Ansia da metter su famiglia: quando il desiderio di un figlio si scontra con la paura del futuro

Carmela Di Matteo

Mettere su famiglia è sempre stata considerata una convenzione sociale. Oggi, però, la scelta di avere un figlio sembra caricarsi di un peso nuovo, che va dalla precarietà lavorativa all’instabilità economica e geopolitica che caratterizza i nostri tempi.

I dati ISTAT mostrano che in Italia diminuiscono nascite e intenzioni di fecondità, mentre la letteratura scientifica descrive un legame sempre più evidente tra stress, ansia, percezione di instabilità e decisioni riproduttive. Ne abbiamo parlato anche con la psicologa Federica Bontempo, che invita a spostare il focus da “qual è la scelta giusta?” a “quale scelta di vita è coerente con i miei valori?”.

Quando “metter su famiglia” smette di essere una tappa naturale

Per molto tempo, ci hanno abituato a pensare che “metter su famiglia” sia una tappa quasi automatica dell’età adulta dopo aver studiato, trovato un lavoro, essersi sposati e… infine, i figli.

O almeno questa era la sequenza ideale, la trama sociale su cui si sono formate generazioni intere. Oggi quella trama si è allentata anche se non del tutto scomparsa.  Le tappe prestabilite del passato non arrivano nello stesso ordine e, soprattutto, non nei tempi che ci siamo immaginati.  

L’ansia da metter su famiglia nasce nello spazio tra il desiderio di farlo e le condizioni di poterlo fare.. Non riguarda soltanto chi non vuole figli, né soltanto chi li desidera con certezza.

Riguarda chi vorrebbe ma rimanda, chi ad esempio non sa se potrà permetterselo. Abbiamo paura di perdere la nostra tanto agognata libertà,il lavoro, il sonno, eppure non facciamo altro che chiederci: sono davvero nelle condizioni di far nascere e crescere qualcun altro?

Dal punto di vista clinico, è bene precisare che “ansia da metter su famiglia” è un’espressione che può racchiudere fenomeni diversi, dall’ansia per il futuro, allo stress finanziario. La salute mentale, ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dipende da condizioni sociali, non solo da fattori individuali: elementi economici e ambientali possono infatti aumentare o ridurre la vulnerabilità psicologica. 

La psicologa Federica Bontempo definisce questo vissuto come un insieme di paure che non riguardano soltanto la genitorialità in sé. “L’ansia relativa alla genitorialità è un tema molto discusso negli ultimi anni”, spiega. “Questo fenomeno include non solo vissuti angosciosi relativi alla genitorialità, intesa come paura della responsabilità, dei cambiamenti di vita e di non essere all’altezza, ma anche l’ansia per la fertilità, facendo riferimento al timore di non riuscire ad avere figli o di aver aspettato troppo”. A queste dimensioni, aggiunge, si sommano altre inquietudini contemporanee: “precarietà lavorativa, socio-economica, geopolitica e climatica”, fino a quella che nel dibattito pubblico viene spesso chiamata ecoansia.

Il dato di partenza: in Italia nascono sempre meno bambini

Ogni discorso sull’ansia da metter su famiglia deve partire da un dato: in Italia le nascite continuano a diminuire. Secondo ISTAT, nel 2024 i nati residenti sono stati 369.944, quasi 10mila in meno rispetto al 2023, con un calo del 2,6%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, nuovo minimo storico. Nel 2025, secondo gli indicatori demografici provvisori, le nascite sono state circa 355mila e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.  

IndicatoreDato
Nati residenti in Italia nel 2008oltre 576.000
Nati residenti in Italia nel 2024369.944
Stima provvisoria nati residenti nel 2025355.000
Numero medio di figli per donna nel 20241,18
Numero medio di figli per donna nel 20251,14

Il calo non è soltanto italiano. Eurostat rileva che nel 2024 il numero medio di figli per donna nell’Unione europea è pari a 1,34, mentre l’Italia si colloca tra i Paesi con fecondità più bassa e con una maternità sempre più tardiva: nel 2024 le donne italiane diventano madri per la prima volta in media a 31,9 anni. 

Area o PaeseNumero medio di figli per donna
Italia 20241,18
Italia 20251,14
Unione europea 20241,34
Spagna 20241,10
Francia 20241,61
Svezia 20241,43

Questi numeri raccontano una difficoltà strutturale. ISTAT collega la diminuzione delle nascite sia alla bassa propensione ad avere figli sia alla riduzione del numero dei potenziali genitori, appartenenti a generazioni già meno numerose. Nello stesso quadro, pesano percorsi formativi più lunghi, precarietà del lavoro giovanile, difficoltà di accesso alla casa, posticipo dell’uscita dalla famiglia di origine e possibile rinuncia o rinvio della genitorialità. 

Il desiderio si è spostato in avanti

Uno degli errori più frequenti nel dibattito sulla denatalità è confondere il calo delle nascite con la scomparsa del desiderio di avere figli. I dati ISTAT sulle intenzioni di fecondità mostrano una realtà più complessa. Nel 2024 solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni dichiara di voler avere un figlio, certamente o probabilmente, nei tre anni successivi all’intervista. Il 74,2% dichiara di non volerlo nei successivi tre anni. 

Intenzione dichiarata nel 2024Percentuale
Intende avere un figlio entro tre anni21,2%
Non intende avere un figlio entro tre anni74,2%
Non risponde4,7%

La fotografia più interessante riguarda i più giovani. Tra le persone di 18-24 anni, la grande maggioranza non intende avere un figlio nei tre anni successivi, ma questo non significa necessariamente chiudere la porta alla genitorialità: tra chi rimanda, molti dichiarano di desiderare un figlio più avanti. Il problema, quindi, è la sospensione, non il rifiuto della famiglia: il figlio non viene necessariamente escluso, viene collocato in un domani più adatto. Il punto è che quel domani, per molte persone, continua a spostarsi. 

La dottoressa Bontempo legge questa sospensione come un effetto dell’incertezza, ma invita a evitare spiegazioni troppo lineari. “L’incertezza per il futuro, insieme ai cambiamenti che stiamo vivendo, sembrerebbe legata alla tendenza a rimandare questa decisione”, osserva. “Ciò non vuol dire che sia la causa, ma che in qualche modo può giocare un ruolo fondamentale. In altre parole, non si rinuncia al desiderio di costruire una famiglia: piuttosto, lo si percepisce come una scelta più rischiosa e difficile da realizzare”.

È una distinzione importante. Dire che molte persone rimandano, significa riconoscere che il desiderio, oggi, viene spesso filtrato attraverso una serie di domande pratiche e psicologiche: posso permettermelo? La mia coppia resisterebbe? Il mio lavoro lo consente? La mia salute mentale lo reggerebbe? Ho una rete? Cosa succederebbe se qualcosa andasse storto?

Le ragioni economiche: calcolo di sostenibilità, non egoismo

Tra le persone che non esprimono intenzioni di fecondità, ISTAT segnala che circa un terzo indica ragioni economiche; il 9,4% cita condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% l’assenza di un partner. Quando si chiede quali politiche andrebbero considerate prioritarie per sostenere la fecondità, le risposte principali riguardano sostegni economici, servizi per l’infanzia e benefici legati alla casa.

Ostacoli e politiche indicate da ISTATPercentuale
Ragioni economiche tra chi non intende avere figlicirca un terzo
Condizioni lavorative inadeguate9,4%
Assenza di un partner8,6%
Priorità a sostegni economici28,5%
Priorità a servizi per l’infanzia26,1%
Priorità ad aiuti per la casa23,1%

Questi dati meritano una lettura non moralistica. Decidere di non avere un figlio, o di rimandarlo, non significa necessariamente essere meno generosi, meno adulti o meno orientati alla famiglia. Può significare percepire che le condizioni non siano sufficienti. La genitorialità, oggi, viene valutata sempre più come una scelta ad alta intensità di responsabilità: non basta “volere” un figlio, bisogna potergli garantire del tempo, una casa, la stabilità finanziaria e la salute.

Secondo la dottoressa Bontempo, però, bisogna distinguere tra ciò che incide sulla decisione e ciò che costituisce il desiderio profondo. “La paura di non avere abbastanza stabilità economica, abitativa o lavorativa può incidere, ma non su un autentico desiderio”, spiega. “Oggi la genitorialità viene vissuta, con i suoi pro e contro, più come un progetto che richiede massima pianificazione e ottimizzazione che come una fase di vita”. È un passaggio centrale: il figlio è un progetto da programmare, non viene più immaginato soltanto come parte di un percorso esistenziale.

La psicologa aggiunge un elemento che spesso non viene considerato: molte persone aspettano una certezza assoluta che, nella realtà, potrebbe non arrivare mai. “Spesso molti aspettano un istinto o un momento esatto in cui la certezza sarà assoluta”, afferma, “ma le persone che hanno deciso di avere figli dichiarano a posteriori di essere state accompagnate da paure e dubbi, coerenti con la fase delicata di vita che stavano affrontando”.

Casa, lavoro, uscita dalla famiglia d’origine: il ritardo dell’età adulta

L’ansia da metter su famiglia non nasce soltanto davanti a una conversazione di coppia. Spesso comincia molto prima, quando l’autonomia personale resta fragile. Secondo Eurostat, nel 2024 i giovani nell’Unione europea lasciano la casa dei genitori in media a 26,2 anni; in Italia l’età media è di 30,1 anni, tra le più alte dell’Unione.  

IndicatoreDato
Età media di uscita dalla casa dei genitori nell’UE, 202426,2 anni
Età media di uscita dalla casa dei genitori in Italia, 202430,1 anni
Età media alla nascita del primo figlio in Italia, 202431,9 anni

La permanenza nella famiglia di origine non è necessariamente un problema in sé. Può essere una scelta di qualsiasi tipo, anche utile. Diventa però un indicatore sociale quando è legata alla difficoltà di accedere ad una casa e sostenere il costo degli affitti. Se il lavoro arriva tardi, la casa arriva tardi, quindi la coppia stabile può arrivare tardi. Se la coppia e la casa arrivano tardi, anche il primo figlio si sposta in avanti.

L’ansia da metter su famiglia, allora, non è soltanto un sentimento individuale. È anche il risultato di una catena di transizioni rallentate. L’età adulta viene rinviata perché le sue condizioni materiali arrivano più lentamente o restano instabili più a lungo.

Il figlio come progetto perfetto: il peso della pianificazione

Uno dei nodi più contemporanei del tema è l’idea che un figlio debba arrivare solo quando tutto è al posto giusto: ogni variabile sembra dover essere controllata prima di autorizzarsi a scegliere.

Questa tensione è comprensibile. Un figlio comporta responsabilità, costi e tempo, ma la ricerca della condizione perfetta può trasformarsi in una trappola psicologica. Più si cerca di eliminare l’incertezza, più l’incertezza diventa intollerabile. Più si aspetta il momento ideale, più ogni imperfezione appare come una ragione per rimandare.

A tale proposito, la dottoressa Bontempo invita a non confondere la paura con la mancanza di desiderio. Le paure, spiega, possono essere compatibili con una motivazione autentica. Il problema nasce quando il dubbio diventa l’unico spazio mentale possibile, quando ogni scenario viene letto come rischio, quando la decisione non matura mai perché si attende una certezza che nessuna scelta importante può garantire davvero.

Dubbio legittimo o blocco decisionale?

Non tutte le esitazioni sono ansia. Avere dubbi prima di un figlio è normale, anzi può essere un segno di consapevolezza. La genitorialità modifica molte cose ed una certa quota di paura è coerente con la portata della scelta.

Bontempo propone di immaginare uno scenario in cui le principali condizioni esterne siano presenti: “stabilità economica, partner adeguato, salute della coppia, rete di supporto” Se in presenza di queste condizioni il desiderio resta vivo, allora le paure possono essere considerate legittime e comprensibili: “paura di perdere tempo libero, timore di non essere genitori adeguati, necessità di costruire una nuova identità genitoriale, consapevolezza di una scelta irreversibile”.

Diverso è il caso in cui, anche davanti a condizioni sufficientemente favorevoli, l’indecisione continui a prevalere e il desiderio appaia debole o poco motivato. In quel caso, secondo la psicologa, potrebbe essere utile chiedersi se si desideri davvero diventare genitori o se si stia rispondendo a pressioni esterne, aspettative familiari o immagini sociali interiorizzate.

Questa distinzione è importante perché sottrae il tema a due semplificazioni opposte. Da una parte, non tutte le paure devono essere interpretate come segnale che “non si vuole davvero”. Dall’altra, non ogni esitazione va forzata in nome dell’idea che “prima o poi il desiderio arriva”. La domanda più onesta è “che cosa mi dice questa paura? Sta proteggendo qualcosa che desidero o mi sta segnalando che sto inseguendo un progetto non mio?”.

Stress, ansia e intenzioni riproduttive

La letteratura scientifica sta cercando di comprendere sempre meglio il rapporto tra stress percepito, ansia e intenzioni di fecondità. Uno studio pubblicato nel 2024 su BMC Public Health, condotto su donne in età fertile senza figli, ha osservato che lo stress percepito può ridurre direttamente l’intenzione di avere figli e può agire anche indirettamente attraverso ansia, comunicazione familiare e benessere soggettivo. Lo studio è condotto in Cina e non va trasferito automaticamente al contesto italiano, ma è utile perché chiarisce un meccanismo psicologico generale: quando lo stress aumenta, la progettualità familiare può diventare più fragile.  

Questo passaggio è cruciale. Il figlio è, per definizione, una scelta orientata al futuro. Se il futuro viene percepito come minaccioso, l’intenzione riproduttiva può indebolirsi anche quando il desiderio non scompare. Non si ha abbastanza fiducia nel domani da trasformare un desiderio in decisione.

Paura della gravidanza, del parto e del dopo

L’ansia da metter su famiglia non riguarda soltanto la decisione astratta di avere figli. Per alcune persone, e soprattutto per molte donne, riguarda anche il corpo. Dalla gravidanza al parto, dal post-partum all’allattamento, la paura di non essere all’altezza, possono diventare fonti di disagio molto concrete.

La WHO stima che nel mondo circa il 10% delle donne in gravidanza e il 13% delle donne che hanno appena partorito sperimentino un disturbo mentale, principalmente depressione; nei Paesi in via di sviluppo le stime salgono al 15,6% durante la gravidanza e al 19,8% dopo il parto.  

Salute mentale perinatale secondo WHOPercentuale
Disturbo mentale in gravidanza, stima mondiale10,0%
Disturbo mentale dopo il parto, stima mondiale13,0%
Disturbo mentale in gravidanza nei Paesi in via di sviluppo15,6%
Disturbo mentale dopo il parto nei Paesi in via di sviluppo19,8%

Le linee guida cliniche riconoscono sempre più l’importanza di intercettare precocemente questi disturbi. L’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomanda lo screening per depressione e ansia perinatale alla prima visita prenatale, più avanti in gravidanza e nelle visite post-partum. Anche NICE, nel Regno Unito, dedica una linea guida specifica al riconoscimento, alla valutazione e al trattamento dei problemi di salute mentale nelle donne che stanno pianificando una gravidanza, sono incinte o hanno avuto un bambino nell’anno precedente.  

Questo significa che non bisogna liquidare la paura come debolezza, ma nemmeno sottovalutarla. Una cultura adulta della genitorialità dovrebbe poter dire due cose insieme: avere paura è normale, e quando la paura diventa sofferenza persistente merita ascolto professionale.

Ansia climatica, geopolitica e domanda sul futuro

Negli ultimi anni, all’insicurezza economica e lavorativa si è aggiunto un altro strato di inquietudine: il futuro ambientale e geopolitico. La crisi climatica e l’instabilità internazionale producono conseguenze materiali e inducono anche alcune persone a chiedersi in quale mondo vivrà il proprio figlio.

Bontempo richiama esplicitamente questo aspetto quando include tra le componenti dell’ansia da genitorialità le preoccupazioni geopolitiche e climatiche, citando il concetto di ecoansia. È una dimensione particolarmente rilevante perché sposta la scelta di avere figli dal piano personale al piano storico. Il figlio è immaginato in un futuro collettivo percepito come fragile.

Anche qui bisogna evitare determinismi. Non si può dire che la crisi climatica “causi” automaticamente la rinuncia alla genitorialità. Si può però osservare che il figlio, essendo una decisione proiettata nel futuro, risente della qualità emotiva con cui quel futuro viene immaginato. Se il domani appare instabile, la scelta di generare una nuova vita può diventare moralmente, psicologicamente e praticamente più difficile.

La pressione sociale: chi non fa figli deve spiegarsi

L’ansia da metter su famiglia non riguarda soltanto chi desidera un figlio e teme di non poterselo permettere. Riguarda anche chi non sa se lo desidera, chi non lo desidera affatto, chi ha cambiato idea, chi non ha un partner, chi ha problemi di fertilità, chi ha subito esperienze familiari difficili, chi teme di ripetere modelli ricevuti. In una società che continua a considerare la genitorialità come prova di maturità, chi si sottrae o rimanda viene spesso chiamato a giustificarsi.

Le domande familiari e sociali possono sembrare innocue, ma non sempre lo sono: “Quando vi decidete?”, “E un figlio?”, “Non aspettate troppo”, “Poi te ne penti”, “Senza figli cosa resta?”. Queste frasi trasformano una scelta intima in una performance pubblica.Generano vergogna e possono pesare su chi sta attraversando momenti difficili, magari caratterizzati da infertilità o difficoltà economiche.

Alla domanda su quale sia il primo passo per affrontare questa paura senza sentirsi sbagliati, la dottoressa Federica Bontempo risponde partendo proprio dal confronto sociale. “Il confronto con gli altri genera sempre frustrazione e non sempre apporta incoraggiamento”, afferma. “Ogni persona vive le proprie esperienze e spesso necessita dei propri tempi”. Il punto centrale, secondo la psicologa, è chiedersi “quale scelta di vita è coerente con i miei valori?”, non “qual è la decisione giusta”. 

È forse la frase più importante dell’intervista, perché restituisce libertà a una questione spesso schiacciata tra retorica sociale e paura individuale. Non tutti devono diventare genitori, né decidere allo stesso momento.

Ma tutti dovrebbero poter interrogare il proprio desiderio senza sentirsi giudicati, in ritardo o difettosi.

Non basta un bonus: serve rendere pensabile la famiglia

Quando si parla di natalità, il dibattito pubblico si concentra spesso su incentivi economici, bonus e detrazioni. Sono strumenti importanti, ma difficilmente bastano se non modificano la percezione complessiva di sicurezza. Le stesse priorità indicate da ISTAT mostrano che le persone chiedono sostegni economici, ma anche servizi per l’infanzia e politiche abitative.  

Questo significa che la famiglia va sostenuta lungo tutto il percorso che rende possibile avere un figlio, dall’autonomia abitativa alle cure. Abbiamo bisogno di una società che non lasci sole le persone in questa scelta che non può far altro che produrre, alle condizioni attuali, un’ansia immensa.

Il punto non è convincere tutti a diventare genitori. Il punto è fare in modo che chi desidera una famiglia non debba percepirla come un salto nel vuoto. Una scelta libera non è una scelta priva di dubbi; è una scelta che può essere presa senza sentirsi schiacciati da paura, precarietà e solitudine.

I segnali da non sottovalutare

L’ansia da metter su famiglia diventa meritevole di attenzione quando invade la vita quotidiana. Si presenta come una continua ruminazione sul futuro, paura intensa di sbagliare ogni cosa, insonnia e bisogno di controllare ogni variabile prima di sentirsi autorizzati a scegliere.

È importante distinguere la prudenza dall’ansia paralizzante. La prudenza valuta le condizioni e le risorse, mentre l’ansia trasforma ogni scenario in minaccia, ogni scelta in perdita, ogni possibilità in errore. Nel primo caso, la persona cerca informazioni e prende decisioni con cautela. Nel secondo, resta bloccata in un eterno rinvio.

Il supporto psicologico è fondamentale per aiutare a distinguere il desiderio dalla paura, non per forzare una decisione. Riferirsi a figure sanitarie competenti è l’unico modo per combattere depressione e ansia, solo così si può raggiungere internamente la consapevolezza della propria scelta e la convinzione di poterla affrontare e difendere in futuro.

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