- Come è organizzato il percorso di studi in medicina?
- Il primo cortocircuito: troppe ore impiegate male
- Come sopravvivono gli studenti?
- Il secondo cortocircuito: docenti anziani, lezioni vecchie
- Così tante lezioni servono davvero?
- I tirocini: sempre più contingentati
- Siamo pronti a fare i medici? No
- Le soluzioni alla carenza di medici in Italia
Studiare Medicina in Italia tra sogni e realtà: lezioni infinite, pochi tirocini e medici lasciati soli. Ecco cosa significa davvero diventare medico oggi nel Belpase.

Chi scrive questo articolo? Camilla Fois è studentessa di Medicina al Quinto Anno all’Università di Cagliari.
I sogni son desideri cantava Cenerentola nel classico film Disney. Nei decenni tantissimi ragazzi, ispirati dalle avventure di Meredith e Cristina al Seattle Grey Hospital e dal non empatico Gregory House, hanno deciso di intraprendere uno dei percorsi di studi più lunghi e faticosi del panorama universitario italiano (e mondiale):
la facoltà di Medicina e Chirurgia. Ma è tutto oro quello che luccica? Come è la realtà universitaria dei Medstudent?
Come è organizzato il percorso di studi in medicina?
Il percorso di studi di Medicina e Chirurgia è organizzato in sei anni. Fino al 2024 si accedeva al corso dopo un test di ingresso, cambiato tantissime volte dal 1997, il primo anno in cui è stato introdotto. Adesso con l’adozione del semestre filtro le dinamiche sono diverse. Vi racconto come ho vissuto io l’ingresso nel mondo universitario e il bagno di verità a cui ho assistito, tra sogni e realtà.
I primi anni le materie che si studiano sono le precliniche: un’infarcitura di chimica, biologia, fisica, istologia, anatomia, microbiologia, fisiologia… che poco hanno a che fare con il futuro lavoro del medico. Le possiamo definire senza giri di parole: noiose e lunghe.
Uno studente di medicina, soprattutto nei primi anni, si troverà a frequentare tantissime ore di lezioni, il secondo anno, nel 2021, sono arrivata a dover essere in università dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19, con in mezzo due ore di pausa pranzo.
Il primo cortocircuito: troppe ore impiegate male
Se una persona è dentro un’aula universitaria così tante ore quando si dedica allo studio?
La giornata è di ventiquattro ore per tutti, e oltre queste dieci ore di università dobbiamo aggiungere gli spostamenti (di durata variabile per chi è in sede o pendolare, se possiede un’auto o no), la gestione di una casa per gli studenti fuorisede, magari qualche evento sociale: un aperitivo, la palestra o una chiacchiera su una panchina con un amico.
Come sopravvivono gli studenti?
Gli studenti per arginare il problema utilizzano diverse strategie: la più comune è studiare durante le lezioni. Nella maggior parte dei casi, infatti, le lezioni non sono arricchenti; esse sono rilegate ancora al vecchio metodo, la lezione frontale.
Il professore ha un file contenente migliaia di slides, (nel 90% dei casi le stesse del 2007, quando ha iniziato a insegnare schiavo – ops – “ assistente” del precedente barone universitario) durante la lezione legge queste slide, senza pathos, senza trasporto. Gli studenti frequentano solo per la presenza, obbligatoria a livello europeo.
Il segreto di pulcinella di tantissimi atenei universitari è la frequenza alle lezioni: nonostante sia teoricamente obbligatoria, tantissimi studenti non si presentano MAI a lezione, se non per qualche rarissimo contrappello, turno di raccolta firme, registrazione lezione da sbobinare, e riescono a sostenere comunque l’esame brillantemente.
Il secondo cortocircuito: docenti anziani, lezioni vecchie
Perché se le lezioni sono obbligatorie e quindi tecnicamente indispensabili per lo studente si riesce comunque ad essere brillanti studiando “da autodidatta”?
Lo studente di medicina nella maggior parte dei casi non acquista libri, si usano dispense e sbobine, (trascrizione delle lezioni dei professori), my personal trainer, wikipedia, e ora anche l’intelligenza artificiale.
Questo accade perché le lezioni non sono a prova di ragazzo della generazione, sono cristallizzate in un tempo passato, perché si è sempre fatto così e docenti e studenti sono molto restii al cambiamento; i professori universitari che insegnano sono molto vecchi, non di rado un docente può insegnare e interrogare fin oltre i settanta anni non avendo voglia di imparare tecniche innovative per appassionare le nuove generazioni di studenti.
Così tante lezioni servono davvero?
Come per altri corsi di laurea, noi italiani siamo i più preparati sul campo teorico: apprendiamo tantissime nozioni, sappiamo a memoria la più remota eziologia di una patologia, la patogenesi di quella malattia che colpisce solo dieci persone in un’isola del Pacifico, poi ci laureiamo senza saper svolgere la professione autonomamente.
I tirocini: sempre più contingentati
Come per tutti i corsi di laurea professionalizzanti (infermieristica, ostetricia) per imparare il mestiere sono necessarie moltissime ore di pratica dal vivo, sui pazienti. I tirocini tuttavia sono sempre più contingentati. Perché?
Negli anni il numero di studenti nelle facoltà di medicina è aumentato esponenzialmente, siamo passati da 9983 posti disponibili per aspiranti medici nel 2014 (comprese università private e i corsi in lingua inglese) a 20867 posti disponibili nel 2024. Più del doppio.
La situazione negli ospedali pubblici, però, non è cambiata in dieci anni, anzi, è peggiorata: liste d’attesa sempre più lunghe, fuga dei medici strutturati in ospedali privati, chiusura di reparti. E gli studenti di medicina?.
Beh come possiamo immaginare se la situazione negli ospedali pubblici è peggiorata così tanto è automatico pensare che non c’è posto per ventimila studenti che devono frequentare i reparti per imparare la professione, gli studenti nei reparti sono d’intralcio e reggono i muri.
I medici e gli specializzandi sono così oberati di lavoro, soprattutto burocratico, (compilare cartelle cartacee, utilizzare programmi informatici diversi per dimissioni, piani terapeutici, lettura di cartelle) che non hanno il tempo materiale per seguire le giovani leve, e come biasimarli?
Siamo pronti a fare i medici? No
Dopo la laurea siamo abilitati alla professione di medico chirurgo e possiamo, dal giorno dopo la laurea (non consideriamo per il momento le diverse adempienze burocratiche) possiamo lavorare: nelle strutture di continuità assistenziale, (guardie mediche) medici in gare sportive, sostituzioni di medici di medicina generale, RSA, addirittura nei pronto soccorso.
Siamo davvero pronti ad affrontare diverse situazioni potenzialmente letali o dobbiamo imparare sul campo, sperando che non ci scappi il morto durante il nostro turno? Purtroppo la seconda.
E le responsabilità aumentano: in Sardegna con i fondi del PNRR nel 2026 apriranno numerose Case della Salute, ogni centro avrà a disposizione anche un ecografo e un macchinario per l’ECG.
I giovani medici non sono autonomi neanche nelle azioni più basilari come svolgere l’anamnesi, effettuare un corretto esame obiettivo, utilizzare i sistemi informatici per la compilazione delle ricette, figurati usare un ecografo o un ECG.
Le soluzioni alla carenza di medici in Italia
Io purtroppo non ho ancora la sfera di cristallo o la lampada di Aladino, non so bene come risolvere il problema ma credo che bisognerà scomodare la politica, come?
Ridurre gli accessi a medicina se non si vorrà rischiare l’ormai certa pletora medica, sbloccare il tetto di assunzioni negli ospedali, aumentare gli stipendi, aumentare le ore di tirocinio in ospedale per gli studenti (tagliando parti di numerosi esami ridondanti).
Se non si farà a rischiare le penne saranno i pazienti, soprattutto i più fragili.