Tra burocrazia infinita e tribunali, l’Italia costringe i ragazzi trans (e non solo loro) all’esilio sanitario.
Questa mattina ho intervistato Sasha Oscar, un uomo-trans di 23 anni, uno dei quei ragazzi che è dovuto volare a Barcellona per operarsi, e riprendersi il proprio corpo.
Tra burocrazia infinita e tribunali, l’Italia costringe i ragazzi trans (e non solo loro) all’esilio sanitario. Questa mattina ho intervistato Sasha Oscar, un uomo-trans di 23 anni, uno dei quei ragazzi che è dovuto volare a Barcellona per operarsi, e riprendersi il proprio corpo.
Sasha è appena rientrato da Barcellona dalla sua operazione di mastectomia (l’intervento per rimuovere il seno), e mi accoglie con un sorriso contento.
Sa che in Spagna ha fatto quello che in Italia sembra un miraggio: operarsi senza dover chiedere il permesso a un giudice. Nel nostro Paese, l’iter per l’affermazione di genere è un labirinto che consuma la mente e il portafoglio, trasformando un diritto alla salute in una corsa a ostacoli per pochi privilegiati.
Ciao Sasha, sei appena rientrato da Barcellona. Ma prima di raccontarci cosa hai vissuto: come stai?
Sto davvero bene. Sono felice del viaggio che ho affrontato fino ad ora e sento di essermi tolto finalmente un peso di dosso. Un macigno che mi trascinavo dietro da anni…
Un pesante macigno dici… da quanto tempo lo sentivi addosso?
Dalla pubertà che ho iniziato a provare un profondo disagio con il mio corpo, come se fossi intrappolato in una gabbia. Era un malessere, una sensazione che non mi faceva vivere con serenità le giornate, né mentalmente né fisicamente. Anche all’interno della società, mi sentivo soffocare.
In che modo la società ti soffocava?
Sentivo il bisogno compulsivo di coprirmi per nascondere il mio vero corpo, per non far capire agli altri che in realtà non fossi un uomo. Vestivo con maglioni larghi, bandane, mi disegnavo i baffi. Non volevo che si accorgessero che ero biologicamente donna.
Certo, sentivo il bisogno di curare il mio aspetto per piacere e piacermi (sono un ragazzo molto vanitoso), ma in ogni caso mi sentivo occhi straniti addosso. E ormai credo che non importa quanto ti impegni per coprire, perché la gente che tu sia trans o etero, bianco o nero, giudicherà sempre.
Quindi ti sei sentito lo sguardo addosso degli altri per tutto questo tempo?
Sì, e non parlo di sguardi positivi. Ma di occhiatacce inquisitorie, come se loro sapessero che io in realtà mi stavo nascondendo…

Spero che qualcuno ti abbia fatto dei complimenti!
Molti di quelli che mi hanno fatto complimenti genuini per la bellezza appartengono per il 90% alla comunità LGBTQ+ : amici o persone aperte mentalmente, che conoscevano il mio percorso. Da loro non mi sono mai sentito giudicato.
Raccontaci del tuo coming out! Come hanno reagito le persone intorno a te?
Dopo gli anni delle scuole medie, e i primi anni di liceo inizio a comprendere che non potevo continuare così! Era uno strazio! E allora nel 2021 ho iniziato a cambiare i pronomi in they/them e definirmi non binario: mi andavano bene entrambi i pronomi. L’anno successivo ho scelto solo quelli maschili e nel 2023 ho fatto coming out definitivo. L’ho detto a poche persone, quelle che già sapevano della mia situazione, e che forse non avevano nemmeno bisogno di una mia conferma. A scuola, per esempio, non l’ho reso manifesto… dai, l’avranno capito AHAHAHAH
E a casa? Com’è stata accolta la notizia?
È stato un percorso più lungo. Ho dovuto spiegare con difficoltà ai miei genitori cosa significasse essere non binario, avere la disforia e voler cambiare. A volte non si considera questa difficoltà… e poi conta che sono il loro unico figlio, ed era difficile non farli sentire in colpa. È stata dura.
Ma hanno capito davvero dopo una volta al mare, quando hanno visto che non riuscivo a uscire se non indossavo il tape per coprire il petto.
Pensi che un po’ tutti vivano questa situazione?
Penso sia molto soggettivo, l’ambiente che hai intorno conta moltissimo. C’è chi fa coming out anche a 12 anni. Dipende molto anche dalle possibilità economiche che hai alle spalle.
Ora, col senno di poi, penso che il mio definirmi “non binario” è stata quasi una fuga dal sentirmi uomo… perché avrebbe significato risparmiare i soldi necessari alle operazioni, e forse mi avrebbe messo in una situazione più grande di me. È un tema di cui parlano in pochi: la disponibilità, e quindi la sicurezza, economica.
E allora parliamo del tuo cambiamento. Hai affrontato un percorso psicologico per accedere alla terapia ormonale. Come funziona il sistema italiano?
Per accedere alla terapia ormonale devi rivolgerti a centri che gestiscono i percorsi di transizione sia dal punto di vista medico che psicologico.
Ti viene assegnato uno psicologo che deve verificare che tu abbia effettivamente la disforia, e che sia pronto ad affrontare le conseguenze. È gratuito? Sì, esistono percorsi pubblici, ma ci metti una vita. Siamo pur sempre in Italia. Io mi sono affidato a un sistema privato di Milano, e ho pagato per non metterci anni. In Italia il problema sono sempre le tempistiche, e non solo per le persone trans, ma per tutti.
Una volta appurata la disforia, cosa succede?
Non è finita. Prima di accedere alla terapia devi andare da un endocrinologo, e anche lì i tempi di attesa sono lunghi nel pubblico. Una volta che hai la prescrizione inizi con il testosterone… dopo aver fatto le analisi. Ovvio. Ora che ci penso è una bella Odissea.
E a quel punto sei libero di fare tutto?
Magari. In Italia, una volta che inizi gli ormoni, devi aspettare 10 mesi solo per poter contattare un avvocato per avviare il cambio di documenti e del genere; solo se il giudice accetta, puoi fare le operazioni.
Tu che ti sei operato a Barcellona sei “illegale” allora?
Praticamente sì… ora sono un latitante -ride-. Devo pagarmi un avvocato per sistemare le cose. In Spagna però non hai bisogno di tutto questo iter burocratico: vai lì, paghi e ti operano. Per questo sono andato all’estero.
In Italia siamo ancora indietro: perché far aspettare un ragazzo così tanti mesi? È un’attesa che ti consuma, ti fa sentire sbagliato, un intoppo burocratico, un malato che “vuole troppo” dal sistema sanitario.
E tu hai deciso finalmente di rimuoverti il seno…
Sì, accettando il pesante impegno economico. Personalmente non nuoto nell’oro, ma non riuscivo più a sopportare quella sensazione di ingabbiamento. Il seno è il tratto più evidente della femminilità, e non riuscivo più a sopportarlo.

Come sei stato durante l’operazione?
Addormentato AHAHAHAHA. Mi hanno fatto l’anestesia totale, quindi non ho sentito nulla ovviamente. E calcola… erano le 06:00 di mattina. Quindi ho avuto una bella combo!
Non avevo paura, sapevo di star facendo qualcosa che desideravo da tantissimo tempo. Quando mi sono svegliato ero indolenzito, ma felice. Sono stato supportato da mia madre e un mio caro amico, per non dire i messaggi che mi sono arrivati la mattina stessa… ero felice. Non mi importava del dolore. Ero felice.
Ti sei sudato questo traguardo da solo allora?
Per tutto il mio percorso non mi ha dato niente nessuno, solo i miei genitori. Anche per questo mi sento felice. Mi sono impegnato da solo perché i tempi del pubblico erano troppo lunghi. Nel pubblico pagheresti solo il ticket, ma a quale prezzo in termini di tempo? T
Tutte le persone trans che conosco sono passate dal privato, perché diventa deleterio vivere senza accettarsi. Pensa vivere appeso al filo della burocrazia italiana, con già tutti le difficoltà che hai… non è giusto.
E tu pensi che in Italia le cose cambieranno?
Non nel breve periodo. Con l’attuale governo sicuramente no. Considera che ora si parla addirittura di aggiungere delle sedute minime dallo psichiatra -lo psichiatra!- per il nullaosta alla terapia ormonale.
E poi non dipende solo dalla politica,ma anche dalla coscienza personale. Ho avuto a che fare anche con medici palesemente transfobici che mi misgenderavano -nel pubblico-. Ci vuole umanità con tutti i “pazienti”.
Hai ragione, ma l’importante è che ora tu stia bene.
Si, ho ripreso la mia vita universitaria e sociale con serenità. Starò qualche giorno in malattia perché non posso muovermi ancora, sono una sottospecie di mummia… ma ora mi guardo allo specchio e mi riconosco.
—–
L’intervista è stata lunga ed è stato difficile non entrare in empatia con il carico che Sasha, e tante persone come lui, sono costretti a portarsi addosso. Il 17 maggio di ogni anno, la Giornata contro l’omotransfobia, e forse in Italia servirebbe fermarsi un secondo a riflettere. Come dice Sasha, la battaglia non è solo contro chi odia apertamente, ma contro un sistema silenzioso che ostacola, rallenta e non accoglie.
Essere “contro l’omotransfobia” non significa solo condannare l’insulto in strada, ma combattere una burocrazia che ti tratta come un intoppo e una sanità che ti costringe all’esilio. Perché non sentirsi accolti dallo Stato è, a tutti gli effetti, una forma di violenza istituzionale che non possiamo più ignorare.
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