Il calcio italiano ha fretta? La Serie A dopo cinque giornate

Federica Trezza

Due allenatori esonerati, Dybala rinato, giocatori che si rompono e pochi giovani in campo: cosa ci dice l’inizio della Serie A.

Cinque giornate non bastano per dire chi vincerà il campionato, ma sono servite a mandare a casa due allenatori. Fabio Grosso è stato esonerato dalla Fiorentina dopo tre giornate, Domenico Tedesco dal Bologna dopo quattro, mentre lo scorso anno il primo esonero era arrivato a fine ottobre e quest’anno a settembre siamo già a quota due. La Serie A ha fretta di trovare una favorita, di bocciare chi parte male, di trasformare una sconfitta in una crisi.

Tre regine, almeno per ora

La prima fotografia della Serie A 2026/27 mette sulla stessa linea Roma, Inter e Lazio, tutte a 13 punti, con il sorprendente Cagliari a 12, il Milan a 11 e poi Frosinone, Juventus e Como a quota 10.

Roma e Inter si sono guardate negli occhi prima della sosta e all’Olimpico è finita 2-2, con doppietta di Koné nel primo tempo e doppietta di Lautaro Martínez nella ripresa. Era il primo pareggio stagionale per entrambe, dopo quattro vittorie consecutive, e forse spiega perché siano loro due a dare, per ora, l’impressione di poter stare lassù.

L’Inter, campione in carica, vince a modo suo. Ha quattro vittorie nelle prime quattro giornate, per la nona volta nella sua storia, il miglior attacco del campionato con 15 gol e il possesso più alto, il 63%. Ma nelle prime cinque partite è andata sotto di due gol tre volte, con Napoli, Udinese e Roma, e le ha rimontate tutte. Per la prima volta nella sua storia ha inoltre vinto due partite di fila in Serie A dopo essere stata sotto di almeno due reti. Resta da capire perché una squadra così regali ogni volta l’inizio agli avversari, con otto gol subiti in cinque giornate: troppa presunzione? Alla lunga potrebbe costarle caro.

Accanto a loro c’è la prima grande sorpresa, la Lazio, con tredici punti, quattro vittorie, un pareggio e appena tre gol subiti. L’ultima vittoria, 2-0 sul Venezia, l’ha portata alla pausa alla stessa altezza delle due squadre che sulla carta sembravano avere qualcosa in più. È troppo presto per parlare di corsa Scudetto, ma la Lazio ha già costretto il campionato a guardarla.

Roma vola, la Juve cerca ancora se stessa

Quattro vittorie nelle prime quattro giornate non arrivavano dal 2014/15, e il merito ha un solo nome: Gian Piero Gasperini. Dopo cinque giornate la Roma ha 13 punti, 14 gol fatti e 3 subiti, la miglior differenza reti del campionato.

Il marchio è il pressing: contro l’Atalanta ha riconquistato cinque palloni nella trequarti avversaria, contro zero degli ospiti, e ha completato la rimonta solo al 93’, con Soulé su assist di Dybala. Davanti c’è Malen, con sei gol in quattro partite, e dietro c’è Dybala, che con la Roma non aveva mai giocato così tanto all’inizio di una stagione: 407 minuti nelle prime cinque partite, contro i 106 delle prime tre giornate dell’anno scorso. Arrivava da 22 partite di campionato, il minimo della carriera, e ora Gasperini lo definisce «una bestia».

E poi c’è il vivaio. Emanuele Lulli, 19 anni, l’anno scorso giocava in Primavera, è partito titolare alla prima giornata e ha già una chiamata nell’Under 21, mentre Niccolò Pisilli, cresciuto a Trigoria è ormai una garanzia. In un campionato dove gli under 21 selezionabili per la Nazionale giocano l’1,9% dei minuti, è già una notizia.

La Juve, intanto, ha dieci punti, è settima a pari merito con Frosinone e Como e sta a tre lunghezze dalla vetta. L’inizio è stato più complesso di quanto dica la classifica. È una squadra solida, con un attacco a metà classifica, allenata da uno Spalletti che dopo Sassuolo era già sotto pressione, dopo una stagione chiusa al sesto posto e senza Champions.

A quattro giornate la Juve aveva 7 punti e si parlava di crisi, a cinque ne ha 10 e si parla di ripresa: la Serie A in una squadra sola. Se sia davvero guarita lo diranno le partite che contano.

Frosinone e Cagliari giocano a modo loro. E intanto vincono

Nessuno le aveva messe in questa classifica: il Cagliari è quarto con 12 punti, a una sola lunghezza dal trio di testa, e non vinceva quattro delle prime cinque partite di Serie A dal 1969/70, la stagione dello Scudetto. Ha anche la miglior difesa del campionato, con due gol subiti e tre partite senza incassarne, pur giocando con appena il 40,7% di possesso. Dietro c’è Fabio Pisacane, 40 anni, ex giocatore del Cagliari arrivato sulla panchina della prima squadra dopo le giovanili, che continua a puntare sul vivaio; Paul Mendy, 19 anni, Alessandro Romano, 20, appena convocato da Mancini per la sua prima chiamata assoluta, e un Daniel Maldini che con tre gol sembra aver trovato la sua dimensione.

Il Frosinone è una neopromossa, cioè una squadra che di solito arriva in Serie A con obiettivi ben diversi da quelli delle grandi, e ha già 10 punti in cinque giornate. Dopo la sconfitta all’esordio la formazione di Massimiliano Alvini ha messo in fila quattro risultati utili consecutivi, giocando quello che il suo allenatore definisce un calcio «moderno e disciplinato». Un plauso va senz’altro anche alla scelta di puntare su tanti giocatori italiani: l’ultima vittima è stata il Como di Cesc Fàbregas, battuto 2-0 da un Frosinone con sette italiani nell’undici iniziale.

Como, da “Champions, che emozione” a “Ora che facciamo?”

Prima partita della sua storia in Champions League e Como-Lipsia finisce 4-1: Baturina, Douvikas, Diao e Perrone firmano una serata dominata per lunghi tratti dalla squadra di Cesc Fàbregas. Il Como è forse il laboratorio più affascinante di questo calcio italiano, con una proprietà che investe, giovani, un mercato internazionale (Kean è arrivato nell’ultimo giorno) e un allenatore che ha costruito la propria identità sul possesso e sulla voglia di comandare la partita. I numeri lo raccontano bene, con 61,7% di possesso, 117 tiri, più di chiunque altro in campionato, e nove gol fatti, e prima del Frosinone erano tre vittorie e un pareggio in quattro giornate.

A Frosinone è arrivata la prima battuta d’arresto: 2-0, Fàbregas, dopo la notte col Lipsia, aveva detto che la felicità sarebbe durata cinque minuti, ed è il modo giusto per prendere anche questa serata storta. Una sconfitta contro un avversario che ha giocato la partita perfetta non cancella un progetto, e la classifica dice che il Como, con 10 punti, è ancora dentro il gruppo che insegue la vetta.

Giochisti o risultatisti?

È una delle discussioni più vecchie e più inutilmente polarizzate del calcio italiano: da una parte i «giochisti», dall’altra i «risultatisti», come se per vincere fosse obbligatorio scegliere, come se attaccare volesse dire per forza concedere e difendere bene volesse dire giocare male. Il vero punto è se esista un solo modo di giocare bene.

I numeri di queste cinque giornate danno ragione a chi rifiuta l’alternativa. L’Inter ha il 63% di possesso, il Milan il 60,5%, la Roma il 57,7%. Ma la Lazio, a 13 punti come Inter e Roma, ha il 46,5%, e il Cagliari, quarto con 12, ha il 40,7%, tra i più bassi del campionato, con appena due gol subiti. All’estremo opposto c’è il Venezia, che ha il 57,2% di possesso, zero punti e 13 gol incassati. Il pallone non basta e non è nemmeno necessario.

Una squadra costruisce dal basso, un’altra verticalizza dopo tre passaggi, e vince quella che riesce a trasformare la propria idea in vantaggio. La domanda «si vince attaccando?» è mal posta, perché si vince segnando più dell’avversario. Sembra una banalità, ma in un calcio che discute di modelli tattici a ogni ora rischia di suonare come una provocazione. Il bel gioco resta uno degli strumenti per arrivare al risultato, e nessuno lo ha mai messo in alternativa.

Napoli, poco Allegro

Il Napoli ha sette punti dopo cinque giornate, sei lunghezze dalla testa e tre sconfitte di fila tra campionato e Champions prima del pari di Firenze.

Qui il dibattito tra gioco e risultato si fa più interessante, perché Allegri è probabilmente l’allenatore italiano trasformato più di tutti nel simbolo del «risultatismo», e ogni difficoltà della sua squadra riapre quindi la stessa discussione. Se vinci, aveva ragione lui. Se perdi, dov’è il gioco?

Ed è proprio il gioco che manca. Guardare il Napoli è quasi un’agonia: contro l’Inter ha scelto di aspettare bassa per ripartire e ha perso comunque, per errori difensivi. Anche sui giovani la linea è prudente: il Napoli è la squadra più anziana del campionato, e Vergara, che ha segnato all’esordio da subentrato, a Firenze è rimasto in panchina, mentre Mancini lo ha convocato in Nazionale.

Grey’s Anatomy, edizione Serie A

Basta guardare gli indisponibili delle prime giornate per vedere con quanta rapidità le infermerie si sono riempite. Attribuire tutto alla sfortuna sarebbe troppo comodo, dato che quando gli stessi problemi si ripetono su squadre, allenatori e staff medici diversi, il sospetto è che c’entri il calendario, un calendario che nessuno ha davvero progettato ma che tutti hanno contribuito ad allargare. Non è una prova, ma il calcio contemporaneo chiede ai giocatori di correre di più, pressare di più, recuperare più in fretta e soprattutto giocare sempre, tra campionato, coppe europee, Nazionali, nuovi format e partite ogni tre giorni.

Ogni competizione, presa da sola, ha la sua logica, perché un torneo in più porta più diritti tv, più spettacolo, più ricavi. Il guaio è la somma, che nessuno ha mai fatto pagare a chi propone l’ultimo format, e il conto finisce sui muscoli di chi gioca. La pausa per le Nazionali, che dovrebbe essere un momento di respiro, è spesso una tappa dello stesso viaggio, in cui il club affida i giocatori alla federazione, la federazione li usa, il club se li riprende e scopre com’è andata alla prima risonanza.

Lo si vede già in questi giorni, in cui l’Italia ha convocato 34 giocatori per un raduno che dovrà produrre quattro partite in undici giorni, e i primi forfait sono già arrivati. Locatelli era già fuori per infortunio, Bryan Cristante non ha nemmeno raggiunto Coverciano per un problema fisico accusato con la Roma contro l’Inter e Federico Dimarco ha lasciato il ritiro dopo la visita medica perché non aveva recuperato dal guaio accusato con l’Inter: al loro posto Mancini ha chiamato Samuele Ricci del Como e Matteo Ruggeri dell’Aston Villa. In due giorni la lista è già cambiata due volte.

Resta da capire quanto può reggere il corpo di un calciatore dentro un calendario che continua ad allargarsi. Quando un infortunio muscolare significa settimane o mesi invece di una partita, la questione tocca il sistema, che di solito risponde come risponde sempre: aggiungendo un’altra partita.

Il mercato: comprare per vincere o per costruire?

La Serie A ha speso, e parecchio. Nell’ultima sessione di mercato i venti club hanno investito circa 1,15 miliardi di euro, superando la soglia del miliardo per il terzo anno consecutivo e spendendo più di Liga, Ligue 1 e Bundesliga (davanti resta soltanto la Premier League). A spendere più di tutti è stato il Milan, con 165 milioni, seguito dalla Juventus con 164 e dalla Fiorentina con 150, e poi Roma e Inter.

Cinque giornate bastano per un primo bilancio, ed è scomodo per chi crede che il mercato si legga come un estratto conto. Il Milan ha speso più di tutti, compresi i 74 milioni per Gonçalo Ramos, il colpo più caro della sua storia, e ha 11 punti. La Juve è tra le squadre che si sono esposte di più e sta al settimo posto. La Fiorentina ha comprato «tanto, tantissimo» senza raccogliere per ora sul campo e ha cambiato allenatore dopo tre giornate, spendendo 150 milioni per costruire una squadra e poi non ha aspettato di vederla giocare. Il mercato compra i giocatori, la fretta manda via chi dovrebbe farli funzionare.

Si può comprare anche in un altro modo, con un’idea precisa di chi deve usare i giocatori. La Roma ha speso molto ed è in testa con 13 punti, e Malen è il caso più chiaro, dopo essere arrivato a gennaio in prestito per accontentare le richieste di Gasperini e in estate è stato riscattato. Prima la prova sul campo, poi l’acquisto. Anche la Lazio, che ha chiuso il suo mercato all’ultimo giorno con Gudmundsson, ha già trovato risposte da Frattesi, con due gol nelle prime due giornate.

Poi c’è il mercato a rate: Woltemade e Sarr sono arrivati alla Juve in prestito, Mastantuono alla Fiorentina dal Real Madrid senza possibilità di trattenerlo, Kean al Como con un prestito che diventerà acquisto. Sono operazioni che comprano il presente e rimandano il conto, perché si prende il talento adesso e si vedrà poi chi lo paga. All’estremo opposto c’è il Frosinone, che dalle cessioni ha incassato appena 400 mila euro ed è sesto.

Sui bilanci i conti sembrano tornare, ma il campo giudica con un altro metro, e a settembre non si legge ancora niente di definitivo. Un mercato si giudica a maggio, e il campionato ha già dimostrato di non avere la pazienza di aspettare.

Orsato e il VAR: torna a decidere l’arbitro?

C’è poi una rivoluzione meno appariscente ma potenzialmente decisiva. Daniele Orsato, nuovo designatore della CAN, la Commissione Arbitri Nazionale che gestisce i direttori di gara di Serie A e Serie B, ha indicato la linea di riportare l’arbitro al centro della partita e lasciare che il VAR intervenga soprattutto davanti a un errore chiaro ed evidente. Meno arbitraggio davanti al monitor, dunque, e più responsabilità sul campo.

Negli ultimi anni, infatti, il VAR ha spostato l’autorità dal campo allo schermo: ha cambiato il modo di arbitrare, ma anche quello di esultare, di protestare e persino di raccontare una partita, con un gol che si festeggia a metà in attesa del verdetto. La scommessa di Orsato è restituire centralità alla decisione umana senza rinunciare alla tecnologia, con il rischio, inevitabile, di lasciare sul campo qualche errore in più. Le nuove regole sul tempo perso, come il countdown di cinque secondi su rimesse e rinvii, sono solo il contorno. Vedremo quanto dura prima della prossima domenica di polemiche, probabilmente poco.

Chi ha il diritto di parlare di calcio?

Esiste un altro campionato, che si gioca su YouTube, Twitch, TikTok e Instagram. Comincia quando finisce la partita (e a volte mentre è ancora in corso), c’è chi guarda la gara con un secondo schermo acceso, chi la segue commentata da uno streamer, chi il lunedì mattina non ha visto i novanta minuti ma ha già visto tutte le clip. La moviola della domenica sera è diventata un frame ingrandito che gira sui telefoni prima ancora che il designatore arbitrale abbia finito di leggere il rapporto.

Daniele De Rossi lo ha detto senza troppi giri di parole: «Voi giornalisti siete le prime vittime di uno che si sveglia, si compra le cuffiette, si compra la webcam e diventa esperto di calcio». Il giorno dopo Gennaro Gattuso si è collegato esplicitamente alle sue parole: «Il calcio è cambiato, c’è chi si mette le cuffie e davanti uno schermo si improvvisa giornalista». E ha precisato: «Non è una polemica con i giornalisti ma con chi si improvvisa nel farlo».

Due allenatori, a distanza di ventiquattr’ore, hanno individuato praticamente lo stesso bersaglio, ma liquidare tutto come una guerra tra giornalisti ed esperti improvvisati sarebbe troppo semplice. La domanda è un’altra: chi stabilisce oggi chi può parlare di calcio?

Una volta la filiera aveva un filtro, non sempre buono, una redazione o almeno una persona sul campo, ma i social l’hanno smontato, e oggi un creator può raggiungere più persone di un giornalista sportivo, mentre un’opinione nata durante una live può circolare molto più di un editoriale pubblicato il giorno dopo. Questo non significa che chiunque abbia un microfono sia competente, ma nemmeno che un tesserino o un passato da calciatore bastino automaticamente a rendere interessante ciò che si dice. Essere stati bravi a giocare non significa necessariamente essere bravi a spiegare il gioco.

Il vero spartiacque dovrebbe essere la responsabilità. Un giornalista può sbagliare e dovrebbe rettificare, mentre sui social si risponde soprattutto a un algoritmo che premia ciò che genera attenzione. Ma anche il giornalismo tradizionale può fare poco la morale, tra titoli gridati, polemiche costruite e talk show in cui spesso conta più la frase destinata a circolare il giorno dopo che il ragionamento che la precede. Cambia il mezzo, molto meno il meccanismo.

Cronache di Spogliatoio racconta bene quanto siano ormai sfumati questi confini. Nata nel 2019 come pagina di citazioni di calciatori, oggi produce podcast, interviste e dirette seguite da centinaia di migliaia di persone, mescolando giornalisti, opinionisti e linguaggi nati sui social. E se seguite il calcio online, non potete non aver ascoltato almeno una delle invettive di Riccardo Trevisani sul “calcio champagne” di Allegri e Mourinho, frasi che nascono dentro una trasmissione vengono ritagliate, diventano reel e continuano a circolare per giorni, spesso raggiungendo molte più persone della puntata da cui provengono.

Lo stesso è successo prima con la Bobo TV e poi con Viva el Futbol, mentre realtà come Tutti in the Box sono nate direttamente dall’idea che anche i creator possano costruire un racconto calcistico alternativo ai tradizionali salotti televisivi. A questo punto distinguere nettamente i due mondi diventa difficile: i giornalisti fanno podcast e live, i creator entrano nelle testate, le testate vengono acquistate da gruppi editoriali e le televisioni inseguono linguaggi diventati popolari sui social.

Il punto, allora, non è più stabilire chi abbia il diritto di parlare di calcio, ma come ne stiamo parlando. Un video di trenta secondi ha bisogno di una posizione netta, possibilmente divisiva (Allegri genio o nemico del calcio, giochisti contro risultatisti, fenomeno o bidone), e la sfumatura funziona meno della sentenza: il verdetto arriva cinque minuti dopo il fischio finale, molto prima che il campo abbia avuto il tempo di confermarlo.

Ed è qui che il campionato giocato sui social incontra quello vero, con la stessa fretta con cui dopo cinque giornate vogliamo sapere chi vincerà lo Scudetto, quale allenatore debba essere esonerato e quale acquisto sia già un fallimento. Solo che online tutto corre ancora più velocemente.

Il problema non sono gli youtuber, così come non sono i giornalisti. Il problema è quando la competenza viene sostituita dalla necessità di avere subito un’opinione ed i social hanno dato a questo meccanismo un microfono enorme e molta velocità.

Siamo davvero indietro? La Serie A contro il resto d’Europa

Il calcio italiano ha fretta anche di sapere se è davvero indietro, e la risposta cambia a seconda di cosa guardiamo.

Partiamo dalla cosa più semplice, i gol. La Serie A 2025/26 si è chiusa con 2,43 reti a partita, il dato più basso tra i cinque grandi campionati europei. Quest’anno, almeno per ora, sembra un altro torneo, perché dopo cinque giornate la media è salita a 2,9. Una bella differenza, ma cinquanta partite sono troppo poche per annunciare la rivoluzione.

Anche l’idea di una Serie A inevitabilmente più lenta degli altri campionati va maneggiata con cautela, dato che nella scorsa stagione il tempo effettivo di gioco è stato di 54 minuti e 10 secondi a partita, non il peggiore d’Europa. Il problema emerge piuttosto nel modo in cui si gioca, perché secondo i dati raccolti dalla FIGC la palla in Italia viaggia mediamente più lentamente rispetto agli altri grandi campionati e la Serie A resta indietro anche per dribbling e intensità del pressing. Questo non significa che esista un unico calcio italiano, come si vede da queste prime giornate, con l’Inter che tiene il pallone per il 63% del tempo e il Lecce fermo al 38,5%: modi quasi opposti di stare dentro lo stesso campionato.

Ma se c’è un dato davanti al quale è più difficile girarsi dall’altra parte, riguarda i giovani. Secondo il CIES Football Observatory, l’osservatorio del Centro Internazionale di Studi sullo Sport, i minuti giocati da under 21 selezionabili per la Nazionale sono appena l’1,9% dei minuti disponibili: la Serie A è 49ª su 50 campionati monitorati. E non è soltanto una questione di stranieri, perché anche contando gli under 21 di ogni nazionalità la quota italiana resta molto lontana da quella di campionati come Belgio e Olanda. Nel 2024/25 Inter e Napoli, mentre si giocavano lo Scudetto, avevano concesso lo 0% dei minuti agli under 21, e la Juventus, con il 18%, era l’eccezione italiana.

Eppure il talento non sembra mancare (basti vedere gli importantissimi risultati delle Nazionali giovanili), ma il problema arriva dopo, nel passaggio tra essere una promessa e diventare un titolare. È lì che il calcio italiano continua a incepparsi.

E forse questa storia c’entra più di quanto sembri con tutto quello raccontato fin qui. Se un allenatore può essere messo in discussione dopo tre partite, perché dovrebbe rischiare affidandosi a un diciannovenne che ha bisogno di sbagliare, crescere e aspettare?

La Serie A pretende risultati immediati dagli allenatori e poi si domanda perché questi facciano fatica ad aspettare i giovani. Il tempo che manca ai giovani, in fondo, è lo stesso che manca agli allenatori.

E adesso, di nuovo l’Italia

Mentre la Serie A si ferma, si riapre il sipario sulla Soap Nazionale. Ricomincia l’ennesima ricostruzione azzurra, il Mondiale l’ha vinto la Spagna e l’Italia, per la terza edizione consecutiva, lo ha guardato da casa. Si riparte dalla Nations League, dal ritorno di Roberto Mancini e da una convocazione extralarge con 34 giocatori, nove alla prima chiamata.

Tra questi c’è Mohamed Alì Zoma, uno che fino a poco tempo fa per molti tifosi italiani era poco più di un nome da cercare su Google. Nato a Merate e cresciuto nell’AlbinoLeffe, è poi partito per il Norimberga, in seconda divisione tedesca, dove gioca agli ordini di Miroslav Klose, con quattordici gol nella prima stagione in Germania, una tripletta all’esordio della successiva e tre Nazionali possibili, Italia, Burkina Faso e Costa d’Avorio.

La storia, in realtà, l’abbiamo già vista. Come dimenticare Mateo Retegui? Nel 2023 Mancini andò a cercare il centravanti della Nazionale a più di diecimila chilometri da Coverciano, nel Tigre, in Argentina, e lui arrivò in Italia senza aver mai giocato una partita in Serie A e segnò all’esordio contro l’Inghilterra. Quella che allora sembrava una scelta sorprendente è diventata quasi un metodo.

Adesso il nome da tenere d’occhio è Nicolò Tresoldi: nato a Cagliari, cresciuto in Germania, formatosi nelle nazionali giovanili tedesche e ancora nelle condizioni di poter scegliere quale Nazionale maggiore rappresentare. Italia e Germania lo osservano e, inevitabilmente, intorno a lui ricompare quel verbo poco elegante ma molto calcistico, “bloccarlo”.

Benvenuti nel calciomercato delle Nazionali. Non ci sono milioni da versare, procuratori da convincere o clausole rescissorie, ma passaporti, nonni, doppi legami, federazioni che telefonano e ragazzi cresciuti in un Paese mentre potrebbero rappresentarne un altro. A volte, però, le clausole ci sono davvero, basti pensare che la Svizzera, dopo aver investito su Alessandro Romano attraverso il progetto “Footuro”, ora valuta di chiedergli indietro i soldi per aver scelto l’azzurro. A dimostrazione che il talento non si compra!

E così anche lo scouting azzurro ha cambiato indirizzo. Un centravanti può arrivare dall’Argentina, un altro dalla Zweite Bundesliga, e nella stessa convocazione convivono giocatori cresciuti in Serie A e altri che oggi giocano tra Inghilterra, Francia, Germania e Portogallo. Coverciano non è più il centro della mappa: è il punto in cui tutte queste linee si incontrano.

Forse è questo il cambiamento più curioso della nuova Italia. Per anni abbiamo discusso di vivai, settori giovanili e stranieri che tolgono spazio agli italiani, mentre adesso la domanda si è quasi rovesciata: dove sono gli italiani? A volte a Milano o Torino, altre a Norimberga, Bruges o Londra, e qualcuno non sa ancora nemmeno se vestirà l’azzurro.

Dopo tre Mondiali consecutivi guardati da casa, le ricostruzioni annunciate sono state parecchie. Questa riparte con 34 convocati, nove esordienti, qualche nome ancora da scoprire e una geografia azzurra senza confini.

Il materiale da cui ripartire c’è. Mancini, almeno, ha deciso di cercarlo ovunque.

Sarà la volta buona per costruire un nuovo ciclo?

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