Non basta dire “basta”. Serve imparare a leggere i segnali, uscire dal silenzio e proteggere chi può ancora salvarsi
Vittime in Italia nel 2025
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Jessica Stappazzollo Custodio de Lima
Queste sono le donne che, fino ad oggi 25 novembre hanno perso la vita. Tutte morte in circostanze violente e drammatiche, assassinate da uomini che credevano di amare e con i quali, invece, erano prigioniere.
Oggi 25 novembre abbiamo deciso di ricordarle, dando loro voce attraverso le mie parole.
In questo articolo parleremo di:
- Come riconoscere una situazione potenzialmente rischiosa – quello che non si vede
- Fattori di rischio in una relazione sentimentale
Come riconoscere una situazione a rischio – quello che non si vede
Tutti noi siamo dispiaciuti, ma non sorpresi, quando al telegiornale ascoltiamo la cronaca di un nuovo femminicidio; eppure non ci capacitiamo di come sia possibile e perché ogni settimana si sentano nuovi casi.
Dal momento che la prima arma che abbiamo per difenderci è la prevenzione, qui vorrei parlarvi dei segnali da riconoscere per tempo per arrivare a capire se la persona di cui siamo innamorate potrebbe, un giorno, farci del male.

Servirebbe un articolo a parte per parlare approfonditamente di questa piramide. Tutti noi infatti, sia maschi che femmine, siamo in maniera inconsapevole, immersi in queste dinamiche.
Società patriarcale
Tutto parte da lì. Dalla società patriarcale, radicata da millenni nella nostra cultura.
Fin da quando la donna era “raccoglitrice” e l’uomo “cacciatore”. Da quando la donna non poteva prendere decisioni personali e doveva soltanto essere una buona madre e una buona moglie, senza potersi dedicare alla carriera o alle proprie passioni.
Ma anche da quando l’uomo che sta a casa con i figli viene chiamato Mammo oppure quando lui decide di occuparsi anche della casa viene additato solo come “colui che aiuta la compagna” e non come qualcuno che ha il pieno diritto di occuparsene, in quanto anche sua.
Certo, rispetto al passato abbiamo fatto passi da gigante. Ma ancora non basta. Il patriarcato è intrinseco: ce l’abbiamo sottopelle. Lo respiriamo dall’infanzia.
Credo che tutti — anche le persone più “antipatriarcato” o più femministe —, nonostante provino a eliminarlo dal proprio io, abbiano comunque dentro di sé qualche retaggio patriarcale.
Lo vediamo per esempio nelle battute sessiste fatte “per gioco”:
“Donna al volante, pericolo costante.”
“Donna schiava, zitta e lava.”
Ma questo fenomeno non colpisce solo le donne in quanto tali ma anche gli uomini. Si pensi per esempio a:
“Non piangere, sii uomo!”
“Non fare la femminuccia!”
Quanti di noi si sono sentiti dire almeno una volta una di queste cose, anche in buona fede?
Ancora non si è superato il passato. Ancora non si riesce a vedere la donna come una persona completamente libera e capace, e l’essere femminile come qualcosa di intrinsecamente inferiore.
E poi ci sono le pubblicità sessiste, dove la donna viene rappresentata come oggetto di piacere per l’uomo. Come questo video che vi metto qua sotto, della recente campagna pubblicitaria American Eagle con protagonista Sidney Sweedney.
Anche l’uomo, tuttavia, non è esente da queste dinamiche. Vi ricordate il brand americano Abercrombie & Fitch? Molto famoso sopratutto una decina di anni fa. Anche in questo caso la notorietà del marchio era concentrata su una serie di stereotipi maschili. Venivano scelti modelli con un aspetto statuario: addominali scolpiti, lineamenti attraenti. I modelli di Abercrombie si trovavano addirittura in alcuni negozi fisici cosicchè le clienti fossero spinte ad acquistare non per la qualità dei capi ma per l’estetica dei ragazzi.

Per non parlare della donna quando prova a entrare nel mondo del lavoro: dalle difficoltà ad accedere a ruoli dirigenziali alle discriminazione dopo la maternità (il tutto dovuto all’assenza di politiche welfare che possano permettere anche al padre di stare dei mesi accanto ai figli e alla compagna).
Il risultato?
Una società che continua a proclamare che “abbiamo fatto progressi”, ma che in realtà non ha ancora messo in discussione le proprie radici.
Fattori di rischio da riconoscere in una relazione sentimentale
Adesso entriamo nel vivo e vi descriverò i principali fattori di rischio che possono predisporre una donna in una relazione a un circolo vizioso di violenza che nei casi più gravi possono sfociare nel femminicidio:
• Controllo, isolamento e possessività
Una relazione disfunzionale ha come pattern principale il controllo e l’isolamento.
Il partner dominante tende a voler controllare la vita dell’altra persona: vuole sapere dove vai, con chi, e pretende di conoscere ogni dettaglio della tua giornata.
Col tempo, inizierà ad allontanarti dai tuoi cari, dagli amici, dai familiari. Ti farà sentire in colpa anche solo per voler vivere una vita tua, fuori dalla coppia.
Ricorda: una relazione sana non è simbiosi. In una relazione sana si è in tre: te stessa, il tuo partner, e la coppia.
L’isolamento non è amore, è manipolazione: serve a farti sentire sempre più legata a lui, fino a non avere nient’altro che lui.
• Sorveglianza dei movimenti o dei contatti
Forse conosci l’app “Life360”, che permette di geolocalizzare qualcuno in tempo reale.
Ecco: non scaricarla. Né se te lo chiede un partner, né se te lo chiede un amico o un parente.
Siamo tutti liberi di andare dove vogliamo, senza che nessuno sappia ogni nostro spostamento.
Ma il controllo può essere anche più sottile e impercettibile:
- inviare costantemente la posizione su WhatsApp (parente stretta di Life360);
- aggiornare il partner su ogni movimento e spostamento;
- condividere password e messaggi privati.
Tutto questo è una violazione della privacy. E se ti dicono “mi fido di te, ma non degli altri”, oppure “tanto non hai nulla da nascondere, anche tu puoi guardare il mio telefono” ricordalo: è una stronzata colossale.
Dietro quelle frasi non c’è amore, ma insicurezza (la sua).
• Gelosia ossessiva
Dalla cultura del passato, dai film, alle serie tv e anche dai romanzi — ci hanno insegnato che “l’uomo geloso è quello che ci tiene”. Falsissimo.
Non è sano che qualcuno abbia da ridire su un trucco, una gonna, una foto su Instagram o un’uscita con un’amica.
La gelosia, quando ossessiva, è un altro modo di controllarti. Un modo subdolo di incarcerarti emotivamente.
• Violenza psicologica
La violenza psicologica è subdola e sistemica. Può essere un partner che si arrabbia per cose minuscole:
un messaggio visualizzato e non risposto, un’emoji “sbagliata”, un’uscita saltata.
Ogni pretesto diventa un dramma e le reazioni sproporzionate:
- ghosting (sparisce nel nulla per punirti),
- silenzi punitivi per ore o giorni,
- risposte passive-aggressive,
- gaslighting: farti dubitare della tua memoria o delle tue percezioni (“ti sei inventata tutto”).
Poi ci sono le umiliazioni: commenti sul corpo, sull’intelligenza, sul valore personale.
Ecco un esempio reale che mi è stato raccontato da una mia vecchia coinquilina: lui la accompagna all’università in macchina e, con tono serio, la paragona alle altre ragazze fuori dall’uni: “Perché tu non ti vesti come loro? Perché non ti trucchi così?”. Non in modo scherzoso, ma per sminuirla.
Oppure le minacce di lasciarti, per tenerti legata attraverso la paura dell’abbandono.
E ancora, l’alternanza affettiva: fasi di love bombing (ti riempie d’amore con regali, frasi dolci) seguite da fasi di disprezzo, che ti confondono e alimentano la dipendenza emotiva e affettiva.
Minacce dirette o velate
Le minacce, che siano dirette o velate, sono uno dei segnali più chiari di una relazione tossica o potenzialmente violenta.
Quelle dirette sono esplicite, senza giri di parole: “Se mi lasci ti rovino la vita”, “Te ne pentirai”, “Senza di te mi ammazzo”. Servono a spaventare, a far sentire l’altra persona intrappolata.
Quelle velate invece sono più subdole. Arrivano travestite da sarcasmo o falsa preoccupazione: “Senza di me non sei nessuno”, “Vediamo quanto duri da sola”, “Io so cose che gli altri non sanno di te”. Ti colpiscono piano, ma ti lasciano un vuoto dentro incolmabile.
In entrambi i casi, il messaggio è lo stesso: “Io ho potere su di te”.
E il problema è che spesso queste frasi arrivano prima delle violenze vere e proprie — sono l’anticamera del controllo, non “solo parole”.
Violenza economica
La violenza economica è una delle più invisibili, ma anche una delle più potenti.
Si manifesta quando una persona ti controlla attraverso i soldi: ti impedisce di lavorare, ti chiede di lasciare il posto “per il bene della coppia”, ti fa sentire in colpa se spendi per te stessa, o pretende di sindacare su come gestisci il tuo stipendio . A volte arriva in forma più sottile — come pagare sempre tutto, anche se dice che lo fa per galanteria, per poi farti pesare ogni cosa, o chiederti di giustificare ogni euro.
Il punto non è il denaro in sé, ma il potere che rappresenta. Chi toglie l’indipendenza economica, toglie anche la libertà di scegliere e di andarsene.
Abuso di alcol o droghe
L’abuso di alcol o droghe non è la causa della violenza, ma può essere un fattore che la amplifica.
Non trasforma una persona in un aggressore, ma può abbassare i freni inibitori e rendere ancora più imprevedibili le reazioni di chi ha già tendenze al controllo o alla rabbia.
Spesso chi abusa di sostanze alterna momenti di pentimento e promesse di cambiamento a ricadute che riportano tutto da capo: dalle scuse, ai pianti, alle urla e così via.
È un ciclo che confonde e logora, perché la vittima tende a credere che “stavolta sarà diverso”.
Spesso, chi abusa di alcol o droghe lo fa perché ha già fragilità personali, traumi o disturbi irrisolti. Le sostanze diventano una scorciatoia per anestetizzare il dolore o sentirsi in controllo, ma in realtà accentuano il disagio e la tendenza alla violenza.
Dietro ogni abuso, quasi sempre, c’è una persona che non sa gestire la propria rabbia o la propria sofferenza e la scarica sull’altro.
Distruzione di oggetti o animali domestici
Quando la rabbia non viene ancora sfogata sul partner, spesso si manifesta su ciò che gli è vicino. Rompere oggetti, sbattere porte, lanciare cose, o — nei casi peggiori — fare del male a un animale domestico sono gesti che servono, anche inconsciamente, a intimidire e terrorizzare, non a “sfogarsi”.
È un modo per dire: “Guarda di cosa sono capace.”
Chi compie questi atti vuole creare paura, far capire che il passo successivo potrebbe colpire te. E, purtroppo, di solito quel passo arriva. La violenza simbolica è solo la prova generale di quella fisica.
Escalation di violenza fisica
La violenza raramente esplode all’improvviso: cresce, passo dopo passo. Inizia con spinte, strattoni, “piccole” aggressioni che poi diventano schiaffi, pugni, morsi, fino ad arrivare a veri e propri pestaggi.
Ogni volta l’aggressore si giustifica (“ero stressato”, “hai esagerato anche tu”), e ogni volta la vittima tende a credere che sia stato un caso isolato. Ma la verità è che la violenza non si ferma da sola: senza un intervento, peggiora sempre.
L’escalation è il segnale più pericoloso — quello che può trasformare una relazione malata in una tragedia annunciata.
Violenza sessuale nella coppia
Non serve uno stupro “classico” per parlare di violenza sessuale: anche dentro una relazione può esserci abuso. Accade quando uno dei due impone rapporti non desiderati, insiste nonostante un “no”, oppure toglie il preservativo di nascosto — un gesto che è a tutti gli effetti una violenza, perché toglie all’altra persona il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute.
Spesso si accompagna a ricatti emotivi (“se mi ami lo fai”, “non farmi sentire rifiutato”) o alla totale mancanza di responsabilità rispetto alle conseguenze.
C’è chi, davanti a una gravidanza, prima dice di voler diventare padre e poi scarica la colpa o sparisce, lasciando l’altra sola a gestire tutto.
Oppure chi, al contrario, impone una gravidanza non voluta, sabotando i metodi contraccettivi o facendo pressione psicologica per “tenere il bambino”.
Sono tutte forme di controllo sul corpo e sulle scelte dell’altro.
Tentativi di impedire la separazione
Quando capisce che lo stai davvero lasciando, scatta il panico. All’improvviso diventa un mix di dramma e manipolazione: piange, ti promette che cambierà, ti scrive messaggi infiniti, o ti fa sentire in colpa con frasi tipo “Non puoi farmi questo” o “Senza di te non ha senso niente”.
Un giorno ti idealizza, il giorno dopo ti insulta. Ti confonde apposta, perché se dubiti di te è più facile farti tornare indietro. E ogni gesto romantico è in realtà un tentativo di tenerti legata un’altra volta.
Dopo la separazione – attenzione alta
Quando finalmente riesci a chiudere, non è detto che la storia finisca davvero.
Spesso è proprio lì che la violenza cambia forma: da fisica a psicologica, digitale, economica o sociale.
Lui può iniziare a perseguitarti — chiamate infinite, messaggi a raffica, appostamenti sotto casa o davanti al lavoro. Oppure tenta di farsi vivo tramite amici, parenti, perfino i social, con frasi tipo “volevo solo sapere come stai” o “mi manchi, possiamo parlarne?”.
Altre volte passa al controllo indiretto: parla male di te in giro, diffonde bugie, ti umilia pubblicamente, o ti mette in difficoltà economicamente (non pagando spese, affitto, mantenimento). Tutto per farti rimpiangere di averlo lasciato e ristabilire quel potere che ha perso.
E la cosa più importante da sapere è questa: il momento dopo la separazione è il più pericoloso.
È quello in cui l’aggressore capisce di non avere più potere, e quindi può diventare imprevedibile, ossessivo o violento.
Per questo servono protezione, rete, e soprattutto la consapevolezza che non sei paranoica.
Come reagire se crediamo di essere in una situazione a rischio
Parlane con una persona di fiducia
Lo so, fa paura. A volte quando proviamo a confidare qualcosa di serio, le persone non ci capiscono davvero: minimizzano la situazione, giudicano e ti fanno sentire responsabile per essere finita in una spirale tossica.
Prova comunque a cercare, tra amici o familiari, qualcuno che ti sembri empatico e capace di ascoltare senza colpevolizzare. Parlane con lei o con lui: potrebbe darti supporto concreto, offrirti una spalla, aiutarti a trovare la lucidità per muoverti in modo sicuro. Magari potrà accompagnarti a chiedere aiuto o chiamare insieme a te il 1522.
Il 1522 è attivo 24 ore su 24. Rispondono operatrici formate che offrono ascolto immediato, ti orientano sui passi da fare e, se vuoi, ti mettono in contatto con il Centro Antiviolenza più vicino a te.
Non ti forzeranno a denunciare. Ti aiutano a capire le opzioni e a trovare una via d’uscita sicura, sempre accessibile.
Contattare le forze dell’ordine
Quando la situazione si fa critica, quello che puoi fare è chiamare il 112, oppure puoi farti accompagnare da un amico di fiducia e denunciare la situazione. Sarà avviata un’indagine e verrai aiutata.
Affidarti al centro antiviolenza più vicino
Il Centro Antiviolenza è il luogo dove una donna può chiedere aiuto in sicurezza, senza essere giudicata e senza dover fornire prove della violenza che pensi di aver subito. È uno spazio protetto gestito da professioniste formate sulla violenza di genere, pronte ad accogliere chiunque senta che la propria relazione sta diventando pericolosa.
Nei centri si accede gratuitamente e in anonimato. Qui le donne trovano ascolto immediato, supporto psicologico specializzato, consulenza legale chiara e comprensibile, e soprattutto una presenza costante: qualcuno che sa cosa fare quando tutto sembra confuso.
I Centri Antiviolenza aiutano a costruire un piano di sicurezza, a riconoscere i segnali di escalation, a uscire dal silenzio. Se necessario, possono attivare case rifugio ad indirizzo segreto, cioè delle case dove tu puoi temporaneamente abitare fino a trovare una situazione a te più congeniale o accompagnare la donna presso forze dell’ordine, pronto soccorso o servizi sociali.
Nessuno impone la denuncia: ogni passo è scelto insieme, secondo i tempi della vittima.
In Italia i CAV rappresentano una delle reti più solide di protezione contro la violenza domestica. Sono il punto in cui una donna può finalmente dire “basta” sapendo che non dovrà farlo da sola.
Per farvi un’idea più chiara di come funziona un centro antiviolenza vi consiglio questa miniserie netflix, che racconta le sfide di una ragazza madre vittima di violenza e nonostante le difficoltà, grazie anche ai centri antiviolenza è riuscita ad andare al college e ricostruirsi una vita.
Il Codice Rosa: quando attivarlo e cosa aspettarsi
Il Codice Rosa può essere attivato ogni volta che una donna arriva in pronto soccorso e, lascia intendere di aver subito violenza. Anche un semplice “non sto bene a casa”, o un’esitazione mentre si descrive l’origine di una ferita possono essere sufficienti per far scattare l’attenzione del personale e attivare il protocollo.
Una volta avviato, la donna viene portata in uno spazio più appartato e le saranno fatte delle domande per valutare la sua condizion: verrà ascoltata con attenzione, saranno valutate le sue condizioni di sicurezza e saranno raccolte eventuali prove con la precisione necessaria per tutelarla anche nel lungo periodo.
Durante il percorso, vengono eseguiti esami clinici e referti accurati, che hanno un valore fondamentale qualora la vittima, in un secondo momento, scelga di denunciare. Allo stesso tempo, viene garantita la possibilità di mettersi subito in contatto con un Centro Antiviolenza, così da ricevere informazioni chiare sui passi da compiere.
Conclusione
Con questo articolo ho voluto mettere in chiaro quali sono le situazioni rischiose in cui potremmo trovarci e quali segnali non devono mai essere normalizzati. Ho scelto di elencarli in modo diretto proprio per permettervi di averli sempre a portata di mano e riconoscervi se state vivendo in una condizione potenzialmente pericolosa.
La verità è che nessuna di noi è davvero “immune”: tutte, in un momento della vita, possiamo incrociare dinamiche tossiche. Riconoscere i segnali per tempo è lucidità. È ciò che può salvarci la pelle.
Condividete questo articolo alle donne che conoscete, perché capire che certi comportamenti non sono “normali” è il primo modo per spezzare il ciclo della violenza. E pretendete che nelle scuole, nelle università e nei luoghi che frequentate ci siano corsi, seminari e momenti di formazione su questi temi: servono per imparare a difendersi, ma anche per comprendere perché così tante relazioni diventano pericolose prima ancora che ce ne rendiamo conto.
Proteggerci significa ricordare chi non c’è più e fare in modo che nessuna donna, mai più, venga lasciata sola.
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