Dire no con il conto corrente: tutte le banche che investono in armi

Vittorio Spagni

Il report ZeroArmi rivela e mette in classifica quanto il sistema bancario tradizionale sia intrecciato con l’industria bellica. E perché dire “no” con il proprio risparmio è più realistico che radicale.

Quando pensiamo ai “soldi in banca”, l’immagine mentale è sempre la stessa: un numero su un’app e una cifra che sale e scende, un qualcosa di tutto sommato neutro. I tuoi soldi però non restano mai davvero fermi: entrano in un circuito di prestiti e investimenti che finanziano attività o settori di cui spesso non sappiamo nulla. E la banca, che spesso ti mostra solo l’interfaccia del conto, decide al posto tuo dove farli lavorare.

Non stiamo parlando di scenari complottisti, ma di dati: linee di credito concesse, obbligazioni sottoscritte, servizi finanziari offerti a gruppi che producono armi o sistemi militari, tutto messo nero su bianco dal report ZeroArmi. Il punto, però, non è solo “cosa fanno le banche”, ma cosa succede ai tuoi risparmi quando scegli una banca piuttosto che un’altra. Perché, che tu lo voglia o no, il modo in cui quel denaro viene usato ha effetti molto concreti. La domanda vera, allora, diventa un’altra: se i tuoi soldi lavorano comunque, in che direzione vuoi che lo facciano?

La classifica di chi finanzia le armi

Come usa i tuoi soldi la banca?

C’è una domanda che quasi nessuno fa quando apre un conto o accede a fondi di investimento ed è probabilmente la più importante: “Come vengono usati i miei soldi dopo averli depositati?” Non è una domanda tecnica. È una domanda etica  e, come vedremo, politica, anche se può non sembrarlo. 

Partiamo da una precisazione, le banche non “tengono fermi” i depositi, perché il loro modello di business si regge sull’uso di quel denaro: raccolgono il risparmio e lo reimpiegano per attività più redditizie, esattamente come per gli investimenti. Per questo motivo, i risparmi che tieni fermi sul conto entrano silenziosamente in circolo nel sistema finanziario, finanziando imprese, filiere produttive e settori industriali con una sola priorità: guadagnare il più possibile.

È qui che prende forma l’inchiesta ZeroArmi, che ha messo in luce il solido legame tra banche e industria bellica, un settore in costante crescita da anni sia per impulso dei governi sia, in larga parte, per mezzo di capitali privati. Probabilmente anche i tuoi.

I legami tra il settore bellico e il sistema bancario

Il report ZeroArmi fa una cosa scomoda ma necessaria: ricostruisce i legami economici tra il sistema bancario e il settore bellico, usando nomi, relazioni e strumenti finanziari concreti. Un esempio? Analizza prestiti concessi a grandi gruppi del settore della difesa, partecipazioni a emissioni obbligazionarie e servizi di consulenza e collocamento per aziende produttrici armamenti o componenti militari. 

In pratica, se in superficie emergono solo le solite mirabolanti dichiarazioni sulla “sostenibilità” degli investimenti bancari, quando si entra nella parte del bilancio le parole cambiano: lì non si parla mai di valori morali o sociali, ma solo di esposizioni, di controvalori, guadagni e perdite.

Sia chiaro, ognuno è libero di dare i propri soldi a chi meglio crede. Il problema però non è tanto l’elenco dei finanziamenti eticamente discutibili di una banca, ma la consapevolezza che tutto questo si regge anche sui soldi di chi non sa nulla di queste connessioni. Infatti, i capitali utilizzati per sostenere determinati settori arrivano quasi sempre dal risparmio raccolto tra clienti privati e imprese con la sola promessa di ricavarne un guadagno, senza specificare come

Questo significa che anche chi ha “solo” mille euro sul conto, o un piccolo deposito, contribuisce con i propri risparmi a creare le condizioni per alimentare, anche indirettamente, una delle industrie più controverse al mondo.
Ovviamente non significa che la tua banca utilizzi tutto il tuo denaro per finanziare le armi, né che questa sia l’unica destinazione controversa dei suoi investimenti. Significa però che l’industria bellica rientra tra le filiere che ricevono sostegno anche grazie alla raccolta bancaria ordinaria, spesso senza che i clienti abbiano modo di saperlo o di esprimere un consenso informato.

E anche qui occorre una precisazione: il report si guarda bene dal dire che ogni correntista è a suo modo parte responsabile delle guerre nel mondo, sarebbe assurdo. Dice piuttosto una cosa molto chiara: finché non sai come vengono usati i tuoi soldi, li stai consegnando a scatola chiusa. E in quella scatola potrebbero esserci anche filiere che non avresti mai scelto di sostenere. ZeroArmi si propone esattamente questo, ovvero rendere visibile ciò che oggi, per la maggior parte dei clienti, è completamente opaco, così che la scelta della banca non sia più un atto automatico perché tutta la famiglia tiene da sempre lì i propri risparmi, ma una decisione informata.

La classifica: chi finanzia di più l’industria delle armi

Breve premessa: il report ZeroArmi è stato costruito con l’obiettivo di evitare semplificazioni e di restituire una fotografia comparativa del sistema bancario italiano. Per questo, piuttosto che limitarsi a dire chi finanzia il comparto militare e chi no, costruisce una scala di coinvolgimento basata su dati verificabili: partecipazioni azionarie, finanziamenti diretti, servizi legati all’export di armamenti.
Il risultato è una classifica che misura quanto il settore militare pesi realmente nelle attività dei principali istituti di credito italiani.

Fascia 0

Secondo ZeroArmi, Banca Etica è l’unico istituto analizzato con un coinvolgimento nullo nel comparto militare, collocandosi nella fascia 0–5 punti.
Il fatto che Banca Etica rappresenti un caso isolato non deve stupire. Il comparto della difesa è considerato molto redditizio e a domanda costante: restarne fuori significa rinunciare consapevolmente ad importanti opportunità di guadagno, salvo che  il mondo non decida improvvisamente di alzare bandiera bianca. 

Fascia 1

Subito sopra, in una fascia di coinvolgimento minimo (10–20 punti), si trovano Cassa Centrale Banca, BPER, Banco BPM e Cassa Depositi e Prestiti.
Queste banche, pur avendo avuto in passato relazioni anche più consistenti con il settore, hanno dimostrato agli analisti un’esposizione limitata nel contesto attuale, oltre che una maggiore disponibilità al confronto e alla trasparenza con il cliente.

Fascia 2

Salendo nella scala, il report individua una fascia di coinvolgimento moderato (20–40 punti) in cui rientrano Banca Mediolanum, Crédit Agricole Italia, Mediobanca e ICCREA.
In questi casi, il rapporto con l’industria bellica non è marginale, ma neppure strutturale: emerge piuttosto un modello in cui il settore delle armi è una delle tante aree di business, spesso poco visibile per i clienti ma economicamente rilevante.

Fascia 3

Infine, ZeroArmi segnala che Intesa Sanpaolo e Unicredit si collocano nella fascia di coinvolgimento significativo (40–60 punti).
Non si tratta di una scoperta sorprendente: sono i due gruppi con il maggiore flusso di cassa e con una presenza storica nei grandi dossier industriali e internazionali, compreso il comparto della difesa. Proprio per questo, il loro peso risulta decisivo nel determinare l’orientamento complessivo del sistema bancario italiano verso le imprese del settore militare, con una presenza ricorrente nelle loro attività finanziarie. 

Il dato acquista ulteriore peso se letto insieme alle dimensioni degli istituti: parliamo di banche che raccolgono oltre 500 miliardi di euro ciascuna e che gestiscono una parte enorme del risparmio italiano. Anche una quota relativamente piccola, quando passa attraverso soggetti di questa scala, smette di essere marginale.

Alla luce di questa classifica, occorre comunque fare una precisazione: questa classifica non serve a stilare graduatorie morali, ma a rendere visibile ciò che normalmente resta sepolto nei bilanci e nei servizi di investimento. Sapere dove si colloca la propria banca lungo questa scala significa poter decidere se quella esposizione è coerente o meno con le proprie convinzioni. Non obbliga a cambiare conto, ma toglie l’alibi del “non lo sapevo”.

Come funziona la finanza disarmata

A prima vista, “finanza disarmata” ha tutte le carte in regola per essere l’ennesima etichetta di marketing per ripulirsi l’immagine. In realtà, dietro c’è una domanda abbastanza semplice, che non è patrimonio esclusivo del mondo pacifista: è legittimo che i risparmi dei clienti finiscano, anche in piccola parte, a sostenere l’industria delle armi senza che loro lo sappiano? Ecco allora che intorno a questo interrogativo alcune realtà, tra cui Fondazione Finanza Etica e Banca Etica assieme a reti di associazioni e gruppi di cittadini, lavorano da oltre vent’anni con l’obiettivo di trasformarlo da slogan in pratica finanziaria.

L’idea di fondo è meno estrema di quanto sembri. Anziché partire dal presupposto che chi produce armi sia “il male assoluto” e tutto il resto “buono per definizione”, tiene conto di un semplice dato di realtà: il settore bellico è uno dei più opachi e controversi sul mercato, spesso intrecciato con violazioni dei diritti umani, esportazioni in aree instabili, scarsa trasparenza su usi finali e intermediari. Chi si riconosce nella finanza disarmata sostiene che questo sia un terreno su cui il risparmio delle persone comuni non dovrebbe essere esposto, soprattutto se non informato.
In pratica cosa significa? Le istituzioni che si definiscono “disarmate” si dotano di regole interne che escludono il comparto militare dalle proprie attività creditizie e di investimento, e dichiarano queste regole in modo verificabile. 

Non è solo una scelta “valoriale”, è un vero e proprio vincolo operativo: niente prestiti a imprese che producono o commerciano armamenti, niente partecipazione a emissioni obbligazionarie di grandi gruppi della difesa, niente prodotti finanziari che contengano in portafoglio titoli legati all’industria militare. Non perché il diritto alla difesa sparisca, ma perché si ritiene che i cittadini debbano poter scegliere se rendere il proprio denaro parte di quella filiera oppure no.

Ovviamente sarebbe bello se fosse tutto così semplice. Tracciare fino in fondo le catene di fornitura è complicato, i confini tra usi civili e militari di alcune tecnologie sono sfumati, e anche chi promuove la finanza disarmata deve fare i conti con questi limiti. È proprio per questo che vengono pubblicati report, metodologie, elenchi di aziende escluse o monitorate: non per dire “siamo senza peccato”, ma per permettere a chi risparmia di controllare, criticare, farsi un’opinione. In questo senso, più che una soluzione definitiva, la finanza disarmata è un tentativo di spostare un pezzo di potere dalle stanze tecniche ai correntisti, dando loro elementi per decidere se restare dove sono o rivolgersi ad altri interlocutori.

In ogni caso, il passaggio dal “non lo sapevo” al “scelgo io” richiede tempo e va ben al di là di limitarsi a riflettere se cambiare banca. È un cambiamento di postura, esattamente come quando, per fare la nostra parte, abbiamo deciso di separare con attenzione i rifiuti o di adottare uno stile di vita meno inquinante: il punto di partenza è smettere di considerare i propri soldi come qualcosa che “sta lì”, e iniziare a trattarli come uno degli strumenti, piccolo, ma reale, con cui ognuno di noi contribuisce a definire che tipo di economia vuole intorno a sé. Anche sapendo che nessuna scelta sarà mai completamente neutra o completamente pulita.

Conclusioni: investire senza rinunciare né al rendimento né ai propri valori

Il discorso sulla finanza disarmata rischia, a volte, di scivolare su due estremi opposti: da una parte l’idea consolatoria che “basta cambiare banca e ho fatto la mia parte”, dall’altra la rassegnazione cinica secondo cui “tanto è tutto uguale e non cambia niente”. 

La realtà, come quasi sempre, sta nel mezzo. Spostare il proprio conto o scegliere prodotti che escludono il settore militare non ferma le guerre, non chiude le fabbriche di armi, non sostituisce le decisioni di governi e istituzioni internazionali. Ma non è nemmeno irrilevante. Significa, molto concretamente, modificare i segnali che il mercato riceve su cosa è considerato socialmente accettabile e su quali modelli di business risulta più semplice l’accesso al credito.

L’altro elemento da tenere insieme è quello del rendimento. L’idea che investire in modo responsabile equivalga automaticamente a guadagnare meno è comoda per chi vuole difendere lo status quo, ma non trova conferma nei dati a medio-lungo termine. Esistono strumenti finanziari che evitano consapevolmente il comparto bellico e, allo stesso tempo, offrono performance in linea con una gestione prudente del risparmio. La questione non è quindi scegliere tra “valori” e “interessi”, ma decidere se il rendimento debba per forza passare da settori che consideriamo problematici o se sia possibile costruirlo altrove.

Alla fine, tutto torna a una domanda piuttosto semplice, ma difficile da affrontare senza voltarsi dall’altra parte: siamo disposti ad accettare di non sapere (o di non voler sapere) cosa fanno le nostre banche con i nostri soldi, o preferiamo prenderci la responsabilità di informarci e, quando possibile, spostarli verso interlocutori più coerenti con quello che siamo? Nessuno ha in mano un interruttore per spegnere il sistema, e nessun conto sarà mai perfettamente “pulito”. Ma decidere consapevolmente con chi lavora il frutto dei nostri risparmi è uno dei pochi spazi di azione che abbiamo come singoli individui. Non è la risposta a tutto, ma è un pezzo del problema che possiamo effettivamente influenzare. E, per una generazione abituata a sentirsi dire che non conta niente, non è poco.

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