- “Inside Job”: la serie tv di Netflix sui complotti
- I veri complotti esistono
- L’amplificazione del complotto attraverso i social media
- Vademecum sulle teorie del complotto
- Perché le teorie del complotto piacciono
- Perché diventano virali
- Come gestire i complottisti
- Cosa fare quando vedi una teoria del complotto
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- Supporta Il Progressista
Dalla pandemia in avanti abbiamo assistito a un’esplosione di teorie del complotto, diffuse soprattutto online e amplificate dai social.
In un contesto dove la disinformazione si mescola alla satira, persino serie come Inside Job (Netflix) hanno scelto di raccontare con ironia un mondo in cui tutti i complotti sono veri, per mostrarci quanto sia facile perdere il confine tra realtà e paranoia.
Proprio per affrontare questa emergenza informativa, è intervenuta perfino la Commissione Europea, che ha elaborato linee guida per riconoscere, gestire e disinnescare la disinformazione.
Ecco un piccolo manuale per capire come reagire — con metodo, empatia e spirito critico — quando ci troviamo davanti a chi vede complotti ovunque.
“Inside Job”: la serie tv di Netflix sui complotti
La serie animata Inside Job (Netflix) gioca proprio su questo meccanismo.
Ambientata in un mondo in cui tutte le teorie del complotto sono vere, segue le vicende della Cognito Inc., l’organizzazione segreta che manipola ogni evento globale: dai rettiliani ai finti allunaggi.
Attraverso la protagonista Reagan Ridley, una scienziata geniale ma socialmente disfunzionale, la serie mostra con ironia quanto sia assurdo credere che ogni cosa abbia un piano nascosto.
In modo paradossale, Inside Job diventa un antidoto culturale al complottismo, ricordandoci che ridere dei meccanismi del sospetto è uno dei modi migliori per non caderne vittime.
La serie si ispira molto a Rick e Morty ma non ha brillato, è stata tagliata dopo una sola stagione, detto questo vale la pena vederla se volete trovare tutti
La serie Inside Job che potete vedere su Netflix
I veri complotti esistono
Senza dubbio, i veri complotti esistono. Alla Volkswagen hanno complottato per falsificare i collaudi sulle emissioni dei motori diesel.
La National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti ha segretamente spiato milioni di utenti Internet.
L’industria del tabacco ha ingannato i consumatori e l’opinione pubblica riguardo agli effetti del fumo sulla salute.
Siamo venuti a conoscenza di questi complotti grazie a documenti interni, inchieste giornalistiche e rivelazioni di informatori interni (i cosiddetti whistleblower).
I veri complotti quindi esistono, ma raramente vengono scoperti con i ragionamenti dei complottisti.
In realtà si scoprono ragionando in modo più equilibrato, basandosi su prove verificabili e su un sano scetticismo.
Il pensiero complottista, invece, è caratterizzato da iperscetticismo verso qualunque informazione che non confermi la teoria, interpretazione forzata dei fatti e mancanza di coerenza.
L’amplificazione del complotto attraverso i social media
I social media sono ambienti dove chiunque può raggiungere in pochi secondi milioni di persone.
La mancanza di controlli e verifiche delle informazioni — come invece avviene nei giornali — favorisce la diffusione rapida della disinformazione, spesso alimentata da falsi profili o bot.
Le ricerche mostrano che i “consumatori” di teorie del complotto sono anche quelli più inclini a diffondere contenuti complottisti, alimentando un ciclo continuo di conferme reciproche.
Vademecum sulle teorie del complotto
Con la pandemia abbiamo assistito a un aumento di teorie del complotto dannose e fuorvianti, diffuse soprattutto online. Per fronteggiare questa emergenza informativa è intervenuta perfino la Commissione Europea.
La convinzione che eventi o situazioni siano manipolati da forze potenti con l’intento di nuocere si basa su sei elementi ricorrenti:
- Un presupposto complotto segreto;
- Un gruppo di cospiratori;
- “Prove” che sembrano confermare la teoria;
- L’idea che nulla accada per caso e tutto sia collegato;
- La divisione del mondo in buoni e cattivi;
- L’individuazione di un capro espiatorio.
Perché le teorie del complotto piacciono
Le teorie del complotto piacciono perché offrono una spiegazione semplice a eventi complessi, dando la sensazione di capire e controllare la realtà.
Il bisogno di chiarezza cresce nei periodi di incertezza — come durante la pandemia — e il complottismo trova terreno fertile, prendendo di mira la scienza, le istituzioni e le minoranze.
Perché diventano virali
Tutto parte da un sospetto: “A chi giova?”.
Da lì si costruisce una narrazione in cui ogni elemento, anche il più casuale, viene piegato a confermare la teoria.
Una volta in circolo, queste idee si diffondono rapidamente e sono difficili da confutare: chi prova a smontarle viene accusato di far parte del complotto stesso.
Molti le diffondono perché ci credono davvero, altri per provocare, manipolare o guadagnarci.
Le fonti? Internet, amici, parenti, gruppi social.
Come gestire i complottisti
Molti complottisti sono profondamente convinti delle loro idee.
La loro identità e visione del mondo ruotano attorno a queste credenze, e ogni argomento contrario può rafforzare la loro convinzione.
Per questo la Commissione Europea consiglia alcuni accorgimenti pratici:
- Incoraggia domande e un dibattito aperto;
- Chiedi informazioni dettagliate per stimolare l’autoriflessione;
- Cita persone che in passato sostenevano la teoria ma poi se ne sono distaccate;
- Usa un ampio ventaglio di fonti e mantieni un tono calmo;
- Non mettere in ridicolo nessuno, mostra empatia;
- Procedi gradualmente, concentrandoti su singoli fatti;
- Non insistere troppo: lascia tempo per riflettere.
La derisione non serve. La pazienza sì.
Cosa fare quando vedi una teoria del complotto
Se sei certo di aver individuato una teoria del complotto, non ignorarla, ma reagisci con metodo:
- Sui social, non condividere il post ma commenta fornendo informazioni verificate;
- Su siti e blog, non diffondere la notizia falsa: contatta l’autore o il web manager e chiedi la rettifica;
- Sui giornali, segnala al comitato di redazione o al garante per la stampa locale/nazionale.
Solo così si può ridurre la diffusione della disinformazione e mantenere uno spazio informativo sano e credibile.
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