Negli ultimi anni la parola incel si è diffusa ovunque: nei thread su Reddit, nei commenti sotto ai video su TikTok, nei servizi TV dopo l’ennesimo caso di cronaca. Da marzo 2025 il termine è tornato in hype, in seguito all’uscita di una serie tv Netflix made in UK: Adolescence, che in poco tempo esplode, conquistando otto Emmy.
Il fenomeno non è nuovo, affonda le radici in decenni di cultura online, frustrazione sociale e solitudine. Gli incel si nascondono dietro una specifica narrativa: «non sono single per scelta, è il mondo che è contro di me». Ed è da qui che nasce tutto il resto, di cui parleremo in questo articolo.
Che cosa sono gli incel?
Per diversi spettatori incel è una parola nuova; altri invece la incontrano da anni nelle discussioni online. In realtà il termine nasce negli anni novanta e non in un contesto maschile: lo conia una studentessa, Alana, che crea un blog per parlare delle difficoltà sentimentali e sessuali vissute da persone di qualunque genere. Era uno spazio di supporto reciproco, ma col tempo si trasforma in qualcosa di completamente diverso: una community quasi esclusivamente maschile, che interpreta la propria frustrazione attraverso una lente di ingiustizia e risentimento.
Oggi incel significa involuntary celibate (celibe involontario): uomini convinti di non poter avere relazioni sessuali consensuali perché non si considerano abbastanza attraenti.
Pilastri cardine della teoria incel
I pilastri cardine della teoria Incel sono i seguenti:
La genetica
La genetica, secondo gli incel, determina tutto: l’aspetto fisico e la struttura del corpo stabiliscono in anticipo il proprio valore nel mercato sessuale. Questo si riflette nell’ossessione per determinati tratti del viso, simmetrie tra parti del corpo, l’altezza “giusta”, incasellata in misure ben specifiche. Da qui nasce il concetto di looksmaxing, cioè l’idea che si possa massimizzare l’attrattività attraverso la cura personale, l’allenamento in palestra, la chirurgia estetica o l’utilizzo di steroidi. Tuttavia, secondo gli appartenenti a questa comunità, non tutti possono provarci: i truecel, gli incel autentici, sarebbero così svantaggiati da non avere margini di miglioramento.
L’ipergamia delle donne
L’incel considera le donne programmate a scegliere sempre l’uomo più attraente o con lo status più alto. È ciò che definiscono ipergamia: un impulso evolutivo che, secondo loro, spingerebbe le donne a cercare partner superiori per aspetto, potere o successo.
L’evoluzione della società
Per gli incel, in passato le strutture sociali avrebbero limitato questo comportamento ipergamico, costringendo le donne a dipendere dal matrimonio per avere sicurezza. Con più autonomia e diritti, sostengono, le donne sarebbero libere di rifiutare gli uomini non attraenti. È da questa logica che nasce l’80/20, una reinterpretazione distorta del principio di Pareto: l’idea che il 20% degli uomini abbia accesso alla maggior parte delle donne disponibili, mentre l’80% resti escluso.
Tutto questo crea un collante emotivo basato sul risentimento. La frustrazione personale si trasforma in una narrazione in cui la colpa del proprio dolore ricade sulle donne o sugli uomini considerati vincenti, i famosi Chad. All’interno delle community, la disumanizzazione è costante: le donne vengono ridotte a etichette come buchi, cessi, femoidi, descritte come incapaci di empatia o profondità emotiva. È un linguaggio che cancella l’umanità dell’altro e rafforza l’idea di essere vittime di un’ingiustizia strutturale.
Il pensiero degli esperti
Gli spazi online incel, studiati ormai da sociologi e ricercatori, mostrano dinamiche simili a quelle dei gruppi estremisti: isolamento sociale, legami deboli con la comunità esterna, retorica violenta e una forte identità costruita attorno alla sofferenza condivisa. La solitudine ha un ruolo enorme. In questi spazi, sentirsi tra simili riduce la percezione di vulnerabilità, ma allo stesso tempo rafforza convinzioni autodistruttive.
Il RAN (Radicalisation Awareness Network) è la rete europea che si occupa di radicalizzazione e ha analizzato a fondo l’ecosistema incel. Nei report emergono elementi ricorrenti: ad esempio un’alta presenza di ideazione suicidaria; il suicidio, infatti, viene normalizzato come risposta logica alla propria condizione. è inoltre costante l’ incitazione reciproca alla violenza contro sé stessi e gli altri. Espressioni come “go ER”, richiamo a Elliot Rodger, diventano veri e propri incoraggiamenti. Chi prova a dissuadere un altro membro viene attaccato dalla comunità, come se offrire aiuto fosse un tradimento.
La violenza, nelle discussioni incel, si manifesta in diversi livelli:
- A livello interpersonale compaiono racconti e fantasie legate a molestie, intimidazioni offline, catfishing usato per umiliare o manipolare donne.
- A livello sociale emerge un culto degli autori che hanno compiuto attacchi di massa ( ndr come Elliot Rodger), discussi e classificati come figure quasi esemplari. Non tutti i membri sostengono apertamente queste azioni, ma la narrazione della comunità le presenta comunque come risposte comprensibili alla condizione vissuta.
- Esiste anche una zona di contatto con movimenti estremisti, in particolare con l’estrema destra, da cui alcuni membri prendono concetti e simboli. Tuttavia, anche qui, il centro resta sempre la questione di genere: la politica è marginale, usata solo quando rafforza la percezione di ingiustizia romantica o sessuale.
L’ecosistema incel è globale, ma quello anglofono è il più attivo. In Europa, l’Italia compare tra i Paesi più citati nelle discussioni, spesso associata a stereotipi sulle “donne trattate come principesse” e sulla competizione con migranti percepiti come rivali nel mercato degli incontri. È un immaginario che riflette più il pensiero della community che la realtà sociale.
Conclusione
Di fronte a questo scenario, la prevenzione parte dalla conoscenza. Capire come funzionano queste comunità permette agli operatori – psicologi, educatori, insegnanti, professionisti della salute mentale, servizi per l’autismo, esperti di prevenzione dell’estremismo, operatori che si occupano di violenza di genere o di alfabetizzazione digitale – di riconoscere segnali di rischio e intervenire quando necessario. Non per etichettare o patologizzare, ma per evitare che la solitudine si trasformi in ideologia e l’ideologia in violenza.
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