti, secondo le proiezioni del Programma di Stabilità del Governo italiano e del Fondo Monetario Internazionale (vedi il portale ufficiale FMI dedicato all’Italia), ad oggi l’Italia rischia di attestarsi come il Paese più indebitato dell’Eurozona, superando i 3100 miliardi di euro. Questo a fronte di uno scenario di crescita del PIL che conferma una sostanziale stagnazione, attestandosi intorno allo 0,5% per il 2026. Il dato trova riscontro nelle previsioni macroeconomiche pubblicate dalla Commissione Europea (vedi il report di monitoraggio economico della Commissione Europea) e dal FMI sopra citato.

La diffusa percezione che l’esito elettorale sia ininfluente, indipendentemente dal colore politico delle maggioranze e dei governi, nasce proprio dal fatto che qualsiasi esecutivo si trova costretto a darsi un limite quando è posto di fronte ad un vincolo strutturale che ostacola tutti allo stesso modo: il bilancio dello Stato.
Non appena si supera il momento del voto e qualcuno riesce ad entrare a Palazzo Chigi, la situazione diventa improvvisamente chiaro e la gara delle promesse elettorali ha la sua conclusione prestabilita: non c’è margine, bisogna deludere i propri elettori, oppure tentare di dare loro soddisfazione in minima parte, accumulando debito. Così, alla tornata successiva, si lascerà il posto al “nuovo che avanza”, che a sua volta si troverà presto sommerso dal “vecchio” problema ulteriormente aggravato dei conti pubblici da far quadrare. E, nel frattempo, si perderanno per strada altri cittadini, sempre più sfiduciati e scontenti da una classe politica consapevole di promettere molto più di ciò che è in grado di realizzare con risorse reali.

Parliamo di numeri concreti…
Nel 2022, Pagella Politica rivelò che il 96% delle promesse elettorali contenute nei programmi dei principali schieramenti politici non indicava come sarebbe stato finanziato l’intervento proposto (leggi l’articolo qui).
Solo 13 misure riportavano in modo esplicito una copertura finanziaria: 13 su 328.

Fonte: Pagella Politica
Ad esempio, all’interno della coalizione di centro-destra, poi uscita vittoriosa dalle elezioni, le misure combinate proposte dai singoli partiti avrebbero comportato un aumento di costi annui per lo Stato stimato tra i 111 e i 165 miliardi di euro, in base all’analisi mirata dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (portale OCPI).
Per comprendere il fatto che stiamo parlando di numeri astronomici, basta tenere presente l’entità dell’ultima manovra finanziaria che è stata approvata nel nostro Paese, vale a dire la Legge di Bilancio 2026, che ha previsto un intervento complessivo di circa 22 miliardi di euro (focus sulla Legge di Bilancio 2026 della Presidenza del Consiglio).
Come abbiamo visto, si tratta di una cifra ben lontana da quella del costo reale delle misure combinate promesse in campagna elettorale dai partiti della coalizione di centro-destra: tra le più impattanti (sempre secondo l’analisi dell’OCPI), superamento della Legge Fornero, tagli drastici dell’IRPEF e progetti di Flat Tax.
A fronte dei dati economici e dei limiti inequivocabili che questi pongono ai policy makers italiani, ha senso continuare ad accettare una così evidente mancanza di trasparenza e serietà?
Il DDL S. 550 obbligherebbe la politica italiana alla trasparenza
Insieme alla Fondazione Luigi Einaudi, l’economista ed ex senatore del Partito Democratico Carlo Cottarelli promuove la campagna “Quanto mi costa?”, nata per riportare in Parlamento il disegno di legge promosso da Cottarelli stesso prima di dare le proprie dimissioni (il 31 maggio 2023).
Il DDL S. 550 – rubricato “Misure per la trasparenza dei programmi elettorali dei partiti” (scarica il documento intero in PDF) – obbligherebbe i partiti che si presentano alle elezioni politiche a rispondere proprio alla domanda che dà il nome alla campagna: “Quanto mi costa?”.
- Il cuore del ddl sarebbe infatti l’obbligo per i partiti di allegare alle misure proposte le coperture economiche, l’eventuale ricorso al deficit (da dichiarare esplicitamente) e la proiezione dettagliata delle conseguenze sui conti pubblici per i successivi cinque anni della legislatura.
A livello giuridico, la TRASPARENZA diventerebbe cioè un requisito di regolarità formale per il deposito dei programmi associati ai simboli elettorali.
- Le stime sarebbero poi sottoposte alla valutazione tecnica di un organo indipendente e super partes: l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB).
Tale analisi darebbe agli elettori strumenti di confronto oggettivi e certificati per valutare la serietà delle forze politiche che chiedono il voto per guidare il Paese, il che renderebbe più facile la perdita di credibilità di chi falsifica le stime delle coperture economiche o vende un programma oggettivamente irrealizzabile.

L’impostazione di fondo del ddl non intende limitare la libertà politica o imporre un tetto alla spesa o ai contenuti ideologici dei programmi: ogni schieramento resterebbe libero di proporre la propria visione economica (che sia orientata a tagli delle tasse o maggiore spesa in welfare), ma verrebbe introdotto il principio inderogabile secondo cui la libertà politica non può coincidere con l’elusione dell’aritmetica e dei conti pubblici.
Perché il DDL Cottarelli è così importante per la nostra generazione?
La Generazione Z è nata e cresce oggi con il sottofondo del ritornello pessimista e disfattista per cui “in Italia non cambia mai nulla” e quindi non si può che rassegnarsi al malfunzionamento cronico del sistema. Chi è ventenne nel decennio che stiamo vivendo viene incentivato (oserei dire “indottrinato”) sin da giovanissimo ad un atteggiamento passivo e scoraggiato nei confronti della politica e della possibilità di riformare il proprio Paese. Un interrogativo che spesso mi sono posta è: “chi trae vantaggio da questo atteggiamento?”. E, ad un certo punto, mi sono anche data una risposta: non i giovani, non noi, ma qualcun altro.
Viste le condizioni determinate da un sistema politico gerontocratico, conservatore nel profondo e incapace di assumersi la responsabilità delle proprie mille promesse, non biasimo i miei coetanei che scelgono di costruire la propria vita all’estero.
Non li biasimo, perché la loro scelta è naturale conseguenza dell’apatia e della disaffezione verso il nostro Paese che ci è stata inculcata fin da piccoli, per depredare l’Italia delle sue energie migliori, le uniche che potrebbero davvero rinnovarla e proiettarla nel futuro, scardinando un sistema marcio nel profondo, che favorisce sempre e solo gli stessi.
Nonostante ciò, io resto al cento per cento convinta che non sia ancora arrivato il momento di arrendersi allo status quo, non a vent’anni. Come molti altri del resto fanno, se mai deciderò di lasciare le mie radici, sarà solo dopo avere provato con tutta me stessa a promuovere il cambiamento ed essermi scontrata contro un muro di granito.
È davvero impossibile chiedere: “Quanto mi costa?”
Come è ovvio, il DDL Cottarelli non è la panacea di ogni male. Ma non arrendersi all’inerzia di chi dice che “in campagna elettorale si è sempre fatto così” è già una scintilla di cambiamento, che contribuisce a responsabilizzare la nostra classe politica e a selezionarla secondo quei criteri di serietà e competenza di cui l’Italia avrebbe più che mai bisogno.
Per contribuire ad accendere questa scintilla di cambiamento, un primo passo è firmare e condividere la petizione lanciata dalla Fondazione Luigi Einaudi su Change.org!
È davvero impossibile chiedere “quanto mi costa” a chi offre soluzioni destinate ad essere pagate dal denaro dei contribuenti attuali e futuri?
Secondo noi, impossibile è continuare ad accettare passivamente una politica che non racconta la verità.
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